Livio Felluga. Con Yona Friedman il museo è nel vigneto

Cent’anni di Livio Felluga, fondatore di una delle più prestigiose case vinicole italiane. E la famiglia festeggia con un’inedita creazione, che è insieme architettura, opera di land art e scultura. Su progetto di Jean-Baptiste Decavèle, che abbiamo intervistato a pochi giorni dall’inaugurazione, e Yona Friedman.

L’azienda Felluga ha chiesto a lei e Yona Friedman di lavorare in una tenuta di campagna. Quali sono stati i primi elementi che la hanno colpita di questo paesaggio?
La mia impressione è che esista un’incredibile complessità, caratterizzata da un alto livello di complementarietà tra tutti gli aspetti del paesaggio. Posso dire che l’elemento visibile che più mi ha colpito è stata la presenza delle viti: Rosazzo ne è coperta. E le vigne per sopravvivere necessitano dell’aiuto degli altri, un po’ come capita a noi. Trovo incredibili infatti tutte le differenti modalità in cui la vite è coltivata. In generale è impressionante vedere quanto la vite sia legate alla storia dell’Italia…

Come si è creata l’occasione? Ci può raccontare da cosa siete partiti?
Tutto è cominciato tempo fa discutendo con Yona Friedman su cosa un museo possa essere. È davvero un grande uomo. Qualche tempo dopo fui contattato da Mario Pieroni di RAM radioartemobile, che mi chiedeva se avessi un’idea da proporre alla famiglia di Livio Felluga che voleva realizzare qualcosa di speciale per celebrare il suo centesimo compleanno. A qual punto parlai con Yona e dopo esserci confrontati proponemmo il Vigne Museum. Il processo è il risultato dell’azione di artisti ed imprenditori che lavorano fianco a fianco. Un grande aiuto è venuto da DAC – Denominazione Artistica Condivisa, una realtà che si occupa di instaurare relazioni tra arte ed impresa – e dalla generosità della famiglia di Livio Felluga.

L’opera che avete progettato è una struttura metallica aperta, collocata sul suolo naturale, tra le colline. Quali sono i motivi per cui avete preferito una forma così esile, senza muri o vetro?
Ci è sembrato importante che il fruitore potesse decidere di compiere egli stesso delle azioni, se ne avesse avvertito la necessità. È lui ad improvvisare delle soluzioni, decidere se c’è qualcosa da aggiungere o meno. Per le viti poi è fondamentale avere più spazio libero possibile. E comunque è possibile usare vetro, plexiglass, muratura o elettricità, qualora il fruitore avesse maturato un’ulteriore esigenza su quel sito.

Y.Friedman, JB.Decavèle, Vigne Museum - photo Luigi Vitale
Y.Friedman, JB.Decavèle, Vigne Museum – photo Luigi Vitale

Ci può spiegare la forma modulare che avete scelto?
La forma è conseguenza dell’intuizione avuta proprio in quel luogo. L’idea è totalmente legata alla mia comprensione e alla mia percezione del contesto ambientale, allo spirito della famiglia Felluga. Ed è anche il risultato della collaborazione avuta con Yona Friedman. Dal punto di vista tecnico è una costruzione composta da tre figure geometriche: triangolo, cubo e dodecaedro. Assemblandole è possibile generare un’infinità di forme tridimensionali, la maggior parte delle quali senza angoli retti.

Ma perché avete scelto di chiamarlo “museo” anche se è una scultura collocate all’aria aperta, un’opera di land art?
É essenzialmente un museo della vite, all’aria aperta, costruito tra colline meravigliose. Il progetto è architettonicamente basato sulle idee di Yona Friedman, che aveva cominciato ad occuparsi di musei già al tempo delle proposte per il Centre Pompidou di Parigi. Non è esclusivamente una scultura e nemmeno un’installazione o un concept-building: possiede tutte le potenzialità, ed è un museo.

Yona Friedman, Jean-Baptiste Decavèle, Dora Stiefelmeier - photo Luigi Vitale
Yona Friedman, Jean-Baptiste Decavèle, Dora Stiefelmeier – photo Luigi Vitale

Ma c’è qualcosa che dovete custodire o proteggere?
Non desideriamo conservare o proteggere nulla. Personalmente sono più interessato ad incoraggiare ciascuno ad improvvisare qualcosa nel museo. È un’architettura, molto particolare, realizzata per il vigneto e per Livio Felluga, a testimoniare il rispetto e l’amore per quei luoghi coinvolti nel processo di creazione del vino. Attorno al museo verranno piantate cento viti, che nel giro di qualche anno copriranno una parte della struttura. Ciononostante dall’interno del museo sarà possibile godere di punti d’osservazione per il paesaggio circostante.

Lei ha lavorato a fianco a Friedman. Com’è stato sviluppare un progetto a quattro mani?
Abbiamo lavorato molto semplicemente, usando fax, telefono e qualche email. Non ci sono stati modelli, mappe o disegni tecnici: per il Vigne Museum Yona ha fatto quattro disegni, molto semplici, sopra delle foto che avevo fatto alla mia prima visita alla famiglia Felluga, quando venne scelto il luogo su cui intervenire. E poi a Rosazzo c’è stata la realizzazione, con l’aiuto delle persone. Ma direi che è stata davvero un’improvvisazione. Come un pezzo suonato in due al pianoforte!

Daniele Capra

VIGNE MUSEUM – LIVIO FELLUGA
Brazzano – Cormons (GO)
via Risorgimento, 1
0481.60203
www.liviofelluga.it

 

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Daniele Capra (1976) è giornalista, curatore indipendente ma militante. Tra le mostre curate la personale di Matteo Fato alla Fondazione Dena di Parigi, Contractions presso Dolomiti Contemporanee, Fisiologia del Paesaggio per i Musei di Zoologia e Anatomia Comparata dell’Università di Bologna, Let’s Go Outside per il Comune di Milano, Drawing a Video al Museo Janco Dada di Haifa e la IV edizione del festival Tina-B di Praga. È stato curatore del Premio Emergente Europeo Trieste Contemporanea nel 2008 e nel 2009, giurato all’International Onufri Prize di Tirana. Scrive per Artribune, per Nordest Europa e per i quotidiani veneti del Gruppo Espresso. È membro del comitato scientifico del festival culturale Comodamente. Vive un po’ troppo di corsa, con molti libri ancora da leggere ed il portatile sempre acceso.