Un esempio riuscito di utilizzo culturale delle nuove tecnologie. Grazie alla realtà aumentata e alla realtà virtuale l’Ara Pacis di Roma recupera i suoi colori originari. Un percorso spettacolare ed educativo al tempo stesso.

IL PATRIMONIO VIRTUALE

Il viaggio nel tempo è uno dei grandi sogni irrealizzati dell’essere umano. La possibilità di vedere con i propri occhi il mondo com’era cento, cinquecento o mille anni fa resta una chimera affascinante, che non smette mai di ispirare la letteratura, il cinema e le arti visive. Ma il “turismo temporale” non interessa soltanto gli appassionati di fantascienza, ma anche e soprattutto gli studiosi e gli amanti della storia e dell’archeologia, abituati a immaginare il passato e a cercare di ricostruirlo basandosi su reperti, frammenti e documenti.
Oggi questo sogno diventa un po’ più vicino alla realtà grazie alle nuove tecnologie, che se non riescono ancora a trasportarci letteralmente nel passato, di sicuro ci aiutano a costruire simulazioni convincenti. La ricerca nel campo del cosiddetto Virtual Heritage, ossia l’applicazione delle tecnologie digitali nel campo dei beni culturali e del patrimonio, ha fatto negli ultimi anni passi da gigante, arricchendo tanti monumenti in giro per il mondo con esperienze innovative per il visitatore: tour virtuali, ricostruzioni in 3D, ambienti e percorsi da fruire in realtà virtuale e in realtà aumentata. Si tratta di strumenti di conoscenza e coinvolgimento del pubblico molto efficaci, soprattutto perché favoriscono un apprendimento di tipo senso-motorio, più spontaneo e naturale rispetto a quello mediato dalla scrittura o dalla spiegazione orale.

UN VIAGGIO TRA REALTÀ E FINZIONE

Un esempio a noi vicino di uso intelligente di questi strumenti, che sta riscuotendo grande successo tra il pubblico di tutte le età, è rappresentato dal progetto L’Ara com’era, un percorso in realtà aumentata e virtuale offerto dal Museo dell’Ara Pacis di Roma, promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzato da Zètema Progetto Cultura. Alla parte tecnica c’è invece la ETT SpA, che ha lavorato a stretto contatto con la Sovrintendenza per garantire la correttezza storica delle ricostruzioni.
Protagonista dell’esperienza, che i promotori definiscono archeoshow per le sue caratteristiche spettacolari, è l’altare dell’Ara Pacis, capolavoro dell’arte romana costruito tra il 13 e il 9 a.C. per celebrare la Pace instaurata da Augusto sui territori dell’impero. Lanciato nell’ottobre del 2016, il progetto di valorizzazione digitale è stato poi potenziato nel gennaio di quest’anno.
Il percorso si compone di 9 punti di interesse (POI) di cui due in realtà virtuale e sette in realtà aumentata. Lo spettatore, che viene fornito di un paio di visori Samsung Gear VR, inizia il suo viaggio immerso in una ripresa a 360 gradi del monumento nel suo stato attuale, per poi essere catapultato indietro nel tempo alla scoperta della colorazione originale dell’Ara, aiutato da una guida d’eccezione: l’Imperatore Augusto, interpretato da un attore in carne e ossa. Tutta l’area del Campo Marzio, accuratamente ricostruita in 3D, è esplorabile a volo d’uccello: il Pantheon, i Saepta Julia, il Mausoleo di Augusto e l’Acquedotto. Tornati a terra, si assiste alla messa in scena del rito sacrificale annuale celebrato da magistrati, sacerdoti e vergini vestali. Questa parte del percorso è stata realizzata combinando varie tecnologie: riprese cinematografiche dal vivo con attori davanti al green screen, ricostruzione dei luoghi in 3D e computer grafica.

L’ARA PACIS A COLORI

È a questo punto che dalla realtà virtuale si passa a quella aumentata: non più ricostruzioni sintetiche, ma una passeggiata vera attorno al monumento, arricchita però di un livello di informazione in più. Sempre utilizzando i visori in dotazione, l’utente può infatti vedere gli elementi virtuali fondersi con quelli reali all’interno del proprio campo visivo. L’applicazione in realtà aumentata è in grado di “leggere” le forme tridimensionali dei bassorilievi e delle sculture effettuando un tracking in tempo reale. Questo permette ai contenuti digitali di aderire con precisione agli oggetti reali, costruendo così un’esperienza convincente.
In questa fase della visita vediamo l’Ara colorarsi di tinte accese; i bassorilievi tornano virtualmente al loro stato originario mentre nelle cuffie ascoltiamo la descrizione delle numerose simbologie che racchiudono. Dal sacrificio di Enea, alla nascita di Romolo e Remo; dalla rappresentazione della dea della prosperità Tellus, a quella della dea Roma, seduta in trono sulle armi dei vinti.
La storia esce dai libri per dispiegarsi, in alta risoluzione, di fronte agli occhi dello spettatore, che può così usare tutti i sensi per approfondire le proprie conoscenze. Un’alternativa coinvolgente ed efficace alle solite audioguide, che dimostra ancora una volta gli ottimi risultati che si possono ottenere quando la ricerca in campo tecnologico e quella in campo storico-artistico decidono di allearsi, evitando così il rischio della banalizzazione. È infatti estremamente importante, in contesti come questi, tenere un occhio ben fermo sulla scientificità dei contenuti, evitando di cedere alla tentazione dello spettacolo fine a se stesso. Un problema, questo, che troppo spesso abbiamo visto avverarsi in passato, ma che sembra oggi molto meno frequente, dimostrando una sempre maggiore consapevolezza nell’uso degli strumenti da parte delle istituzioni.
L’Ara com’era è visitabile ogni venerdì e sabato fino al 15 aprile, mentre a partire dal 21 aprile e fino al prossimo 31 ottobre, sarà in programma tutte i giorni, sempre in orario serale.

– Valentina Tanni

L’Ara com’era
Roma, Museo dell’Ara Pacis
info: 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
www.arapacis.it; #ARAcomera

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.