Sistema dell’arte: dove sono critica e pubblico?

Alcuni giovani artisti emigrati lo definiscono una “pozzanghera”: molto più logico rivolgersi all’esterno e fare più studio visit possibili. Altri ritengono il termine ‘sistema’ vetusto e troppo legato all’institutional critique degli Anni Novanta. Qual è oggi la funzione del sistema dell’arte?

Opening presso SmART, Roma

Quando ci si addentra nel capire lo stato della critica d’arte in Italia o se per esempio esista un pubblico vero, oltre ai soliti addetti ai lavori, anche questi iniziano ad ammutolirsi. In fondo le prove del funzionamento di un sistema sono spesso difficili da definire e sfuggenti.
Il sistema dell’arte è importante perché le sue dinamiche e i suoi andamenti influenzano il contenuto delle opere, la formazione degli artisti e l’economia che ruota attorno al sistema stesso. Un sistema poco meritocratico ed eccessivamente basato sulle pubbliche relazioni disincentiva la ricerca e favorisce la fuga di cervelli, non tanto all’estero quanto verso altri ambiti. Inoltre l’Italia proviene da anni in cui la scuola d’arte è stata consigliata agli studenti meno brillanti. Al di là del fatto che qualche volta quelli considerati meno brillanti non sono tali, si può ben capire di quale status abbia goduto la parola ‘arte’ negli ultimi cinquant’anni italiani.
Ma se è importante parlare di sistema, perché è importante parlare di arte, quindi di sistema dell’arte? Dopo un secolo come il Novecento e il suo strascico Anni Novanta, è ormai chiaro che l’arte presiede a ogni ambito umano. La frase “con la cultura non si mangia” è errata perché tutto è cultura; ancora meglio, tutto è arte. Se prendiamo qualsiasi fenomeno contemporaneo, possiamo evidenziare una pratica artistica che nel corso del XX secolo è stata anticipata da qualche artista. Come non vedere una forte componente artistica in progetti di successo come Apple, Google o Facebook? Non è forse Facebook lo strumento per avere i quindici minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol negli Anni Sessanta? E se pensiamo all’operazione di Beppe Grillo, non vediamo forse un’interpretazione del pensiero di Joseph Beuys, il quale sosteneva che l’artista dovesse attivarsi per poter modificare e plasmare la società? Ma anche se pensiamo al nostro privato, non serve forse una forte dose di creatività e ingegno per mantenere viva una relazione sentimentale? O anche solo una famiglia completa ai tempi della crisi? L’arte presiede il nostro micro-quotidiano quanto il nostro macro.

Arte e pubblico
Arte e pubblico

Due elementi fondamentali di un sistema dell’arte sono la critica e il pubblico. La critica non serve a distruggere l’artista di turno, quanto ad argomentare le differenze; in una situazione in cui assistiamo a una sovrapproduzione di progetti e opere, diventa fondamentale poter riconoscere le differenze. Il rischio è che tutto venga messo sullo stesso piano e si differenzi solo in ragione del curriculum o delle migliori (pubbliche) relazioni. Quindi: critica d’arte come capacità di argomentare le luci e le ombre di un’opera; una critica d’arte vitale, oltre a essere un prezioso stimolo, aiuterebbe a ricaricare la parola ‘arte’ del valore sociale che merita.
Allo stesso tempo, è molto importante che esista un pubblico vero e appassionato, formato non dai soli addetti ai lavori (collezionisti compresi). In questo momento l’arte contemporanea italiana è come un cinema dove in platea troviamo solo attori, registi, sceneggiatori, cameraman e altri operatori. Per verificare questo dato basta intervistare le persone che vanno alle mostre o anche solo scattare una foto durante qualsiasi opening.
Allo stesso tempo permane una grande incapacità di divulgazione dell’arte contemporanea: è come se questa dovesse essere, a differenza di qualsiasi altra disciplina, una materia “democratica” che deve arrivare subito allo spettatore in modo chiaro e diretto. Non è così, perché non è così per nessuna materia e disciplina umana. Approfondire quello che vediamo fa paura, perché argomentare un’opera o una mostra significa ridimensionarla, mettendo in discussione il dispositivo retorico che giustifica e legittima gli stessi addetti ai lavori. Ed ecco che il problema-pubblico si collega al problema-critica: molto meglio non pensare, non argomentare, e giustificare una vendita o una mostra mostrando il curriculum degli individui coinvolti.

