Da qualche tempo è Lisboom. Sarà per la continua sete di novità che caratterizza gli esseri umani in epoca moderna, sarà per la cupezza che ha avvolto Istanbul, sarà perché il Portogallo e la sua capitale si stanno dando da fare in maniera eccellente sul fronte culturale – la nascita del MAAT e il rapido recupero di quel tratto di lungofiume lo testimoniano in maniera esemplare. Sta di fatto che il volto di Lisbona è cambiato rapidamente negli ultimi tre-quattro anni. Un brano di città ve lo raccontiamo in questo reportage.

In un’epoca di vili attentati terroristici, chiamarlo “Lisboom” non è una scelta felicissima. Il fenomeno però è tangibile: chiunque sia stato nella capitale portoghese anche solo tre o quattro anni fa – il nostro precedente reportage è datato 2014 – si accorge all’istante di quanto sia cambiata e stia cambiando la città. I fattori che concorrono a spiegare questo repentino mutamento sono molteplici, frutto della miscela fra elementi interni fortemente voluti e programmati e altri derivanti da accadimenti geo-politici esterni. Fra i più rilevanti in questa seconda categoria: l’inasprimento della dittatura “soft” in Turchia (il boom in corso era quello di Istanbul, senza alcun dubbio – almeno fino a Gezi Park o al mancato colpo di Stato della scorsa estate); la Brexit che paradossalmente ha colpito la città che meno la voleva, ovvero Londra; la tensione altissima che tuttora è palpabile in Francia e a Parigi in particolare, a causa della venefica spirale che vede inseguirsi attentati terroristici e provvedimenti securitari. Ma sarebbe ingeneroso attribuire soltanto alla casualità la rinascita di Lisbona: lo dimostra un progetto come quello di HCB – Hub Criativo Beato, enorme polo dell’innovazione e della creatività che sarà uno dei più grandi al mondo e il cui merito va in gran parte alla lungimiranza dell’amministrazione lusitana.

IL MAAT COME VOLANO

Esemplare del nuovo corso che sta investendo Lisbona è la zona adiacente al fiume Tago, nel tratto compreso fra il Ponte del 25 Aprile (data ben nota agli italiani: per noi è la Liberazione dal nazifascismo nel 1945, per i portoghesi il simbolo della Rivoluzione dei Garofani contro la dittatura di Salazar nel 1974) e l’iconica Torre di Belém, fortificazione voluta da re Giovanni II e costruita nel 1515-21 in perfetto stile manuelino.
Proprio a metà strada fra questi due landmark urbani si trova il MAAT – Museu Arte Arquitetura Tecnologia, che il 4 ottobre ha festeggiato il suo primo compleanno. Ospitato in una ex centrale elettrica e in un secondo edificio progettato da Amanda Levete, è affacciato sul Tago e su una banchina che si sta sviluppando a rapidi passi (ogni riferimento alla Tate Modern di Londra e al Bankside non è casuale), con quell’affollamento di runner e biciclette che abbiamo imparato a riconoscere come sintomo di una riconversione avvenuta con successo. Ed è stata proprio la titolare dello Studio AL_A a confermarlo, quando la avevamo incontrata a Roma nel gennaio del 2016: “Il tema è il rapporto fra la città e lo spettacolare sito di progetto, un lotto sul fiume Tago, rivolto a sud. Un elemento fondamentale del contesto è la luce che si riflette sull’acqua – molto bella, gialla, intensa. L’altro è la città, da cui il lungofiume è completamente tagliato fuori a causa dei binari ferroviari. Il nostro progetto vuole riconciliare l’affaccio sull’acqua con la città vecchia sulla collina”, proseguiva l’architetto. “In due modi: letteralmente, con un ponte che scavalca la ferrovia; metaforicamente, collegandolo a due spazi pubblici, una piazza esistente e uno spazio urbano sul tetto del museo, un luogo d’incontro sulla sommità dell’edificio, ma a sé stante. Da lì si può godere di una vista favolosa verso il Tago o – ancor più importante – spalle al fiume, assistere a un evento cui la città fa da sfondo, come una romantica vista notturna di una città illuminata in un film. In questo modo è possibile cogliere la relazione fra la città e il lungofiume, la loro vicinanza”.
Benché i numeri non siano sufficienti, almeno sono necessari. E quelli del MAAT, a un anno dall’inaugurazione, parlano chiaro: oltre 550mila visitatori, 2.451 amici del museo, 23 mostre, 432 artisti, 1.389 opere esposte, a cui si aggiungono 195 opere provenienti dalla EDP Foundation Art Collection (si badi bene: il MAAT è un museo privato, voluto dalla fondazione EDP – Energias de Portugal, fra i più importanti produttori di energia elettrica nel Vecchio Continente), 22 fra cataloghi e pubblicazioni. E poi ci sono i premi vinti dal progetto: fra i tanti, la Novelty of the Year – Time Out Lisbon Awards, il Design Prize 2017, la Museum Architecture of the Year – LCD Awards 2017 (e ci mettiamo anche il miglior nuovo museo internazionale secondo il nostro best of del 2016); e ancora, l’ingresso nelle shortlist dello EU Mies van der Rohe Prize 2017, del World Architecture Festival 2017 (categoria Culture) e del Blueprint Awards 2017 (categoria Public Use Private Funding). Può, praticamente da sola, un’architettura cambiare il percepito di un’intera città. Ebbene sì, può.

