Media Art: do we care?

La notizia ha iniziato a circolare alcuni mesi fa, ma solo ora se ne cominciano a vedere le devastanti conseguenze. All’inizio di aprile, il Netherlands Media Arts Institute (NIMk) di Amsterdam ha infatti annunciato la chiusura, con l’anno solare, dell’istituto e la cessazione delle sue attività, a seguito dei tagli alla cultura resi pubblici lo scorso giugno, e di effetto immediato a partire dal gennaio 2013.

Rafael Rozendaal - Yes For Sure - 2010

La politica del nuovo ministro olandese per la cultura, Halbe Zijlstra, si è dimostrata severa soprattutto nei confronti delle istituzioni di media art: così, se da un lato il Netherlands Media Arts Institute ha perso il 100% dei finanziamenti governativi, i grandi musei e gli artisti più prestigiosi continuano ad avere pieno sostegno, con tagli minimi non superiori al 5%. È questa la principale anomalia, ben registrata dalla curatrice del NIMk Petra Heck: “Le decisioni non sono state prese in base al contenuto, ma alla funzione e al medium. Per loro, la media art ha davanti due strade: diventare commerciale ed essere assorbita dalle industrie creative e/o essere collezionata e mostrata nei musei”.
Dopo aver reagito con un’iniziativa di protesta (intitolata, significativamente, Media Art, We Care), il NIMk ha cominciato a ristrutturarsi nel tentativo di dare continuità a un lavoro iniziato nel 1978 (quando nacque come MonteVideo) e che ha dato vita, nel tempo, a una collezione di oltre 2.000 pezzi di artisti da tutto il mondo. Ma il futuro resta incerto, per la nuova fondazione che sorgerà dalle ceneri del NIMk e per le numerose istituzioni che negli anni hanno fatto dell’Olanda uno dei poli indiscussi della ricerca artistica sui nuovi media, dal V2_ a Mediamatic.

Netherlands Media Arts Institute – Amsterdam

Una ricerca che, per ovvi motivi di radicalità formale, si è sempre appoggiata a istituzioni e fondi pubblici e che, in questa incerta decade di crisi, è infine costretta a fare i conti con il mercato e il mondo dell’arte, non solo in Olanda. Saremo pronti per questo? Cosa si perderà nella transizione? Dipenderà, in gran parte, dal numero di coloro che avranno voglia di dire: “Media Art, We Care”.

Domenico Quaranta

nimk.nl

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #7

CONDIVIDI
Domenico Quaranta
Domenico Quaranta è critico e curatore d’arte contemporanea. Come critico, collabora regolarmente a Flash Art; i suoi saggi, recensioni e interviste sono comparsi in riviste, giornali e portali online. Ha pubblicato diversi libri, fra cui: NET ART 1994 - 1998. La vicenda di Äda’web (Vita & Pensiero, Milano 2004); GameScenes. Art in the Age of Videogames (Johan and Levi, Milano 2006, curato con M. Bittanti) e Media, New Media, Postmedia (Postmedia Books, Milano 2010) Ha curato e co-curato diverse mostre in Italia e all'estero, fra cui: Connessioni Leggendarie. Net.art 1995-2005 (Milano 2005); Holy Fire. Art of the Digital Age (Bruxelles 2008); RE:akt! | Reconstruction, Re-enactment, Re-reporting (Bucharest – Lijubliana – Rijeka – Maribor, 2009 - 2010); Hyperlucid (Biennale di Praga 2009); Playlist. Playing Games, Music, Art (LABoral, Gijon 2009 – 2010 e iMAL, Bruxelles 2010); Italians Do It Better!! (Biennale di Venezia, Eventi Collaterali, 2011) e Collect the WWWorld. The Artist as Archivist in the Internet Age (Brescia, Spazio Contemporanea 2011; Basilea, House of Electronic Arts 2012). Ha tenuto numerose conferenze e insegna presso l'Accademia di Belle Arti di Brera a lo IULM di Milano. (photo Alessandra Giotto)
  • Sto intervistando in questi giorni Nat Muller riguardo questi eventi. Che dire, è un disastro.

  • Mario Colombo

    Scegliere di abbanonare la Media Art per salvare quella ‘tradizionale’ che ha un computer, un telefono in tasca e sa trovare un interrutore anche al buio? Meno male.
    Mi sembra già un’idiozia avere comprato 2000 opere. Immagino che il prossimo passo sarà rivedere le migliaia di residenze d’artista, o almeno controllare quello che stanno facendo.
    Un po’ di sanza pulizia tecnoetnica fa bene. Vedrai che la tua Nat Muller troverà uno sponsor che la consolerà, non piangere,

  • Galups

    Solo una domanda Mario Colombo, ha mai visto anche solo una delle 2000 opere?scommetto che non ha mai visto niente di New Media art e di artisti come Jodi o Eva e Franco Mattes.
    La superbia è una brutta cosa, e io non ho mai desiderato la sparizione di Cattelan o di Felix Gonzales Torres per far spazio ai nuovi media ed agli artisti che maggiormente seguo e apprezzo, ma purtroppo si sa, essere umili è merce rara al giorno d’oggi.