La scomparsa della fantascienza

Negli Anni Sessanta-Settanta c’erano autori come Philip K. Dick e James Ballard, nelle due decadi successive – con cyberpunk e steampunk – arrivano pezzi da novanta come William Gibson e Bruce Sterling. E ora? Ora c’è il fantasy, e la fantascienza se ne va…

Robert Silverberg, Tom O'Bedlam (1985)

Per un decennio circa, tra Anni Sessanta e Settanta, c’è stato un momento luminoso e oscuro in cui la fantascienza ha raggiunto quasi di colpo la piena maturità, ha oltrepassato ogni confine di stile e di genere, ha attinto a piene mani alla sperimentazione modernista (Joyce, Kafka, Eliot, Woolf, Stein) e si è lanciata alla scoperta dello spazio interiore, della psiche collettiva così come si stava trasformando, cercando di restituire il valore e il senso di quella trasformazione e di proiettarla magnificamente in avanti.
Il futuro costruito a livello immaginario era ricavato dalle scorie e dai dettagli percepibili nel presente, scavati, distorti e montati. Era la fantascienza speculativa di autori come Dick, Ballard, Moorcock, Zelazny, Le Guin, Silverberg, Delany, Brunner, Spinrad, Farmer, Disch: “La fantascienza di avanguardia degli Anni Sessanta e Settanta spesso si ubriacava di parole, applicava per amore o per forza tecniche moderniste ai vecchi temi del genere, aggiungeva per compensazione manciate di alienazione e sessualità a personaggi che avevano appena messo da parte il loro regolo calcolatore. Ma l’avanguardia rese anche possibili libri come ‘Dhalgren’ di Samuel Delany, ‘Un oscuro scrutare’ di Philip K. Dick, ‘I reietti dell’altro pianeta’ di Ursula Le Guin e ‘334’ di Thomas Disch – opere paragonabili alla migliore narrativa americana degli Anni Settanta, a prescindere da etichette, categorie e generi. […] Quello che rende la fantascienza stupenda e complicata è quel misto di speculazione e di favoloso: la fantascienza è al tempo stesso narrativa di pensiero e narrativa di sogno”, scrive Jonathan Lethem [1].

Philip K. Dick, Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb (1965)
Philip K. Dick, Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb (1965)

Queste opere e questi autori (in particolare Ballard e Dick), il tipo di funzionamento narrativo del loro futuro, costituiscono la piattaforma su cui verrà costruito di lì a poco il cyberpunk Anni Ottanta di William Gibson, Bruce Sterling, Paul De Filippo, Lewis Shiner e altri (gli stessi, grossomodo, che si cimenteranno durante gli Anni Novanta nell’avventura stilistica e immaginativa dello steampunk): i quali monteranno quelle stranissime idee a proposito di una realtà distopica, oscura, fantasmagorica all’interno di una solida cornice teorica e tecnologica, in cui il presente e il futuro si allontanano sempre di più, fino a divenire praticamente indistinguibili fra loro. Come avviene, ad esempio, nei romanzi che Gibson sta componendo da una decina d’anni a questa parte, ambientati in un “presente immaginario” che coincide con un passato recentissimo rispetto alla narrazione (la Blue Ant Trilogy de L’accademia dei sogni-Pattern Recognition, 2001, Guerreros-Spook Country, 2007, e Zero History, 2010): “Non avevo punti di riferimento, non potevo navigare. Ciò che questi romanzi hanno fatto per me è stato permettermi di costruirmi un ‘indicatore di stranezza’. E ora, se voglio scrivere qualcosa che sia ambientato nel futuro e che sia rigorosamente immaginato a partire da questo mondo incomprensibilmente strano e complesso come quello in cui viviamo, so di averne preso le misure, in qualche modo, attraverso la narrazione, aprendo semplicemente me stesso a questa stranezza” [2].