Luca Rossi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #18

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  • La critica non esiste quasi più, oramai il critico è stato sostituito dal “curatore” che non cura ma che anima e promuove il suo curare fruendo del lavoro altrui, cioè degli artisti, che sempre più risultano intercambiabili e secondari, infatti oramai si ricordano i curatori delle mostre mica chi ha fatto le opere …

    Per cui un critico che farebbe, se va bene descrive, forse dovrebbe capire e rileggere ma oramai questi esercizi culturali non interessano a nessuno, nel mare magnum del mercato dell’arte (per cui l’arte stessa) tutto è focalizzato al “piacere” del consumo mica del pensare.

    Qui arriviamo alla filippica della cultura che non è quella dell’arte (di cui è solo uno dei tanti rivoli sempre più asciutti) ma è quella della società oramai dirottata sul web (cioè anche qui) perfettamente archiviata e in continua analisi da migliaia di sistemi che monitorizzano, analizzano e interpretano… questa sì che è arte concettuale !

  • pino Barillà

    “ Il LUOGO DEI SENSI – L’EDIFICIO MANCANTE “ è la mia risposta alle Archisculture create in questi ultimi anni .
    Si tratta di un progetto effettivamente nuovo di galleria ideato per l’arte del ventunesimo secolo.
    In ritardo di quarant’anni si apre la seconda fase della nuova era, considerando conclusa la prima alla fine degli anni ’70 del xx secolo.
    Questo progetto non è altro che l’oggetto mancante in grado di veicolare l’arte in questo nuovo tempo.
    I curatori avranno un nuovo strumento per poter finalmente analizzare il
    materiale artistico come mai osservato in precedenza.
    Lo stesso fruitore da tempo ha avvertito la necessità di un nuovo modo di guardare l’arte avendo colto l’inidoneità dei luoghi eletti a contenitori di opere.

  • Il problema è che le persone migliori sono proiettate all’estero per avere stabilità lavorativa. Quindi l’italia è considerata solo una rampa di lancio, dove allenarsi per poi andare altrove. Perchè un cronista di una rivista d’arte dovrebbe argomentare le ombre di un’opera? Quando non gli danno neanche i soldi della benzina per andare a vedere l’opera? Perchè farsi dei “nemici”? Rischiando di perdere anche quelle poche opportunità di lavoro?

    Perchè un museo dovrebbe creare un pubblico vero, adulto e interessato? Questo vorrebbe dire un giudizio esterno vero, adulto e interessato. Come chiedere questo a Musei sempre sull’orlo di chiudere? Vedi Macro, Maxxi, Mambo ecc ecc.

    Ma senza critica e pubblico il sistema Italia precipita nella mediocrità, e lo scemo del villaggio che rileva questo viene massacrato. Bisogna invertire questa tendenza, se così non avessero fatto, il Rinascimento sarebbe ancora in Italia. Bisogna iniziare a pensare che il proprio locale sia il centro del mondo. Perchè ogni luogo è internazionale.

  • Caro Luca,

    penso che “l’arte presiede a ogni ambito umano” sia una favola che ci si racconta per cercare di essere parte di un mondo che vive benissimo senza quell’arte.

    Proprio i tanti sistemi quali fb o g+ mettono in evidenza un’idea estetica che cresce vertiginosamente soppiantando i tanti “artisti” che anzi sempre più, bastava vedere tante opere proposte all’ultimo miart, copiano da questi canali.

    Il “pubblico” sceglie senza troppi problemi, l’aspetto artistico è considerato più “autentico” da figure quali Banksy che la marea di “prodotti celebrali” che le tante gallerie propongono con scarsi risultati.

    La farlucca cultura oramai si è smontata completamente, la stessa incoerenza dei percorsi artistici svela la sua debolezza.

    Trovo molto romantico pensare che l’arte contemporanea possa essere “una materia “democratica” che deve arrivare subito allo spettatore in modo chiaro e diretto” in quanto è già così, ma il “sistema dell’arte” non può giovarsi di questo, in quanto non ne ha parte e allora cerca di “imporre” una sua produzione artistica, per ora con scarsi risultati

    Forse per una comprensione più ampia si potrebbe fare riferimento al testo di Larry Shiner “L’invenzione dell’arte” ed. Einaudi

    Venendo alle tue domande, le risposte sono una solo, il mercato se dinamico e costruttivo non produce queste anomalie, in certi paesi, il mercato sa dare spazio alle diverse tipologie di prodotto.

