Maestro Stromae Mosaert


Un personaggio forte, con un’identità complessa e affascinante. Parliamo di Stromae, stella nascente della scena musicale europea e mondiale, un caso interessante per studiare le commistioni tra musica, arte e poesia di strada. A partire dai suoi iconici videoclip.


Stromae
Stromae

In uno dei lavori precedenti al memorabile, poliennale sodalizio con Marina Abramovic, Ulay si presentava in versione doppia, uomo e donna: metà del viso con barba e capelli corti, un’altra metà con capelli lunghi e trucco. Esistono delle polaroid che lo documentano. Me lo ha fatto tornare in mente Tous Les Mêmes di Stromae, cantautore che in questo periodo domina la scena musicale europea e sta per sbarcare in America.
Non è la prima volta che soluzioni provenienti dal mondo delle arti visive affiorano nella grande comunicazione, si trovano come applicate nella cultura pop, e non si sa fino a che punto in modo consapevole. È successo, fra l’altro, in tanti videoclip di esponenti della musica rock e non solo. Con Stromae ci troviamo davanti a un caso eccezionale, in cui molti ambiti e generi confluiscono per trovarsi in una miscela davvero efficace. Poesia di strada (cos’è il rap se non un prepotente riemergere di poesia orale nell’era digitale?), canzone d’autore, elettronica, dance e danza, giochi linguistici, teatro, visual art, tradizioni locali, tutto concorre alla sua musica.
Meticcio per nascita, di madre belga e padre ruandese, vittima del genocidio del 1994, Stromae con Papaoutai ha messo in scena il disagio di un bambino per la mancanza del padre, in quella che a me sembra una piccola Dogville, pensando a Lars Von Trier, che accoglie un musical. La rappresentazione di un doppio in questo caso è generazionale: in un’ambientazione anni Cinquanta, un bambino pone domande a un adulto assimilato a un manichino, trasfigurazione di un padre che non può dare risposte. La produzione di questo video è elaborata, impegnativa, costosa, ma in altri filmati Stromae si è messo in scena in modo più dimesso, come insegnante di un corso musicale a puntate, oppure ironizzando sul culto dell’autore e contemporaneamente sulla facilità della composizione musicale, grazie all’incontro di campionatori e software oggi facilmente disponibili.

Stromae
Stromae

Per quanto riguarda il connubio tra musica, azione e immagine, si possono trovare dei precedenti, Michael Jackson, Grace Jones, soprattutto quando quest’ultima si consegnava alla regia totale di Jean-Paul Goude, con la differenza che in Stromae non c’è mai eterodirezione, la gestione non è affidata ad altri. Il suo è sempre un gioco, anche di squadra, ma orientato e controllato da lui, in prima persona. È un perfezionista. Si pone con immediatezza e godibilità ma niente è semplice come appare. Alla nonchalance con cui si pone corrisponde una pianificazione estrema, un controllo dei dettagli in qualsiasi manifestazione, nella conclusione dei brani e nella confezione, nei video, nelle apparizioni televisive, nei concerti. Il pensiero va a Andy Warhol, inespressivo, laconico, indifferente, eppure gestore di una Factory, artista, produttore, regista, editore, con risultati che rimangono nella storia.

Paul Van Haver ha deciso di chiamarsi Stromae, invertendo le sillabe della parola Maestro, come si fa nel Verlan, gergo giovanile da banlieue, e utilizzando le stesse lettere, ha chiamato Mosaert la sua linea d’abbigliamento, con realizzazioni particolari: alla purezza di linee e forme corrisponde una concezione del colore di gusto molto africano, non basata su abbinamenti e armonie occidentali.
Per gli artisti operare è difficile. Quasi sempre vi è un dislivello fra lavoro di studio e spettacoli dal vivo, due mondi che nelle loro specificità raramente giungono agli stessi livelli. Con Stromae non si sa quale versione preferire. Ne abbiamo avuto una prova con la sua partecipazione come ospite all’ultimo festival di Sanremo. L’interpretazione di Formidable era talmente convincente che qualche dirigente Rai e molti spettatori per un po’ di minuti hanno pensato di trovarsi davvero davanti a un ubriaco fort minable.

Giulio Ciavoliello

www.stromae.net

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Giulio Ciavoliello
Giulio Ciavoliello scrive di arte contemporanea e ha curato mostre. Ha fondato e diretto Artshow, guida a mostre e musei (1986­2011), ha fondato e diretto Combo, rivista d'arte contemporanea (2007­2008). Ha pubblicato “Dagli '80 in poi. Il mondo dell'arte contemporanea in Italia” (Artshow edizioni­Juliet editrice, Milano­Trieste 2005). Ha curato “Francesco Bonami, La sabbia e il gorgoglio, Scritti 1993­2002” (Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2003). Insegna Storia dell'arte contemporanea all'Accademia di Brera-Milano.
  • Giampaolo Abbondio

    Confermo, sono stato al suo concerto all’Alcatraz un paio di settimane fa, portato da amici…ero molto scettico vedendo anche un pubblico composto in prevalenza da teenager, invece mi son trovato un artista con un talento smisurato, una componente visiva ricercatissima ed elegantissima, davvero una piacevole sorpresa (detto questo, la musica non è certo il mio genere, continuerò ad ascoltare i miei vecchietti del rock…)