Ursula K. Le Guin, The Dispossessed (1974)
Ursula K. Le Guin, The Dispossessed (1974)

È esattamente questo “indice di stranezza” a farsi, oggi, sempre più irrintracciabile. Intendiamoci: non è che manchino autori meravigliosi, dotati di antenne potentissime in grado di riconoscere e raccogliere i semi di futuro nel tempo che attraversiamo. Autori come China Miéville, Robert Charles Wilson, Robert J. Sawyer, Alastair Reynolds, Ken MacLeod. È che la fantascienza sembra aver perso il suo statuto, il suo potere accumulativo: la capacità di addestrare alla ricostruzione della realtà. È un genere meno attraente di altri, ridotto ormai a pochissimi nomi su uno scaffale delle librerie. Fredric Jameson, ne Il desiderio chiamato Utopia (2005), ha cominciato a indagare le cause di questa decadenza: istituendo ad esempio un collegamento diretto e importante fra lo strapotere recente del fantasy e l’involuzione, la regressione in chiave conservatrice delle nostre società. Un’epoca che non vuole immaginare criticamente se stessa, differente nel futuro, non sente alcun bisogno di una letteratura e di un’arte che la aiutino a farlo.

Christian Caliandro

[1] Perché la fantascienza non viene ancora considerata letteratura a tutti gli effetti?, minima&moralia, 30 marzo 2014, http://www.minimaetmoralia.it/wp/perche-la-fantascienza-non-viene-ancora-considerata-letteratura-a-tutti-gli-effetti/.

[2] Mike Doherty, William Gibson: I really can’t predict the future, Salon, 22 gennaio 2012.

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #19

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • EvkNetwork

    Molto interessante, complimenti. Sono abbastanza d’accordo sulla conclusione, anche se mi verrebbe da obiettare che non tutta la Fantasy sottende (e incoraggia) un pensiero conservatore. Piuttosto la fantasy per certi aspetti è più facile per chi non ha una preparazione scientifica almeno basilare, fenomeno sempre più diffuso non solo nel nostro Paese.

    Invito anche a leggere questa intervista a Giuseppe Lippi.
    http://www.paginasuccessiva.it/Intervista-a-Giuseppe-Lippi

  • Seli

    Gli anni Sessanta e Settanta, pur nel contesto di forti crisi politiche e di inquietanti panorami internazionali, vivevano sulla scia di una spinta verso il futuro nata in epoca postbellica che, utopica o distopica che fosse, rimaneva imprescindibile, Quella spinta si è esaurita di fronte alla disillusione storica e alla corsa all’edonismo. Sulle macerie di tutto ciò non poteva che crescere la nostalgia, sottile e insidiosa, ed essa non può che guardare al passato, un passato mitico e mitologico, fantasy, che giunge a rivestire persino i sogni futuristi creando lo steampunk.

  • hex75

    non credo sia sparita, semplicemente è stata spesso e volentieri inglobata dalla letteratura “non di genere”: penso (ad esempio) al finale de “la possibilità di un’isola” di michel houellebecq che a me ha ricordato tantissimo ballard, a “infinite jest” di david foster wallace, i libri di jeff noon, e a tanti altri (tra cui lo stesso jonathan lethem)…

    insomma, magari non si vede, ma l’influenza continua ad esserci!

    ah, tra i nomi “da seguire” aggiungerei anche ian mcdonald, davvero bravo.

  • Culturainblog

    Qual è in brevissima sostanza la linea di confine tra fantasy e fantascienza?

    • christian caliandro

      premesso che una vera linea di confine probabilmente non esiste – alcuni tra gli autori più interessanti si muovono infatti proprio su questo confine, dilatandolo, allargandolo, spostandolo continuamente (c. miéville, r. c. wilson, ecc.) – direi che la differenza sostanziale potrebbe essere questa: la fantascienza solitamente ha a che fare con la speculazione, con l’estrapolare alcuni dati dalla realtà del presente e sul portarli alle estreme conseguenze, sul costruire il futuro a partire da ciò che è osservabile qui e ora; il fantasy, anche quello più (oscuramente) realistico, non si basa sull’osservazione dell’esistente ma trasferisce il lettore in un altro ‘regime’, che pur intrattenendo rapporti con questo non è ad esso legato da un rapporto causale, da una discendenza diretta.

  • Pingback: Il fantasy sta uccidendo la fantascienza? | Penne Matte()