    Qui si è fatto un gran fare di amicizie e conoscenze senza merito (ma penso che questa filippica oramai sia chiara non solo per il mondo dell’arte) e oggi giustamente raccogliamo questo fare passato (e ancora molto presente), lo stesso dicasi di molte gestioni museali, per lo più col vincolo politico…

    Sicuramente se si vuole si potrà uscire e far crescere la qualità e la varietà, qui nella mia landa desolata del cuneese ci sono sempre un sacco di interessanti occasioni (che ovviamente bisognerebbe far crescere) una traccia nel mio piccolo archivio di dati pubblico di http://cuneiforme.wordpress.com/ ma questo è un semplice esempio ci sono tantissime realtà vive, sia di artisti che di pubblico, basta notarle e non fare gli snob facendo finta che non esistano…

    • Invece l’arte presiede eccome, ma senza che le persone siano consapevoli di questo. Il sistema dell’arte dovrebbe organizzare al meglio questa palestra-laboratorio di consapevolezza, dove allenare e sperimentare modi e atteggiamenti. Modi e atteggiamenti che hanno un valore nella vita di tutti i giorni. Queste non sono frasi fatte, ma verificabili. Il situazionismo, l’arte povera, la pop art, ecc ecc hanno prodotto i germi di quello che viviamo dal micro al marco della nostre vite.

      E’ chiaro che in Italia l’arte è un’opportunità che stiamo perdendo. Ma forse non solo in Italia, ma questa non è giustificazione.

      • Presiede nel senso che anticipa? penso che l’arte sia una conseguenza non una anticipazione, soprattutto nel contesto contemporaneo, dei tanti flussi realizzati quelli più adatti alla giustificazione ( o rappresentazione) vengono eletti come reali, i gruppi da te citati sono l’esempio perfetto il situazionismo nasce dopo una conferma teatrale, la pop non è null’altro che la conferma del ruolo espressivo della pubblicità, l’arte povera non esiste è una brend priva di significato e di senso, anzi nell’inquadramento storico è un esempio perfetto di capovolta (negli anni sessanta era controcultura oggi è ipotizzata “cultura”, troppo divertente questo trasformismo dovuto alle spinte di mercato) etc .. ma penso che queste cose le sai meglio di me, ma come tutto questo sistema (di cui tu parte … ) continui al gioco dell’innocenza (cieca), via lasciamo al tempo svelare la realtà dei fatti … notte d.o)

        • Non anticipa, ma viene usata quotidianamente da ognuno di noi. Anche tu che sei uno spettatore assiduo, non riesci a cogliere questo dato. Informale-arte povera-espressionismo astratto. Moltissime persone lo usano tutti i giorni. L’arte è prima, dopo e durante. L’arte è fatta di modi e atteggiamenti usabili. Diversamente non avrebbe senso.

          • usata, in che senso?

            Tutto si usa e non è detto che si sia consapevole o che sia iscrivibile in quel senso, cioè se io faccio una foto posso credere che sia solo una foto, essendo uno che si interessa di arte posso anche credere che sia una “foto artistica”, ma è anche possibile che io non sappia nemmeno che cosa sia l’arte (per questo ti citavo il libro di L.Shiner che mi pare ottimo sul fronte dell’idea “europea” di arte che è stata “imposta” come reale in culture in cui l’idea di arte non esisteva…) .

            L’arte non è un verità assoluta e un relativismo nato da necessità storiche che oggi per il mutare stesso della storia non ha più “senso” ma essendoci un sistema di mercato viene tenuta in “vita” come processo economico.

          • Secondo me l’arte (tutta l’arte, anche la gestione dell’arte antica) avrebbe un grande potenziale. Questo potenziale sarebbe nel riportare alla vita modi, atteggiamenti e visioni dell’arte. Non sono sicuro che sia così, ma sono sicuro che se non lo fosse l’arte non servirebbe a nulla. Ma ho esperienza per dire che potrebbe essere così.

          • Stanlio Shuster

            Hai una visione strumentale dell’arte! Che graziaddio è miseramente fallita

            La grande arte è utile senza volerlo essere, serve suo malgrado direi

          • NON è MISERAMENTE FALLITA ma vive fuori dai musei!

            Un operatore autorevole italiano mi diceva che considera Steve Jobs come una sorta di nuovo Michelangelo. In un certo senso è vero.

            Possiamo fare un parallelo tra la cappella Sistina e il progetto Apple? A mio parere sì.

            Non ho una visione strumentale dell’arte o dei musei, penso che l’arte e i musei debbano diventare palestre e laboeratori sperimentare e allenare modi e atteggiamenti.