Bill Fontana, Shadow Soundings. Exhibition view at MAAT, Lisbona 2017
Bill Fontana, Shadow Soundings. Exhibition view at MAAT, Lisbona 2017

LE MOSTRE AL MUSEO

Sul fronte delle mostre, il primo compleanno del museo ha coinciso con l’inaugurazione innanzitutto del progetto di Bill Fontana. Shadow Soundings (fino al 12 febbraio) celebra proprio quel “sounding bridge” che è il Ponte del 25 Aprile con i suoi settanta metri d’altezza e gli oltre due chilometri di lunghezza, lungo i quali scorre un’autostrada a tre corsie nella parte superiore e il traffico ferroviario in quella inferiore. Allestita nella mirabile Oval Gallery del nuovo edificio, l’installazione audio-video dell’artista di Cleveland porta dentro al museo immagini e suoni dal ponte sospeso; e lo fa live, con dodici canali che provengono direttamente dallo stesso ponte. Un progetto efficace nella sua resa espositiva, ma ancor più impressionante se si pensa agli sforzi tecnici e organizzativi che si sono resi necessari per portarlo a termine. Merito anche e soprattutto di un direttore, che sta lavorando in maniera impeccabile nell’istituzione portoghese.
Da segnalare, fra le altre esposizioni, anche l’ottima rassegna video intitolata Tension & Conflict. Art in video after 2008 (fino al 19 marzo), alla quale è stato invitato anche il nostro Federico Solmi insieme ad altri ventuno artisti: a parte l’alta qualità della selezione, una menzione d’onore va ancora a Gadanho (qui in veste di curatore insieme a Luísa Santos) per l’allestimento di una varietà notevole di “filmic spaces”. Infine, nella Boiler Hall dell’edificio che ospitava la centrale elettrica, l’invito è ad aggirarsi per scovare i sette video dell’Artist’ Film International, programma lanciato nel 2008 dalla Whitechapel Gallery di Londra e nel quale spicca proprio l’opera dell’artista selezionato dal MAAT, The nomadic city of Camela di Luís Lázaro de Matos.

UN QUARTIERE SOTTO IL PONTE

Proseguendo verso est, la prima struttura da segnalare, oltre i binari ferroviari, è la Cordoaria Nacional. Non tanto per le sue qualità architettoniche, quanto per il fatto che l’edificio – risalente alla seconda metà del XVIII secolo – ospita Arco Lisboa, fiera d’arte la cui seconda edizione si è tenuta a maggio. Un’operazione che racconta molto di come si sta strutturando il sistema dell’arte in questi anni: la fiera, infatti, com’è evidente dal nome, è una sorta di succursale site specific dell’omonima rassegna madrilena, e naturalmente la proprietà è la medesima.
Particolarmente interessante, dopo esser passati sotto il ponte costruito dall’American Bridge Company nel 1960, è il neo-quartiere chiamato LX Factory. Un’officina creativa nata nel 2008 sulle ceneri di una imponente area industriale ottocentesca, estesa per circa 23mila mq. Una sorta di città nella città dove, aggirandosi per le vie in ciottoli, ci si imbatte senza soluzione di continuità in caffè e ristoranti, aree per il coworking e studi d’artista, ostelli e – andrebbe citata per prima – nella mitica libreria Ler Devagar. Allestita nella ex tipografia Mirandela, è un luogo affascinante, segnalato continuamente come fra i luoghi più belli al mondo nel suo genere, anche grazie al fatto di ospitare la doppia icona del quartiere: la sagoma sospesa di un uomo che cavalca una leonardiana bicicletta volante e il signor Pietro Proserpio, operaio e inventore italiano che risiede a Lisbona da una vita.

