Simon Lamunière: la mia Ginevra tra Neon Parallax e artgenève

Il presidente di una delle più interessanti fiere emergenti dedicate all’arte contemporanea, Simon Lamunière, racconta la nascita e la crescita di Neon Parallax e di artgenève. Anticipando alcune novità che prenderanno corpo a partire dalla fine di gennaio 2015.

Neon Parallax (S.Xhafa  and D.Gonzalez-Foerster), Geneva 2012
Neon Parallax (S.Xhafa  and D.Gonzalez-Foerster), Geneva 2012

A Ginevra, a partire dal 29 gennaio 2015, Simon Lamunière (1961), art consultant e curatore svizzero, nonché curatore di Art Unlimited per undici anni, dal 2000 al 2011, sarà nuovamente presidente di una delle fiere dell’arte europea maggiormente in crescita: artgenève. Il tema programmatico della rassegna verterà su Centri e Periferie. Ma quali sono le reali potenzialità e le reali novità dell’evento? Quali le caratteristiche per renderlo attivo nel vivaio dell’arte contemporanea europea? Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

La tua figura autoriale è molto versatile, spesso hai assunto diversi ruoli: dal curatore al presidente di una fiera dell’arte. Potresti descrivere oggi gli eventi che stai pianificando lavorando in parallelo, da Neon Parallax ad artgenève?
In tutti i miei differenti ruoli cerco sempre di dare all’arte il suo ruolo fondamentale. Dal lancio di Art Unlimited nel 2000, e durante gli scorsi dodici anni, ho combattuto per assegnare a ogni opera la massima visibilità e la corretta ambientazione spaziale; lavorando molto sull’allestimento e sull’architettura espositiva. Credimi, non è così scontato creare e organizzare una mostra che nel contempo è anche una fiera. Adesso continuo a lavorare su progetti a larga scala ma in spazi pubblici all’aperto, come Neon Parallax, che si concentra sulla commissione di opere luminose sui tetti degli edifici che circondano Plaine de Plainpalais.
La piazza, nel cuore di Ginevra, ha un’estensione di circa 95mila mq, funziona come una sala espositiva su grande scala, su scala metropolitana direi. Neon Parallax agisce positivamente con l‘ambiente circostante. I dieci lavori, installati tra gli altri da Christian Jankowski, Ann Veronica Janssens, Dominique Gonzalez-Foerster, nonostante siano tutti creati da luci al neon o led, sono lavori unici e autonomi, ognuno inserito in un contesto specifico. Nei dintorni, nella zona dell’art district, ho anche concepito un microscopico spazio (due mq) dove invito artisti come Heimo Zobernig, Sylvie Fleury e presto Denis Savary a esporre i loro lavori in un’insegna luminosa di due metri quadrati visibile 24 ore su 24.
Nell’estate del 2015 curerò una grande rassegna di scultura a Domaine du Muy, un parco privato vicino a Saint-Tropez, nel sud della Francia. Si tratta di un’occasione per me molto stimolante, considerando che sarà il mio primo lavoro allestito nella natura.

Simon Lamunière
Simon Lamunière

Come bilanci la tua attività di artista con i progetti curatoriali? Da dove trai ispirazione?
Non lavoro più come artista, ma cerco di sviluppare le mie idee conservando la mentalità di un artista. Può sembrare pretenzioso, ma se un progetto suscita interesse e stimoli nell’artista che c’è in me (nel senso che mi piacerebbe parteciparvi come tale), allora penso che valga la pena di svilupparlo ulteriormente.Ho comunque delle preferenze. Sia quando lavoravo con video e digital art negli Anni Novanta che curando mostre come Art Unlimited (in particolar modo The White City), Version_2000 oppure Utopics, Systems and Landmarks, le architetture, i luoghi, i corpi intesi come spettatori sono fondamentali. L’orientamento spaziale durante il movimento è lo strumento che prediligo. È qualcosa che nasce dalla somma delle mie esperienze personali.
Le mie ispirazioni nascono dal mio personale distacco dal corpo, nel tempo e nello spazio. Uso questo processo mentale per concepire esposizioni e mostrare i lavori deducendone gli elementi rilevanti. Il Live-Taped Video Corridor del 1970 di Nauman, il Claim di Acconci del 1971 e lo Space Walk del 1972 di Levines sono i lavori più significativi per capire questa logica, in quanto integrano tempo, spazio e artista in molteplici livelli di significato e realtà, che estesa a un concetto espositivo corrompono e orientano la percezione del lavoro stesso. Mi piace giocare e mettere in scena. Il gioco ha una sua precisa distorsione tra il pensare e il creare immagini. Non sono interessato al teatro ma piuttosto alla danza, alle performance di Fluxus o al lavoro di Tino Sehgal, Instead of allowing some thing to rise up to your face dancing bruce and dan and other things del 2000. I confini tra artista, opera, spettatore e ambiente si intrecciano diventando indistinti. Per me le opere si comportano come virus che penetrano il corpo ma anche l’anima. Qualche volta, quando osservi dei lavori importanti, capita che tu ne rimanga ossessionato perché sono molto difficili da accettare inconsciamente.