            In alcuni artisti anni 90 c’erano i germi di Apple, Google e Facebook….

          • Stanlio Shuster

            Ma dai, credi a ‘ste bubbole? Steve Jobs come Michelangelo? Questo dimostra che hai un’idea ‘funzionale’ dell’arte visiva, a mio modo di vedere totalmente sbagliata
            L’arte visiva non deve ‘servire’, o meglio deve servire suo malgrado
            Altrimenti Deineka e Guttuso sarebbero più importanti di Gorky e Lo Savio

          • Se l’arte non serve a nessuno, fanno bene a chiudere i musei. Nel senso che può rimanere un esercizio privato.

            Invece credo che l’arte abbia una funzione e serva. O quanto meno abbia una funzione potenziale, che viene più o meno sfruttata.

            In ogni caso se l’arte esiste a qualcuno serve.

          • Stanlio

            ho detto forse il contrario? ma non come sua priorità!
            altrimenti si chiama servizio
            arte di servizio, e nel Novecento ne abbiamo vista tanta!

          • Stanlio

            Che stronzata poi la dicotomia pubblico/privato in arte!
            Ti faccio notare che forse il più grande artista italiano del secolo scorso, Giorgio Morandi, faceva arte come esercizio privatissimo
            Ma quanto utile al mondo e a noi posteri!

            Ancora all’abc siamo? poveri noi

          • Ci sarà stato un sistema che ha portato le opere di Morandi fuori di casa sua? O no?

            Sto dicendo che questo sistema è inefficace, forse non solo in Italia. Ma partire dall’Italia è utilissimo.

            Un sistema senza critica e pubblico è un sistema malato, che negli ultimi
            anni non ha portato fuori le opere da “quella casa”. E si può vedere
            questo guardando gli ultimi 4 Padiglioni Italia. Quello Vezzoli-Penone vedeva un artista storico e uno anni 90, che non fa altro che rendere POP e COOL il vintage. Quindi anche lui una preparata archeologia del passato.

          • Stanlio Shuster

            serve la critica, su questo hai ragione

            non il ‘sistema’! che quello c’è n’è anche troppo, rischiamo di scambiare il problema con la soluzione

            non lo usare se puoi questo termine!
            si fa solo confusione, e poi è cupo, ambiguo, e guarda caso lo invocano tutti, ‘sistema’ compreso

          • ok, serve una critica capace di rivitalizzare ragioni e motivazioni. E servono persone capaci di divulgare queste ragioni e motivazioni ad un pubblico più vasto dei soli addetti ai lavori.

    • giorgio brunelli

      Penso che si dovrebbe urgentemente “risignificare” il retrodatato e malconcio termine “arte”.

  • Dire di vedere una forte componente artistica in Google, Facebook e Apple a me sembra sinceramente imbarazzante, l’arte è in tutto, e sono d’accordo, per chi è in grado di percepirla, non è certamente in ogni attività umana e non è necessariamente solo attività culturale, comunicazione, esibizione pubblica, denuncia o terapia sociale e altro ancora, è soprattutto un bisogno profondo, interno, con modalità specifiche di esternare che appartengono solo all’artista. E le frasi di Warhol e di Beuys avevano un loro senso nel contesto in cui si sono prodotte.

    • Il punto è la capacità di vedere. Il 900 ha dimostrato che l’oggetto d’arte nasce da una visione critica delle cose più che da una costruzione di “cose”.

      Penso che l’arte sia una palestra-laboratorio per sperimentare e allenare questa capacità di vedere. Quindi per raggiungere una consapevolezza. E quindi per poter agire di conseguenza. Ma agire nella vita di tutti i giorni. Diversamente l’arte non serve a nulla.

      Il valore dell’opera d’arte sta nei modi-atteggiamenti da cui discende. E’ una testimone.

      • Il punto, appunto, è proprio la capacità di vedere l’oggetto d’arte che nasce da una visione critica delle cose, come è stato dimostrato nel ‘900, ma non solo, soprattutto con le avanguardie, ma che non esclude una costruzione delle cose anche se da un altra angolazione. Chiaro che l’arte deve essere sperimentazione, ricerca per allenare la capacità di vedere. Il valore dell’opera d’arte è ” direttamente proporzionale ” al contenuto, all’intensità dell’opera come frutto e risultato di una somma di sedimentazioni interne all’artista dinamizzate in continui ” solve et coaugula ” trovando compimento nell’espletazione finale nell’opera d’arte.

