Arte e innovazione dirompente

Portato in auge da un fortunato libro di Clayton Christensen, “The Innovator’s Dilemma”, il gergo dell’“innovazione dirompente” si è affermato nelle teorie di management così come nell’amministrazione pubblica. Oggi modella il discorso giornalistico, politico e aziendale. Un editoriale di Michele Dantini.

Andy Warhol, Andy Warhol and American Flag, 1983 – Courtesy Galerie Bruno Bischofberger, Schweiz, Photograph by Andy Warhol ©Foto: Galerie Bruno Bischofberger, Schweiz ©The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc.

Sembra che grazie al gergo dell’“innovazione dirompente”la nostra epoca abbia ritrovato, in ambito economico, il pathos messianico che in altri tempi si riservava alla religione o all’ideologia. In The Innovator’s Dilemma ClaytonChristensen distingue due tipi di innovazione, “incrementale” e “dirompente”.
L’innovazione incrementale discende dal perfezionamento progressivo di uno stesso prodotto. La riduzione dimensionale del transistor o la progressiva sofisticazione del telefono cellulare sono innovazioni incrementali.
L’innovazione dirompente ha invece caratteri non lineari. Immette sul mercato prodotti a basso costo e li impone nei territori del Non-Consumo, conquistando nuovi mercati. È la sola, assicura Christensen, a procurare “crescita” durevole alle aziende che sappiano catturarla (o “incapsularla”) nelle proprie politiche di prodotto.

Clayton Christensen
Clayton Christensen

La teoria manageriale può aiutarci a comprendere la componente strategica che sta dietro al processo artistico e creativo? A mio parere sì: con cautela. Non è questa la sede per dilungarsi sul tema. Osservo però che attitudini imprenditoriali e capacità di orientamento competitivo sono da tempo requisiti importanti per un artista, tanto da potersi affiancare alle muse più tradizionali. La carriera artistica riesce o fallisce in contesti di mercato, e possiamo considerare l’arte un ambito precoce ed elettivo dell’economia capitalista. A una fase determinata della sua carriera, Andy Warhol ha manifestato con grande franchezza la propria propensione al business, stabilendo un modello oggi replicato da artisti-manager come Jeff Koons o Damien Hirst.

Roxanne Lowit - David Bowie Damien Hirst e Julian Schnabel NY 1996
Roxanne Lowit – David Bowie Damien Hirst e Julian Schnabel NY 1996

Come considerare, se non in termini di “innovazione dirompente”, la propensione di Warhol a produrre in serie immagini in apparenza banali e prive di mistero, vistosamente “imperfette” e a basso costo, dedicate a temi popolari e idiosincratici? E come non interpretare nello stesso senso, dal punto di vista dei processi di mercato se non delle intenzioni dell’autore, l’attuale vague dei graffiti alla Banksy?
Non si tratta dal mio punto di vista di ridurre l’attività artistica a un’attività economica, ma di imparare a riconoscere analogie tra ambiti spesso molto diversi.

Michele Dantini
editorialista e saggista
docente di storia dell’arte contemporanea università del piemonte orientale

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #22

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Venduti oppure veri artisti da calibro 90 un po’ tutte e due si con i soldi , come era in passato oggi di può si fa arte di qualità

  • Ruote telluriche

    Analisi ben poco originale . Si vede che Dantini non
    ha vissuto gli anni 80 e 90. Tra l’altro chi ha teorizzato
    su queste sottogenere di cose ha venduto poche copie
    anche quando l’atmosfera era piú favorevole al mito
    dell’imprenditore diffuso.
    Tra l’altro se di strategie commerciali si tratta non
    hanno certo bisogno di essere teorizzate .

    Siamo ancora a Warhol hirst koons?
    E con tutti i graffitttari muralisti che ci sono si cita
    Ancora solo bansky?

    • Michele Dantini

      Attenzione, care Ruote Telluriche. Il mio punto di vista è descrittivo e non prescrittivo (come si è forse creduto). E il senso dell’articolo (o dell’analogia tracciata) è scettico (se non invalidante) e retrospettivo (vale per la storia dell’arte, ma non ha affatto il senso, dal mio punto di vista, di un’indicazione di “poetica”): non è per niente entusiastico, come il tema della business Art poteva essere tratto negli anni anni Ottanta e Novanta.

  • angelov

    Nell’articolo i termini sono rovesciati: l’arte, quella con la A maiuscola, ha sempre fatto da battistrada, e aperto strade che poi sono state percorse e seguite dal resto delle attività ed espressioni umane etc.
    Oggi la pressione esercitata sulla cultura, per spillarle il succo più alla moda, ha portato a quell’anarchico e caotico minestrone che è davanti agli occhi di tutti, ed in cui tutti amano sguazzare volentieri, alla faccia delle gerarchie di valori, etiche & bla bla bla
    Qui non si tratta di chi è nato prima, se l’uovo o la gallina (arte o economia o etc), ma di riconoscere che è la Cultura la sola gallina dalle uova d’oro…