Invitato a presentare il suo ultimo libro al Teatrino di Palazzo Grassi di Venezia, nell’ambito del festival letterario a cura della casa editrice Iperborea, lo scrittore svedese ci ha concesso una lunga intervista. Spaziando dalla scrittura all’arte contemporanea, senza timore di confrontarsi con l’atavica paura del fallimento.

È uno fra i maggiori esperti di mosche al mondo, Fredrik Sjöberg (Västervik, 1958), eppure l’entomologia non è il suo unico interesse. Autore de L’arte di collezionare mosche – vero e proprio caso editoriale in Europa, portato in Italia da Iperborea – lo scrittore svedese mescola nei suoi libri l’amore per il collezionismo, per l’arte e per il mondo naturale.
Presente a Venezia in occasione del festival I Boreali, organizzato dalla casa editrice specializzata in letteratura nordica per divulgarne la conoscenza, Sjöberg ha incontrato i suoi lettori presso il Teatrino di Palazzo Grassi, dando vita a una chiacchierata con Paolo Nori attorno al suo ultimo libro tradotto in Italia, L’arte della fuga. Una storia in cui convivono biografia, arte e l’immancabile afflato del collezionista, per rendere omaggio a Gunnar Widforss, un pittore svedese realmente esistito, a cavallo tra l’Ottocento e il secolo scorso, eppure quasi del tutto dimenticato. Un perdente, come lo definisce lo stesso Sjöberg, che ne ricompone la memoria, salvandolo dall’oblio.

Siamo a Venezia e da un mese ha inaugurato la Biennale d’Arte. Lei è stato invitato nel 2009 da Daniel Birnbaum ma non è un artista nel senso classico del termine. Può raccontarci cosa aveva esposto?
Sono stato invitato, ma non ho potuto essere presente di persona. Allora ero impegnato a scrivere, ma la mia collezione di sirfidi ha visitato la Biennale. Per me non si trattava di un’opera d’arte, però ero d’accordo con il fatto che la facessero diventare tale, perché forse in fondo lo è.

Fu la sua prima partecipazione a una biennale o a una mostra in genere?
Sì, ero stato invitato in precedenza dal Moderna Museet di Stoccolma per parlare di collezionismo, perché molti artisti concettuali sono interessati al tema.

Fredrik Sjöberg, L'arte della fuga (Iperborea 2017)
Fredrik Sjöberg, L’arte della fuga (Iperborea 2017)

Parlando di collezionismo, sembra che i suoi molteplici interessi siano accomunati proprio da un approccio collezionistico. Anche quando racconta delle storie – come quella di Gunnar Widforss, nel libro che presenta oggi qui a Venezia – lo fa con la passione del collezionista, che unisce ricerca, scavo, passione, empatia. Come se l’obiettivo fosse di colmare una lacuna e diventare l’esperto più autorevole di quell’argomento, per piccolo che sia. Come le tabacchiere alle quali si è interessato suo nonno.
Io sono sempre interessato agli spazi limitati e ai piccoli oggetti perché, ai miei occhi, sono delle rappresentazioni del mondo. Il mondo è troppo grande per me. Per qualche ragione io sono finito su un’isola, a collezionare piccole cose e sono interessato a pittori come Gunnar Widforss, totalmente dimenticato e non l’artista migliore che esista. Attraverso storie come queste io posso capire qualcosa in più di me stesso, del mondo, e, nel caso di Gunnar, anche del mondo dell’arte. Lui è stato sfortunato, è nato nel momento sbagliato, in un’epoca in cui la modernità stava prendendo piede mentre lui era un paesaggista e tutto ciò ha contribuito a far perdere le tracce del suo lavoro.

Eppure Gunnar Widforss è un artista molto conosciuto negli Stati Uniti.
Sì, negli Stati Uniti lui è conosciuto, insieme al fotografo Ansel Adams, ma nella sua terra d’origine e nel resto d’Europa non lo conosce nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori e gli esperti. Il mio interesse per lui credo abbia a che fare con la mia passione per gli spazi limitati: ho potuto diventare il più grande esperto mondiale di questo artista in sole due settimane. E io amo essere un esperto.