        • Ok, certo. Quello che è criticabile è l’assenza di una critica d’arte vera che sappia argomentare luci e ombre di un’opera. Ma anche la chiusura di certi operatori. Perchè anche l’apertura progettuale aiuterebbe per stimolare un dibattito critico. E poi l’assenza di pubblico. In Italia l’arte contemporanea ha in plaeta SOLO GLI ADDETTI AI LAVORI.

          Ho in mente un recente talk di Ludovico Pratesi a Roma, dove lui, rosso in volto, si lamentava di come la politica ingorasse l’arte contemporanea. La risposta l’aveva davanti Ludovico: in plaeta c’erano solo artisti e altri addetti ai lavori.

          Il pubblico è stato tenuto volutamente distante per 20 anni. E oggi ci lamentiamo se il Padiglione Italia è un calderone senza personalità.

          La qualità del sistema nasce dal dialogo tra:

          artisti
          esperti
          pubblico

          In Italia mancano i critici e manca il pubblico. Quindi tutti tendono alla mediocrità, e guardano oltre frontiera per emigrare e trovare un lavoro migliore. Mentre ogni luogo è internazionale, e bisogna ripartire dall’Italia. Se il mondo anglosassone non avesse pensato così, il Rinascimento sarebbe ancora in Italia.

          • Sono totalmente d’accordo con te sul fatto che ci sia un vuoto divulgativo dell’arte contemporanea nel nostro paese, anche se bisogna dire che l’arte è sempre stata in un certo senso in una posizione elitaria nella società, questo però non deve assolutamente escludere la possibilità di creare attraverso il dibattito un interazione tra pubblico artista e critico che mai forse come oggi sarebbe utile a dipanare confusioni e invasioni di campo nel mondo dell’arte.

  • Cy Twombly : (silenzio)
    “La gente non vuole più fare il pubblico, né l’allievo,
    vuole entrare nella cosa, ossia sente che c’è già dentro.”

  • In ogni caso, vorrei stare all’articolo:

    – esiste la critica d’arte oggi in Italia?

    – esiste un pubblico? Ci possiamo fidare delle cifre emesse dai musei (devo dire in modo molto ma molto pressapochista)? Nei quotidiani ci sono organismi esterni che certificano la diffusione e vendita delle copie, proprio perchè alle cifre del giornale stesso nessuno crederebbe.

    Gli ultimi tre Padiglioni Italia sono il frutto di questo vuoto di critica e pubblico registrato negli ultimi 20 anni. Perchè tutti i paese del mondo riescono a proporre uno-due artisti ogni due anni e l’italia solo dei calderoni di artisti, legati al curatore di turno?

    • Non mi interessa la critica (la validità di un’opera so valutarmela da solo), il pubblico tanto meno (perché il marketing deve essere importante per il fare artistico?). I musei se vogliono esistere devono sopravvivere con forze e risorse proprie. Mi piacerebbe che gli artisti e i curatori/critici siano solo degli hobbisti non professionisti (senza essere pagati rimarrebbe solo chi è veramente interessato all’arte).
      Procederei quindi in direzione opposta a quella suggerita da lr.
      Eliminando tutto quanto si trova a latere del fare artistico, avremo la possibilità di verificare se l’arte è qualcosa di importante.
      Interessante la frase di tombly, ma mi sembra più vicina alla mia visione piuttosto che a quella di lr.
      Steve Jobs artista? Solo se ha creato una visione alternativa del mondo, il che non mi sembra; o meglio, rendendo più comode alcune attività (per es la ricerca di informazioni) è assimilabile all’artista che ha inventato il divano, che però nessuno ricorda più (neanche da parte di chi si sdraia sul divano mentre utilizza iPhone o ipad)

      • giorgio

        CoDa caro, la critica e i curatori hobbisti presuppongono una selezione per censo. non credo sia il caso di fomentare la già maggioranza di questi alto-borghesi che pontificano su cosa sia arte o meno, dal loro punto di vista e per agevolare il collezionismo “di classe”. certo la soluzione semplice non è ma una visione del genere non fa che rimbalzare indietro di 100 anni il sistema dell’arte.
        seconda notazione: eliminando tutto quello che la circonda, l’arte è totalmente inutile probabilmente, in un sistema votato alla tecnologia e alla creatività.

        • sul primo punto non intendevo certo “fomentare la già maggioranza di questi alto-borghesi”, visto che io stesso faccio un lavoro per mantenermi che non c’entra nulla (almeno mi sembra) con l’arte e poi faccio l’artista come hobby (è stata una scelta voluta per non essere spinto a fare opere solo per soldi);
          anche sul secondo punto ‘obiettivo è lo stesso: eliminare tutto il superfluo, ma non capisco perchè così ritieni che l’arte diventa inutile?

