Arte e finanza nella Londra dei Giochi

La presenza dei Giochi Olimpici, con la consueta e doverosa attività promozionale da parte del Paese ospitante, ha offerto un panorama di proposte culturali dalle quali si possono dedurre attente strategie economiche e politiche. Il caso Saatchi è, come al solito, particolarmente interessante.

Yeesookyung - Translated Vase - 2007

Mentre nell’edificio di Herzon e de Meuron, che dal bankside guarda austero l’altra sponda del Tamigi, quella della finanza, si celebrava la grandezza della creatività inglese attraverso la spietata genialità di Damien Hirst, nella Chelsea di Saatchi, padre della Young British Art si volgeva ancora una volta lo sguardo a Est. Uno specchio, forse, dei dissapori tra il direttore della Tate, Nicholas Serota, e il collezionista che s’è visto rifiutare una donazione da trenta milioni di sterline.
La mostra Korean Eye 2012 è il terzo appuntamento della Saatchi Gallery con l’arte contemporanea coreana, dopo Korean Eye: Moon generation del 2009 e Korean Eye: Fantastic Ordinary del 2010. L’importanza di questa mostra “chiavi in mano” organizzata, come le precedenti, dai collezionisti David e Serenella Ciclitra della Korean Eye no profit organization, si comprende dalle parole di Richard Hill, presidente e CEO di Standard Chartered Korea Financial Group e Standard Chartered Bank Korea, il main sponsor dell’operazione. Il dialogo culturale tra Paesi, spiega Hill a chi non lo avesse capito dalla lezione della Storia, rappresenta un tappeto rosso steso su ponti commerciali e la holding bancaria, che controlla i mercati di Asia, Africa e Medio Oriente, ha tutta l’intenzione di aiutare la Corea a decollare.
Per Saatchi, si sa, le mostre a tema sono sempre state una vera passione, emblema tanto di un modo compulsivo di accumulare selezionando il meno possibile, quanto una scelta mediatica intelligente del profilo tematico. Questa volta, però, Charles Saatchi, che ospita la più grande mostra coreana mai presentata fuori dal Paese, espone esclusivamente opere che non provengono dalla sua collezione. Un gesto “gentile” verso i coniugi Ciclitira, che proprio nel 2008, durante un evento golfistico a Seoul da loro organizzato, decisero di lanciare nel mondo l’arte coreana attraverso una rete di mostre satellite. Tra pubblicitari c’è intesa, si capisce. E i Ciclitira hanno già esposto Korean Eye a New York, Abu Dhabi, Seoul e Singapore.

Lee Jaehyo – 0121-1110=107041 – 2007 – courtesy l’artista – photo Feliz Kunze

33 gli artisti in mostra, con più di un centinaio di opere dislocate in tutto il palazzo. Parlare di arte cinese, indiana o coreana oggi è abbastanza anacronositico, a fronte della globalizzazione del mercato e della volontà ancora forte dell’Oriente di occidentalizzarsi. Lo dimostra una mostra come questa, fatta di lavori buoni e altri meno interessanti, ma senza dubbio poco connotabili come “coreani”. Va anche riconosciuto il merito a queste mostre a tema di fornire uno spaccato molto più esaustivo di quanto non siano i padiglioni internazionali alla Biennale di Venezia, che in molti casi sono più impegnati a dare un’identità alla nazione ospitante attraverso l’opera che non uno spaccato dell’arte nazionale.
Le pitture iperreali di Hong Sung-Chul su corde elastiche non si discostano dai pannelli lenticolari inseriti nei quadri di Bae Joonsung, i risultati ecologisti di Lee Jaehyo (0121-1110=107041) da quelli tecnologici di Kim Byoungho (Soft Crash). In queste opere compare netto il contrasto tra la debolezza del concetto espresso e l’estetismo dei significanti, portato all’eccesso: ai loro occhi, gli occidentali sono maestri di uno stile che viene colto principalmente a livello formale. Lo si capisce dalla leggerezza dei significati, che risultano spesso retorici, ingenui e ridondanti, nonostante la bellezza esecutiva.
Un lavoro come Irrelevant Answer 6 di Lee Gilwoo, che riproduce immagini pop di dive occidentali su carta coreana punzonata a mano, contrappone questa immagine dell’Occidente legata al lusso alle tradizioni orientali. Qui la ricerca concettuale sembra più matura. Anche Yeesookyung (Translated Vase) che, con le sue sculture fatte di cocci di ceramica assemblati cerca un punto di vista interno sul Paese, convince. Le sue bolle organiche sembrano un’implosione di oggetti domestici di porcellana e fanno pensare alla volontà di recuperare un saper fare locale. Il debito si sposta allora sulla Cina di Ai Weiwei. Le fotografie di Koo Sungsoo indagano l’impatto della nostra cultura su quella coreana: un ibrido fra tradizione e innovazione.