Quali aggettivi userebbe per descrivere Gunnar?
Timido, perdente, capace di cogliere la bellezza di paesaggi grotteschi. Io non proverei nemmeno a descrivere il Grand Canyon, per esempio, ma lui ne aveva la capacità. Quando era giovane e viaggiava attraverso l’Europa, Gunnar era un paesaggista molto ordinario. Ma quando giunse negli Stati Uniti, negli Anni Quaranta, qualcosa cambiò. Buona parte dei suoi dipinti non erano buoni, però ci sono anche risultati brillanti, che a me piacciono molto. Si dovrebbe sempre giudicare un artista dopo aver preso in considerazione i suoi migliori lavori. Gunnar è diventato un amico per me, posso perdonargli qualsiasi cosa, anche se è un perdente o forse proprio perché è un perdente. Ci sono troppi Damien Hirst nel mondo dell’arte oggi, quindi lasciamo spazio anche ai perdenti. Pure in ambito letterario pretendiamo di essere tutti delle rock star, ma è uno show.

Gunnar Widforss
Gunnar Widforss

Credo che questo valga da sempre e non si limiti all’arte contemporanea. Anche nel Rinascimento era così.
Sì, certamente. Specie se si pensa ai giorni d’oro del Rinascimento. Credo che Damien Hirst possa essere paragonato a quegli artisti. Attorno c’è la stessa ricchezza economica che esisteva al tempo di Leonardo. Ma noi oggi viviamo nell’epoca della mediocrità, quindi credo sia interessante cominciare a studiare i perdenti.

Prima ha nominato Ansel Adams. C’è mai stato un incontro fra Ansel e Gunnar?
Ho cercato prove di un loro effettivo incontro, ma non le ho trovate. Certo, da un punto di vista artistico esiste un dialogo tra loro. È anche molto interessante il fatto che Ansel Adams sia riconosciuto come fotografo e come un vero artista, mentre Gunnar è ritenuto un mero illustratore. Credo che possiedano lo stesso talento nel ritrarre la potenza del paesaggio. Ansel Adams era uno dei miei eroi quando da giovane tentai di diventare un fotografo, quindi sono cresciuto con lui. Credo che entrambi siano stati fondamentali nella definizione di un determinato approccio alla natura. In Svezia noi conosciamo ogni aspetto della natura e della necessità di proteggerla, ma negli Stati uniti, dove le cose sono diverse, un approccio come quello messo in campo da Ansel e Gunnar ha fatto presa.

Quale peso ha la biografia nella costruzione delle sue storie?
Credo si tratti più o meno della stessa tipologia di lavoro. La biografia è come lo scheletro di una storia attorno a cui creare la “carne”. Mi piacciono i personaggi non molto conosciuti, così non ho troppo materiale a disposizione. Inoltre raccontare questo tipo di storie è un modo per parlare anche di altro. L’idea alla base del libro era di esplorare il concetto di paura, soprattutto la mia paura del fallimento, dell’oblio. Io ho scritto libri sugli insetti e non si può farlo senza parlare delle persone perché nessuno li leggerebbe. Anche in quelle occasioni ho usato le storie biografiche come il cuore pulsante della narrazione. Nessuno è davvero interessato agli insetti e, oggi, non troppe persone sono davvero interessate a questo tipo di pittura di paesaggio. Invece tutte le persone sono interessate alle persone.

Che ruolo ha giocato Gunnar?
Io agisco in questa terra di nessuno tra natura e cultura, dunque Gunnar è stato un compagno di viaggio perfetto perché era completamente immerso nella natura ed era un pittore. Inoltre era in cerca di un riconoscimento da parte del mondo dell’arte, anche se non lo ottenne mai, soprattutto per colpa della sfortuna. Il concetto di fortuna mi ha sempre interessato perché credo sia importante, specie in campo artistico. Ci sono moltissimi pittori e artisti concettuali di talento, ma è sempre una questione di tempo, sponsor, gallerie.

Vale la stessa cosa anche per gli scrittori?
Certo. Io ho avuto la fortuna di trovare editori all’estero interessati al mio lavoro, nonostante esistano tantissimi bravi scrittori svedesi, che però non vengono tradotti.

Conta anche il talento…
Sì, certo. È sempre un mix di vari aspetti. Proprio come l’ambiente e la genetica. La storia, però, è spesso scritta da persone fortunate e sicuramente molte di loro sono brillanti, ma ce ne sono altre, magari brillanti, di cui si è persa la memoria. La Svezia forse è un caso a parte perché è un Paese molto piccolo. Il palcoscenico è ridotto, quindi, se si colleziona arte, la Svezia è una giungla: si può trovare qualsiasi cosa, sembra un mercato delle pulci. Puoi trovare della pittura fantastica e acquistarla a fronte di una spesa minima, perché ogni generazione possiede poche stelle brillanti, mentre per altri la strada è molto più difficile.