    • mauro

      chiediamoci se esistono degli artisti

      • Di artisti e sedicenti tali siamo pieni, questo stessi commenti vedono quasi solo artisti.

        Serva la capacità di argomentare le differenze tra la miriade di opere e progetti. La capacità di divulgare queste differenze, e interessare un pubblico vero.

  • Mimmo Di Caterino

    Caro Luca, se tu mi leggessi meglio e di più, le tue analisi ne guadagnerebbero in autorevolezza, ma il tuo gioco è chiaro, restare nella griglia di sistema per ritagliarti un tuo spazio, noncurante del default annunciato:)

    • Caro Mimmo, io dialogo con il sistema. E sono completamente fuori. Sono solo un blogger. Ma ti prego di stare all’articolo e controbattere ai contenuti proposti. Grazie :)

  • Mimmo Di Caterino

    Musei d’arte contemporanea? La distruzione di un territorio!

    “In una società comunista non esistono pittori, ma caso mai uomini che, tra l’altro dipingono”. Karl Marx

    Quello che preoccupa, quando si ragiona sulla forma Museo è il compito di rappresentare contenuti, valori culturali e storici, questo anche nella sua concezione dinamica e contemporanea.
    In sostanza si tratta di uno spazio dalla profonda valenza politica, che finisce per fissare dei concetti di spazio e di tempo storico; il bluff degli spazi d’arte contemporanea è nel fatto che un Museo non è altro che uno spazio di cose morte e un museo d’arte contemporanea non può essere altro per sua struttura semantica e culturale che una idea di cosa nata morta.
    Il Museo ha il compito di sottrarre gli oggetti alla distruzione del tempo, per questo è folle pensarli nel contempo se non come detonatori di confusione generati da scontri d’interessi privati e politici.
    Il Museo d’arte contemporanea nasconde una perdita e esorcizza una assenza, il Museo nasce quando scompare qualcosa, un Museo d’arte contemporanea attesta la scomparsa dell’arte contemporanea.
    In un Museo non hai oggetti con cui instaurare un rapporto vivo, attesti che stanno morendo, un artista vivo esposto in un museo dovrebbe sentire il suo lavoro mortificato.
    Un Museo sul territorio e per il territorio, attesta la scomparsa vitale di quel territorio e ne vuole conservare il passato (il contemporaneo può essere questo?).
    Un Museo è un punto di vista se non unico non molteplice, quale è l’identità che allora rappresenta?
    La stessa denominazione di un Museo non può essere priva d’implicazioni politiche, in sintesi, preoccupa quando un ente propone la cultura come categoria amministrativa; non si possono trasformare esperienze e interazioni in parole e regole.
    I Musei d’arte contemporanea mi hanno sempre fatto pensare a 1984 di Orwell, manipolazione del passato in funzione del presente per influenzare il futuro; nodi di rete di impianti d’aria culturale condizionata che attraverso media specializzati determina limiti e impone una visione comune; una colata dall’arte che legittima schemi desiderati da chi li cola condizionando il pensiero.
    Un Museo d’arte contemporanea nel territorio è memoria, ma anche oblio, l’oblio è un errore storico che diviene un fattore essenziale nella nascita di un Museo; si individua un patrimonio comune ma se ne dimentica una congrua parte, insomma è un errore comune.
    Quale è il senso di un Museo d’arte contemporanea davanti all’accelerazione della storia? Le distanze sono state annullate e il tempo lo si voglia o no ha prevalso sullo spazio!

