Make in Italy. L’innovazione raccontata da Riccardo Luna

“Make in Italy” è il titolo della mostra che Riccardo Luna ha curato in due sedi: lo Spazio Tim all’Expo e il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Una rassegna che racconta cinquant’anni di innovazione italiana. Noi gli abbiamo chiesto cosa succederà nei prossimi cinquanta.

Intel 4004 - photo Mattia Balsamini
Intel 4004 - photo Mattia Balsamini

In anni recenti, all’innovazione – soprattutto tecnologica – si è associato il pensiero più che il fare: il mondo pullula di “thinker” dell’innovazione, dal design al campo digitale. In che proporzione, secondo te, progettualità e saper fare andrebbero bilanciate per realizzare innovazione? 
In realtà per cambiare le cose basta poco. Basta levare la H a “thinker” per ottenere un “tinker”, uno smanettone. Uno che fa cose con la tecnologia. Il cugino dei maker di cui tanto si parla.
A parte i giochi di parole, credo che sia evidente negli ultimi tempi una riscossa del saper fare, a tutti i livelli: dal learning by doing come metodo didattico al grande ritorno degli artigiani una parola che oggi spesso viene associata e preceduta da un termine che ne indica il rinato rispetto sociale: maestro. Maestro artigiano. È un tratto molto italiano, con radici antiche e che può trarre un grande beneficio da nuove tecnologie digitali che consentono a tutti di progettare o prototipare a basso costo.

Quali sono le sfide mondiali che la tecnologia dovrà affrontare in un futuro prossimo? Penso sia a sfide interne – l’impatto ambientale ed energetico degli stessi device che dovrebbero migliorare il mondo – sia a temi sempre più pressanti per la società contemporanea.
Le sfide mondiali della tecnologia e della scienza sono quelle indicate dalle Nazioni Unite nei Millennium Development Goal e non è possibile raggiungere quegli obiettivi senza innovazione. Ma prima ancora, a mio avviso, non è possibile davvero costruire un mondo migliore per tutti senza un grande investimento in education, in istruzione. Penso ovviamente soprattutto ai Paesi in via di sviluppo, dove l’obiettivo di far studiare tutti i bambini è più di un dovere morale. Ma lo stesso vale per Paesi come il nostro, che solo con un investimento nel capitale umano dei propri cittadini possono dire che avranno un futuro.

Riccardo Luna - photo Mattia Balsamini
Riccardo Luna – photo Mattia Balsamini

La prima innovazione made in Italy in mostra è targata Olivetti, negli Anni Novanta Tim lancia la sua rivoluzione nel campo delle telecomunicazioni… e nel XXI secolo chi promuove e sostiene – a livello di risorse economiche e materiali – i maker italiani? I fondatori di Arduino e Yoox hanno fatto da sé, molti altri operano nei laboratori e istituti di ricerca accademici: dove sono le aziende italiane di questi anni? Come si collocano rispetto al tema dell’innovazione tecnologica?
Arduino ha fatto da solo, Yoox no per la verità: Federico Marchetti è stato sostenuto dall’antesignano dei venture capitalist italiano, Elserino Piol, poi è stato bravo a non fermarsi.
Oggi le grandi aziende italiane fanno un po’ di fatica a fare innovazione, ma sarebbe semplicistico dire che non ne fanno. Telecom è seduta su migliaia di brevetti, e lo stesso vale per Enel ed Eni. Diciamo che un modello virtuoso di open innovation per cui le startup collaborano con le corporation dobbiamo ancora crearlo.

Oltre al know-how tecnico e alla tradizione culturale, un’innovazione scaturisce in genere in risposta a un’esigenza, a un bisogno che fino ad allora è rimasto insoddisfatto. In tal senso, non c’è il rischio che un Paese anziano come l’Italia sviluppi un attaccamento al passato, convinto che non ci sia più nulla da risolvere? In che modo innovazione e tecnologia potrebbero invece aiutare la società italiana, già a livello quotidiano?
Come Paese anziano, l’Italia dell’innovazione ha una grande opportunità: sviluppare servizi per una popolazione appunto anziana con bisogni di assistenza crescenti. È questo per esempio uno dei destini più interessanti della robotica. Del resto, se non lo faremo rischiamo davvero di dover affrontare un costo sociale rilevantissimo.

Make in Italy - veduta della mostra presso il Museo della Scienza e della Tecnologia, Milano 2015 - photo Mattia Balsamini
Make in Italy – veduta della mostra presso il Museo della Scienza e della Tecnologia, Milano 2015 – photo Mattia Balsamini

A proposito del rapporto tra periodi storici di una società, pensi sia possibile trovare una coniugazione fra tecniche di produzione artigianali e tecnologie innovative? Moltissimi mestieri in Italia stanno scomparendo, eppure sono alla base di alcuni degli oggetti made in Italy più conosciuti al mondo: dalla vetreria veneziana alla lavorazione dei tessuti e pellami per l’alta moda, un insistito discorso sull’innovazione non rischia di oscurare la promozione di altre eccellenze nostrane più “antiquate”?
In realtà questo sta già avvenendo, solo che non ce ne accorgiamo e quindi non ne parliamo abbastanza. Qualche tempo fa su un grande giornale americano c’era un lungo reportage su come la stampa 3d e in genere le macchine digitali a controllo numerico stiano dando una nuova vita agli artigiani italiani, gettando le basi di un nuovo made in Italy. Il make in Italy, appunto.

Che consigli daresti a un wannabe innovatore italiano? Penso a un creativo under 35 con tanta voglia di dare il suo contributo alla società e magari qualche buona idea, ma che non sa bene da dove cominciare: che gli diciamo?
Che non è vero che in Italia è impossibile fare le cose. Che tanti ci stanno riuscendo. Non è facile, e ci sono dei tranelli. Per esempio alcuni incubatori e acceleratori per startup sembrano a volte rallentare le startup. Ma le cose stanno migliorando e con un po’ di attenzione (e pensando a inventare prodotti e servizi per un mercato globale) è possibile farcela anche qui.

Caterina Porcellini

Milano // fino al 16 agosto 2015
Make in Italy. The Exhibition
a cura di Riccardo Luna 
MUSEO NAZIONALE DELLA SCIENZA E DELLA TECNOLOGIA
Via San Vittore 21

Milano // fino al 31 ottobre 2015
Make in Italy. The Exhibition
a cura di Riccardo Luna 
EXPO – SPAZIO TIM
www.makeinitaly.foundation

CONDIVIDI
Caterina Porcellini
Caterina Porcellini è nata a Taranto, si è formata al DAMS di Bologna e professionalmente a Milano. Già durante l'università sviluppa un interesse per l'influenza esercitata dalla tecnologia su pensiero e società, attraverso le tesi di Marshall McLuhan, Walter J. Ong e Lev Manovich. Da allora si mantiene sempre aggiornata sui nuovi media, lavorando come web editor, social media manager e consulente SEO. Dal 2007 ha collaborato con testate specialistiche e non, Exibart e alcuni siti del Gruppo 24 ORE tra gli altri. Continua ad avere un occhio di riguardo per quelle forme d'espressione che hanno una relazione diretta con il pubblico: architettura e design, fotogiornalismo, performance e installazioni. Grazie alla recente collaborazione con Plain Ink Onlus, sta approfondendo l'utilizzo con finalità sociali dei mezzi di comunicazione popolari, come fumetti e storytelling.