Christian Robert-Tissot, Dimanche, 2012
Christian Robert-Tissot, Dimanche, 2012

Potresti svelare come una città del calibro di Ginevra possa mettere in scena, esprimere la sua vitalità e le sue risorse contemporanee ai propri pubblici di riferimento?
Ginevra è una piccola città di 400mila abitanti. Poche persone riescono a percepire questa vitalità perché distolte da tutto quello che succede a livello diplomatico e internazionale. Ginevra si è storicamente costruita sulle relazioni internazionali perché è discreta e di animo aperto. Questo è quanto le banche, la Croce Rossa e le Nazioni Unite hanno sviluppato negli anni. La visibilità è essenziale nell’arte: questo è difficile per una città che ha costruito se stessa sulla discrezione. Comparati a Basilea e Zurigo, i budget che vengono allocati per l’arte, al momento, sono ridicoli.
Ecco un esempio del ruolo invisibile che Ginevra ricopre: il mercato dell’arte, che appare molto potente a Basilea e Zurigo, attualmente ha un suo discreto peso anche a Ginevra con il più grande porto franco dell’arte al mondo. Cosi, se da un lato soffriamo un poco di visibilità, dall’altro questo è la nostra forza. Ci dà ogni giorno la giusta energia per innovare e mostrarci con nuove formule come Neon Parallax, artgenève, il Mamco, la Barbier Muller collection ecc.

Qual è il budget di Neon Parallax?
Il budget complessivo è di 1.300.000 franchi svizzeri. La somma include tutto: progetto, concorso, giuria, pubblicazione, produzione e il fee degli artisti, ma esclude la comunicazione, visto che Ginevra non alloca nessun budget per essa. I tetti dove sono situate le opere sono invece concessi dai rispettivi proprietari.

Liam Gillick, "Nope", exhibition view, 2m2 Gallery, 2012
Liam Gillick, “Nope”, exhibition view, 2m2 Gallery, 2012

Quali tipi di strategie stai sviluppando per mettere in risalto la fiera d’arte di Ginevra nello specifico scenario dell’arte contemporanea svizzera? Quali novità presenterai nel 2015?
artgenève è un art salon, non una fiera. Questa idea di fare un salone è più significativa in quanto è un luogo per incontrarsi, rilassarsi e scambiarsi idee. Ha una scala umana ed è basata su vendite private, servizi per l’arte e dealer. Senza dimenticare le parti non commerciali per incrementare la necessità di dialogo fra arte e istituzioni. Quando decidemmo di lanciarla, pensammo a un percorso innovativo e ogni giorno mettiamo tutte le nostre energie per far sì che ciò avvenga. Abbiamo convinto dealer, collezionisti e istituzioni pubbliche a interagire. Abbiamo riscontrato un incremento su tutti i livelli, ad eccezione però del numero di espositori che, per scelta, vorremmo tenere sotto i sessanta, giusto per mantenere un livello internazionale, ma anche una scala umana in tutti i sensi.