    I Musei d’arte contemporanea ledono gli artisti che realmente vivono il territorio, hanno la pretesa di rendere istituzionale e controllare i linguaggi dell’arte, snaturano e relegano a usi esclusivi e visibili, prigioni del linguaggio che rappresentano otticamente e spazialmente il controllo dell’uomo sull’individuo, espressioni di forza dove l’agire prevale sulla ricerca e sulla cultura come essenza condannandola all’assenza.
    La vera guida di un territorio sono i suoi linguaggi artistici, anche quelli tradizionali, i linguaggi dell’arte mutano le tradizioni e i rituali iconici nelle loro forme esteriori, senza tradizione iconica non esiste linguaggio o civiltà artistica. La principale occupazione dell’uomo, in quanto artista sociale, da quando è comparso sulla terra, e ha cominciato a lavorare per immagini, è stata creare immagini e poi distruggerle, quando gli effetti benefici di queste immagini erano terminati. Senza linguaggi artistici non c’è civiltà, senza il superamento dei linguaggi fatta tradizione e Accademia, non c’è progresso. La difficoltà, quando si ragiona sui linguaggi dell’arte è quella di trovare il giusto equilibrio semantico tra stabilità e variabilità. Un linguaggio artistico troppo stabile e convenzionale è privo di dialettica e incapace di perfezionarsi. Il conservatore, quando si ragiona sui linguaggi dell’arte è il pubblico, la folla che legittima la casta. Non sono i Musei o i galleristi a ospitare finti prodotti artistici, questi si possono eludere con facilità, a prescindere dal valore di mercato imposto, sono i padroni invisibili delle nostre anime che cedono purtroppo soltanto dopo usure secolari.

    Gran parte dell’arte che il mercato e gli “addetti ai lavori” propongono come contemporanea, contemporanea non è, come sosteneva Benedetto Croce, la storia è sempre contemporanea, ma questo è vero solo quando la contemporaneità è la premessa del futuro, cosa che evidentemente l’attuale mercato e l’attuale sistema dell’arte è impossibilitato a progettare. L’artista non può vivere l’attimo presente senza rappresentarsi il seguente; il presente nell’arte come nella vita è progetto futuro e non prodotto o spot da piazzare. Lo si voglia o no, quello che è stato e sarà della rappresentazione dell’arte che verrà dipende da lui; l’interpretazione è la premessa della sua azione. Gli “addetti ai lavori”, purtroppo non sono in grado di produrre contemporaneità, la loro rappresentazione dell’artista e del suo ruolo sociale e culturale nel tempo presente è conficcata nel sistema in cui operano, non sono in grado di progettare sulle situazioni, ma solo nelle situazioni, inglobati in un sistema conservatore e restauratore, insomma sono dei tecnici in vicoli ciechi dai quali, forti delle loro indiscutibili nozioni, non riescono ad uscire.

    “Un ricercatore indipendente James Felkerson, ha pubblicato nel 2011 uno studio che include i prestiti della Federal Reserve alle altre Banche centrali di Europa e Giappone, arrivando a una cifra totale di 29 000 miliardi in prestiti e garanzie legate alla crisi. I popoli sono costretti a pagare il conto, con le pensioni, la riduzione del numero dei dipendenti pubblici o il taglio dei servizi. Siamo in piena crisi morale, vengono ricompensati i colpevoli e puniti gli innocenti”. Susan George

  • Pino Boresta

    Mimmo ha citato 1984 di George Orwell….allora vorrei dire la mia in proposito con un testo pubblicato nel 2009 su Juliet, sicuro di portare imput utili alla discussione:

    Perché un ghigno ovunque?
    Per combattere il “Bispensiero” che, come spiega George Orwell, è
    la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente
    contraddittorie e di accettare entrambe. Sapere e non sapere. Essere cosciente della verità nel mentre che si dicono architettate
    menzogne. Condividere contemporaneamente due opinioni che si
    annullano a vicenda. Usare la logica contro la logica, ripudiare la
    morale mentre che la si adotta. Credere che la democrazia sia
    impossibile e allo stesso tempo sostenere di poterla attuare.
    Dimenticare tutto quello che è necessario dimenticare, e quindi
    richiamarlo alla memoria nel momento in cui fa più comodo, e con
    prontezza dimenticarlo nuovamente, ma soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso.

    Perché imporre una smorfia?
    Per combattere lo “Stopreato” che rappresenta la facoltà di
    arrestarsi come per istinto in modo rapido e deciso sulla soglia di
    qualsiasi pensiero pericoloso. Esso rappresenta la capacità di non
    cogliere le analogie, di non riuscire e non voler percepire errori di
    logica su argomenti semplici a tutti visibili. Soprattutto respinge e
    nega a se stessi qualsiasi tentativo di elaborare una dialettica di
    pensiero che sia suscettibile di condurre in una direzione eretica al
    sistema arte. Stopreato significa, in sostanza, stupidita protettiva.

    E poi!
    ….presto sorgerà anche il “Voltoreato, attitudine espressiva …” aah no! Visto che l’erba del vicino è sempre più verde questa ve l’andate a cercare.

    http://pinoboresta.blogspot.it/2009/09/arte-e-stupidita.html

    • Non capisco cosa centrino queste digressioni off topic con il problema del vuoto di critica e pubblico.