Kim Byoungho con Soft Crash – 2011

Se l’obiettivo di mostre come questa è far conoscere la realtà culturale di un Paese, possiamo concludere che anche questa fetta di Oriente ha saputo imparare in fretta il nostro linguaggio. Una velocità sbalorditiva che ne ha agevolato l’ingresso nel mercato dell’arte contemporanea, ma a livello contenutistico ha creato una spaccatura. Si dovrà aspettare che il contenuto sia frutto di una rielaborazione meditata e sedimentata attraverso una cultura molto diversa dalla nostra, che per il momento sembra solo accantonata e relegata alla sfera dell’artigianato. Se si pensa in modo “contemporaneo”, si usa un linguaggio occidentale. A noi che a quel linguaggio siamo arrivati anno dopo anno, opera dopo opera, poco convince. Anche perché siamo i primi a esserne saturi, di questo nostro fare arte.
Dal punto di vista del mercato è invece evidente come il triangolo fra interesse per i mercati emergenti, acquisto delle opere provenienti da questi mercati e musealizzazione delle stesse faccia muovere una macchina più redditizia che culturale. È infatti facilmente immaginabile che Saatchi abbia acquistato alcune opere degli artisti coreani che stanno girando il mondo con Korean Eye. Dopo lo spaccato sulla realtà indonesiana nel 2011, che segue la cinese e l’indiana, e dopo questo sulla coreana, la prossima mostra sarà sul contemporaneo a Hong Kong.
Ma Saatchi non è identificabile solo come lo stratega delle mostre a tema, è anche colui che rende possibile lavori interessanti come The Nine eye of Google View di Jon Rafman e 20:50 di Richard Wilson. La prima è un’esposizione temporanea di scatti recuperati su Internet dalla mappatura di Google che nel 2007 ha immortalato le street view di tutti gli angoli del pianeta. Rafman ha rintracciato la mano di Dio che, attraverso l’ausilio del caso, limita la volontà umana di uniformare esteticamente la realtà. L’occhio oggettivo degli obiettivi di Google, che tentava di immortalare le strade per come sono indipendentemente da quel che vi succede, ha invece catturato involontariamente la vita colta nella quotidianità puntuale di momenti ilari, tristi, poetici, assurdi o grotteschi. All’artista il compito di recuperarli e presentarli.

Richard Wilson – 20.50

Una coppa dell’olio scoperchiata, quella di Richard Wilson nel seminterrato della Saatchi, è invece l’eccezionale installazione permanente, l’unica del museo. L’olio motore usausto sembra uscire da questa coppa e inondare un’intera sala, alla quale ci si avvicina da un ballatoio poco più in alto. Troppo pericoloso accedervi, ma l’opera prevederebbe che lo spettatore percorresse un breve camminamento a livello dell’olio e facesse parte di quel gioco di specchi e rimandi visivi, e concettuali, che Wilson ha ricreato con le architetture dell’edificio.

Federica Forti

Londra // fino al 23 settembre 2012
Korean Eye 2012
Catalogo Booth-Clibborn e Skira
SAATCHI GALLERY
King’s Road
www.saatchi-gallery.co.uk

  • emanuele

    Ottima critica. Offre una prospettiva interessante sulle scelte fatte da Saatchi in questa esposizione.