Parlando di fiere dell’arte, a tuo parere quale in Europa rappresenta un modello da prendere ad esempio?
Attualmente preferisco esposizioni istituzionali, musei e grandi mostre. Apprezzo molto visitare collezioni private. Le fiere d’arte si stanno muovendo più come festival o punti d’incontro frenetici, molto importanti per scambi e networking. Ma con troppo poche platee per discutere l’innovazione nell’arte. Anche Fiac lavora con impegno con un’alta qualità di stand e una meravigliosa disposizione delle opere in spazi esterni. Naturalmente Art Basel rimane un riferimento, ma sta diventando molto corporate e Art Unlimited ha perso l’obiettivo originario, diventando sempre più una vetrina per le gallerie invitate.

Sylvie Fleury, "CAMINO DEL SOL", exhibition view, 2m2 Gallery, 2014
Sylvie Fleury, “CAMINO DEL SOL”, exhibition view, 2m2 Gallery, 2014

Che cosa pensi della collezione del Mamco e, da curatore, quali tipi di suggerimenti, di programmi proporresti per attivarla?
Il progetto originale di Christian Bernard è estremamente originale. Non è così scontato creare un museo processuale. Ma oggi questo concetto è intellettualmente molto francese, con l’idea di percorsi e palinsesti che si sono esauriti lentamente nel tempo.
La collezione, costituita attraverso collezionisti dell’area ginevrina, ha pezzi veramente importanti. A mio parere, il programma dovrebbe essere più aperto e internazionale, molti maggiori artisti contemporanei sono modestamente rappresentati e valorizzati. La rotazione delle opere potrebbe essere più dinamica e aprirsi ad altri media come video, performance, installazioni, architettura. Per quanto riguarda il percorso museale, lo trovo rigido e chiuso, con troppo poca luce naturale. L’architettura dell’edificio non è abbastanza flessibile e innovativa. Quando penso a delle esposizioni, tento di integrare ed espandere ogni singola parte dello spazio disponibile, dall’entrata all’uscita di emergenza allo spazio esterno. Questo perché esistono abbastanza artisti da riempire ogni singolo spazio, anche quelli non convenzionali. Non vedo nessun limite all’arte.

In merito a un’ipotetica mostra e a un tuo incarico curatoriale a pieni poteri, quali artisti selezioneresti e perché?
Domanda molto difficile a cui rispondere in astratto, dal momento che ogni mostra è concepita su basi concrete (dalla location allo spazio, al tempo di preparazione, al budget, alle limitazioni dovute all’architettura dei luoghi). Tuttavia anche la collezione di un museo è difficile da abbozzare, perché dipende molto dai suoi intenti, dalla sua qualità, origine e ubicazione.
Presumendo che nel 2017 potessi proporre quello che desidero, l’esposizione su cui lavorerei connetterebbe arte, architettura e il corpo in movimento. Mi piacerebbe allestirla in una meravigliosa area naturale, qualcosa tra le Cime di Lavaredo, i giardini di muschio a Kyoto (Kokedera) e la realtà virtuale. Inviterei artisti, designer e scienziati a creare strutture che i visitatori potrebbero temporaneamente abitare e condividere con altri, differenti forme di interazione attraverso i media ma anche attraverso la realtà. Sarebbe comunque difficile definire cosa è cosa, chi è chi, e dove questo utopico scenario filmico potrebbe essere ambientato.Soprattutto mi piace lanciare eventi e strutture, per aprire porte e luoghi a cui mai avremmo potuto pensare di accedere. Dopotutto, come disse una volta Robert Filliou, “l’arte è quel che rende la vita più interessante dell’arte”.

 

Atto Belloli Ardessi

 

http://neonparallax.info

http://artgeneve.ch

http://2m2.ch

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Atto Belloli Ardessi
Direttore Artistico dell’Isisuf (istituto internazionale di studi sul futurismo), organizzazione che, fondandosi sull’esperienza futurista, anticipa e segue i micromovimenti dell’arte contemporanea. Svolge attività critica nell'ambito delle arti plastiche moderne e contemporanee e del design, curando esposizioni, saggi e monografie. Sviluppa progetti legati all’arte visuale, all’architettura, alla letteratura, alla musica e al design. E’ stato docente al Politecnico di Milano e all’Istituto Europeo di Design (IED moda lab) dove si è occupato di metodologia della comunicazione visiva e analisi delle tendenze. E' direttore creativo dell'agenzia di comunicazione e architettura A-septica, con sedi a Milano ed Eindhoven.