      Bisogna fare 10 passi indietro e mettere da parte il proprio ego. Ma l’artista italiano fatica in questo. E anche questi commenti avvengono solo tra addetti ai lavori e aspiranti tali. Un pubblico più vasto non ha chiaro il valore dell’arte e quindi se ne frega dell’arte. La responsabilità è di coloro che hanno diretto musei, fondazioni e scuole in questi ultimi 20 anni.

      Riconosco il situazionismo di Boresta, ma oggi il problema non è partecipare alla biennale, ma un vuoto di contenuto, prima che di critica e di pubblico. Quindi vi prego di stare al contenuto di questo articolo ed evitare digressioni off topic.

      • Pino Boresta

        Ma chi sta parlando della Biennale, forse tu conosci solo quel mio lavoro o ti sei concentrato troppo su quello (forse ti piace così tanto che vorresti continuarlo te?) la mia è una critica “tout court” a quello che tu cosi definisci: “Un sistema poco meritocratico ed eccessivamente basato sulle pubbliche relazioni…..” Lavoro o meglio Intervento Urbano iniziato nel 1994, dici poi: “…è molto importante che esista un pubblico vero e appassionato, formato non dai soli addetti ai lavori” Io questo pubblico ce l’ho da 20 anni e tu?

        • Continui a rispondermi cercando di dimostrare quando sei bravo. Quindi parlando di te. Tanto per cambiare.

          Tu dici che già dal 94 parlavi di queste cose. Quindi? Non basta parlarne.

          Tu dici che hai un pubblico. Oggi con una campagna di Google o Facebook puoi raggiungere migliaia di persone tranquillamente.

          Io credo che oggi in Italia un pubblico vero interessato ed appassionato di arte contemporanea, tolti addetti ai lavori, artisti, amici, collezionisti e curiosi NON ci sia.

          A nessun addetto ai lavori interessa rilevare questo (vedi anche la tua posizione) perchè in questo modo si delegittima il proprio lavoro.

          • Pino Boresta

            No! Caro Luca, io non dico che nel 94 già parlavo di queste cose, io dico che nel 94 sono passato all’azione, facevo, eseguivo, mi adoperavo, agivo. Molti di quelli che hanno cominciato dopo di me sono oggi diventati delle star e il motivo (il perché) sta proprio in quei processi e in quelle dinamiche che tu continuamente denunci.
            Queste le prove: http://www.pinoboresta.com/no_logo/no_logo_e.htm

          • Mimmo Di Caterino

            Pino, non è il caso di perdere troppo tempo a “dialogare” con Luca Rossi, lui è il Matteo Renzi del sistema dell’arte italiano, finge di ridiscuterlo, ma in realtà con gli “addetti ai lavori” lo legittima nei confronti dell’emergente e oramai rappresentato “Altro sistema dell’arte” che anche tu incarni, è un fake, mollalo, io con lui mi diverto soltanto a farne risaltare la pochezza di veduta e prospettiva.

          • ma hai il tuo pubblico, lo hai detto tu. Nessuno ti mette in galera come in Cina. Anche tu sei una star di successo.

  • mauro

    parlo in maniera molto misera da giovane ex artista fresco di diploma di Accademia, che ha rinunciato coscientemente a cercare di far parte di questo mondo dell’arte contemporanea stereotipato, che premia sempre i soliti noti secondo meccaniche celesti incomprensibili.La banalità delle opere d’arte contemporanee, soprattutto italiane, è tale che volendo si potrebbe tracciare un profilo d’artista a occhi chiusi, riunendo tutti gli stereotipi del caso, idem per quanto riguarda le opere. Cosa ci si possa oggettivamente aspettare da questo sistema in quanto pubblico non lo so, forse sì, personalmente ho visto abbastanza e questo abbastanza mi è bastato per capire che sia più ragionevole e dignitoso evitare di far parte di questo ridicolo circo.

  • gDin

    Caro Luca

    vorrei mettere alla prova il tuo senso critico, e chiederti cosa ne pensi di questa rivista?

    • Artribune come Exibart una volta, sono le uniche opportunità di confronto. Anche se le recensioni sono spesso comunicati stampa estesi, potrebbero fornirli direttamente le gallerie o musei. Meglio vanno gli articoli di approfondimento generico. Ma servirebbe argomentare luci e ombre delle opere. Ma le opere non sono al centro, e quelli che chiamiamo artisti non sono i veri artisti.

  • giorgio brunelli

    Ottimo elzeviro!