Fredrik Sjöberg
Fredrik Sjöberg

Quale periodo artistico suscita il suo interesse di collezionista?
All’inizio ero molto interessato al periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ora mi piace tutto.

Prima lei ha parlato della sua paura dell’oblio. Che tipo di oblio? Come scrittore?
Sì. Io non ho scelto la carriera di scrittore per amore della scrittura. Odio scrivere. Volevo vivere la vita libera che sto vivendo ora ed essere sul palcoscenico. Sono anche un collezionista e mi piace seguire le tracce di una storia, raccoglierle e metterle in dialogo. Potrei farlo per anni. Ma l’atto di scrivere è davvero terribile per me. Ho iniziato a scrivere libri perché volevo diventare famoso. E, scrivendo in una lingua non diffusa a livello planetario come lo svedese, dovevo godere di una certa fama perché i miei libri fossero tradotti in altre lingue. Prima di scrivere L’arte della fuga avevo ottenuto un grosso successo con L’arte di collezionare mosche ed ero terrorizzato in merito alla direzione da prendere. La mia storia su Gunnar è certamente una questione di identificazione. Ha a che fare con il mio tentativo di prepararmi a essere dimenticato. Magari tra qualche centinaia d’anni qualcuno mi ritroverà, come emerso da un naufragio, e racconterà la mia storia. Io non credo in alcuna vita dopo la morte, ma mi piace l’idea di una riscoperta, a distanza di tempo.

Mi stupisce il suo odio dichiarato verso la scrittura. Leggendo il suo libro ho avuto la sensazione che lei si sia divertito parecchio a scriverlo.
È una considerazione che fanno in molti. Io cerco di nascondere la sofferenza che provo mentre scrivo. Ho tentato di diventare un fotografo, ma ero troppo timido per interfacciarmi costantemente con le persone. Quindi ho iniziato a scrivere, imparando moltissimo dalle lettere scritte a persone amate che mi rifiutavano. È la migliore scuola, perché sei totalmente immerso in quella situazione.

Fredrik Sjöberg, L'arte di collezionare mosche (Iperborea 2015)
Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare mosche (Iperborea 2015)

Dunque la scrittura non è qualcosa di semplice per lei?
No, io faccio ricerche, colleziono documenti, tracce, oggetti per molto tempo e fantastico sulla storia. A quel punto manca solo il testo, dunque mi impongo di lavorare per tre, quattro, cinque mesi, sette giorni su sette, così da completare il tutto. Poi sono soddisfatto dei miei libri, li rileggo, li trovo ben scritti. Mi piace essere in contatto con i miei traduttori, perché mi costringono a spiegare cosa intendessi dire, facendo emergere cose di cui non ero consapevole mentre le scrivevo.

Ne L’arte della fuga lei scrive: “Raramente, nel corso degli ultimi cento anni, l’arte è stata più comprensibile di oggi”. Eppure non sempre questa è una percezione condivisa.
Per me una buona quantità di arte politica e concettuale odierna è molto comprensibile. Diventa più complicato quando si tratta di arte rinascimentale e della trama di simboli che sottende. Soprattutto nell’arte contemporanea svedese è molto chiaro ciò che l’autore intende comunicare. Il sistema di simboli che percorre queste opere non è complesso, credo che sia chi ne scrive a rendere tutto molto più difficile di quanto sia realmente. Come osservatore e consumatore di arte contemporanea, ho la sensazione che chi scrive di arte contemporanea si rivolga al lettore trattandolo come un idiota. Spesso è difficile dire quali opere d’arte contemporanea siano davvero buone. Finché si tratta di pittura, sono in grado di individuare un artista con una solida formazione o una tecnica efficace, ma quando si tratta di una videoinstallazione, per esempio, è difficile dire cos’è disastroso e cosa è geniale.

Immagino che lei abbia visto la mostra di Damien Hirst. Cosa ne pensa?
Sono rimasto molto colpito dalla mostra di Hirst a Palazzo Grassi. Non mi è mai piaciuto come artista e questa era la prima volta che vedevo una sua mostra dal vivo. Ho pensato che fosse un parco giochi, ma anche che Hirst voglia dire qualcosa di molto importante riguardo al tempo in cui viviamo, al concetto di illusione, di finzione. È stato divertente.

E anche del tutto chiaro e comprensibile?
Non del tutto, ma comprensibile a sufficienza per me.

Arianna Testino e Marco Enrico Giacomelli

http://iperborea.com
www.palazzograssi.it/it/

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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.