Federico Solmi al MAAT
Federico Solmi al MAAT

FOCUS BELÉM

Nel tratto di lungofiume – ma qui si può quasi dire: di lungomare, anzi, di lungoceano – compreso fra il MAAT e la Torre di Belém, le sorprese non sono finite. E hanno dalla loro parte il fascino di un mix storico di altissimo profilo. Fra gli highlight, oltre all’immancabile benché fin troppo turistica tappa da Pastéis de Belém, ci sono almeno un paio di luoghi da visitare. A partire dal Museo Nazionale delle Carrozze: consiglio un po’ atipico per noi, ce ne rendiamo conto, ma il motivo risiede soprattutto nella qualità dell’edificio, progettato dal Pritzker Prize brasiliano Paulo Mendes da Rocha e inaugurato nel 2015. Notevole in particolare il volume principale, sollevato rispetto al piano stradale, sì da creare una piazza pubblica di grande fascino.
Procedendo verso ovest, al di là della ferrovia, si incontra il Centro Culturale del quartiere, disegnato da Vittorio Gregotti e aperto nel 1993. Dopo 25 anni è impeccabile. Un complesso nel quale vanno menzionati i “servizi aggiuntivi” (bar e ristorante) affacciati su un giardino piantumato a ulivi; e il Museu Coleção Berardo, che quest’anno festeggia il suo primo decennale: è dedicato alla collezione d’arte moderna e contemporanea di José Manuel Rodrigues Berardo, ma è molto attivo anche nella programmazione di mostre temporanee (le personali di Sharon Lockhart e Lu Nan proseguono rispettivamente fino al 28 e al 14 gennaio).
Nel caso abbiate poi voglia di fare una sana passeggiata in salita, potete raggiungere in qualche minuto di cammino il Mosteiro dos Jerónimos, capolavoro manuelino costruito in onore di Vasco de Gama; e il Planetario Calouste Gulbenkian, intitolato al magnate la cui fondazione ha sede proprio a Lisbona (e filiale a Parigi), e che sempre nella capitale portoghese ha il suo faraonico museo d’arte moderna. Ma si tratterebbe di inoltrarsi in centro città, mentre il richiamo dell’oceano si fa sempre più insistente. E in un attimo si rischia di arrivare a Estoril e poi a Cascais, costeggiando le spiagge popolate da surfisti, per finire in uno dei tanti resort a cinque stelle che punteggiano la ricca cittadina portoghese.

HCB – Hub Criativo Beato, Lisbona
HCB – Hub Criativo Beato, Lisbona

HUB CRIATIVO BEATO: UNO DEI PIÙ GRANDI INCUBATORI D’IMPRESA DEL MONDO

Da ex complesso militare a polo dell’innovazione e della creatività firmato dall’architetto tedesco Julian Breinersdorfer: è questo il destino verso cui si avviano i venti edifici del nascente HCB – Hub Criativo Beato, la megastruttura che nei prossimi anni inciderà in maniera decisiva sulle sorti dell’omonimo quartiere di Lisbona. Tra le più antiche “freguesie” della capitale portoghese, Beato conserva testimonianze architettoniche e storiche stratificate. La posizione strategica – a ridosso del fiume Tago, nelle vicinanze del pittoresco Alfama, a dieci minuti di distanza dall’aeroporto – e l’esistenza di un patrimonio edilizio imponente lo rendono il luogo giusto per una delle più ambiziose operazioni di rigenerazione urbana dell’intero Portogallo.
Presentato lo scorso luglio congiuntamente dall’amministrazione comunale lusitana e da Startup Lisboa (l’associazione senza fini di lucro fondata nel 2011 dallo stesso Comune, da Montepio Bank e da IAPMEI – Portuguese Agency for Competitiveness and Innovation, già attiva in servizi di networking a supporto delle aziende locali) il progetto di HCB sarà sviluppato secondo quattro assi strategici. Dalla ristrutturazione, condotta nel rispetto dei principi della sostenibilità ambientale e della conservazione dell’identità storica, sorgeranno infatti distinte aree funzionali. Saranno rispettivamente destinate a processi a vocazione imprenditoriale (incubatori, acceleratori, fastlabs, ma anche coworking e coliving), alle industrie creative (dal cinema alla moda, dalla media art alla urban art, dalla musica al design, dal settore multimedia all’advertising) e all’innovazione e alla conoscenza (con centri di ricerca e open innovation spaces).
Tra gli obiettivi del progetto rientra inoltre l’attrazione sia di aziende già di riferimento nel campo dell’innovazione e della tecnologia, sia di startup e realtà emergenti, cui saranno destinati ulteriori spazi. In particolare, in questo peculiare ambito l’attività di HCB sarà condotta in sinergia con Factory Berlin, nome di punta della scena europea e tra i primi investitori. Robusta, infine, dovrebbe essere la rete di connessioni che l’hub vorrebbe tessere con il quartiere di inserimento e, di conseguenza, con l’intera città di Lisbona. Nell’intervento sono infatti inclusi servizi e dotazioni dei quali beneficerà in primis la comunità residente: è il caso degli spazi comuni multifunzionali, utilizzabili per riunioni ed eventi, delle strutture per lo sport, dei ristoranti, dei bar, dell’area street food e delle attività su misura per le famiglie e per i lavoratori con i figli, come la scuola materna.
Sette i milioni di euro previsti dal contratto di affitto con cui, per cinquant’anni, il Comune di Lisbona ha concesso in affitto i corpi di fabbrica della struttura. L’amministrazione si occuperà direttamente della realizzazione delle principali opere infrastrutturali, come le reti idrica, fognaria, elettrica e wi-fi, e dell’adeguamento di strade e piazze limitrofe. (Valentina Silvestrini)

Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #40

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.