Architettura. Anne Holtrop e le macchie di Rorschach

Riflettori puntati su Anne Holtrop, architetto olandese che a quarant’anni è già una stella sul palcoscenico della progettazione internazionale.

Studio Anne Holtrop, Temporary Museum (Lake), Heemskerk. Photo © Bas Princen
Studio Anne Holtrop, Temporary Museum (Lake), Heemskerk. Photo © Bas Princen

Sottoposti al test psicologico di Rorschach, la maggior parte di noi vedrebbe nelle sue celebri macchie d’inchiostro simmetriche elementi naturali come laghi o farfalle. Non Anne Holtrop (Tiel, 1977) che, senza esitazioni, riconoscerebbe la pianta di una casa o il percorso espositivo di un museo. Uno sguardo fuori dall’ordinario, frutto di un personalissimo approccio all’architettura, in cui gli studi in ingegneria e la laurea conseguita all’Accademia di Amsterdam si fondono con anni di lavoro presso l’atelier di Krijn de Koning.
Per il 40enne progettista olandese l’architettura è infatti un processo intuitivo con cui esplorare liberamente forme e materie estranee alla disciplina: “Tutto può essere sempre riesaminato e reinterpretato, e di conseguenza anche visto come architettura”. Così, nei primi esperimenti ideati nel 2009 nello studio di Amsterdam, i sentieri che attraversano un campo di Almere diventano la pianta di un’abitazione sperimentale, e un disegno astratto si trasforma in un museo temporaneo nella campagna di Heemskerk. Installazioni dalle forme organiche e dagli spazi fluidi che, così come sono state concepite, rimangono aperte a ogni possibile interpretazione e fruizione.

Studio Anne Holtrop, Qaysariya Souk model, Al Muharraq. Photo © Studio Anne Holtrop
Studio Anne Holtrop, Qaysariya Souk model, Al Muharraq. Photo © Studio Anne Holtrop

PROGETTI PASSATI E FUTURI

Una ricerca che raggiunge piena espressione sei anni più tardi con il Museum Fort Vechten di Bunnik, le cui sinuose curve in cemento grezzo si immergono dolcemente nella topografia del sito. Ma il 2015 non è solo l’anno in cui Holtrop vede realizzata la sua prima opera permanente. Con il progetto del Padiglione del Bahrein all’Expo di Milano, la poetica dell’olandese incontra la cultura e le tradizioni millenarie del Golfo Persico: le forme da sinuose si fanno geometriche, i riferimenti naturali si arricchiscono di quelli storici. Il risultato è un paesaggio di corti verdi e stanze in cemento bianco da attraversare ed esperire liberamente. Per l’architetto è l’inizio di un nuovo capitolo professionale: apre uno studio a Muharraq, indaga i materiali locali, collabora con gli artigiani del posto “alla ricerca di un linguaggio al contempo specifico e in grado di connettere luoghi diversi come Europa e Asia”.
Un percorso che oggi prosegue con ben 17 commissioni, da completare entro il 2019: dal restauro e ampliamento del Suq di Qaysariya al nuovo spazio pubblico dello Sheikh Ebrahim Center, entrambi già in cantiere, fino alla serie di interventi che trasformerà lo storico distretto delle perle di Muharraq in destinazione turistica e culturale. Nel frattempo, alla Chicago Architecture Biennial (in corso fin al 7 gennaio), Holtrop ha trasformato una macchia di inchiostro in una struttura di cemento alta quasi undici metri. E finalmente ci vediamo anche noi una colonna o una torre.

Marta Atzeni

www.anneholtrop.nl

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #39

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
AutoreAnne Holtrop
CONDIVIDI
Marta Atzeni
Interessata alle intersezioni fra l'architettura e le arti, si è laureata in Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi teorica sui contemporanei sviluppi delle collaborazioni fra artisti e architetti. Collabora con l’AIAC nell’organizzazione di eventi, mostre e workshop; è parte del network di GVultaggio Architecure & Design.