La Grande Bellezza. Amore e morte nel romanzo italiano

A un certo punto de La grande bellezza, l’amarissimo personaggio di Romano, interpretato da Carlo Verdone, saluta Jep Gambardella perché ha deciso di tornare “al paese” e di lasciare Roma. Per sempre. Perché molto deluso. Ed è qui che comincia la lettura politica del film di Paolo Sorrentino.

Carlo Verdone e Toni Servillo ne La grande bellezza

Ma cosa avete contro la nostalgia?
È l’unico svago che resta a chi è diffidente verso il futuro.
Romano (Carlo Verdone)

Romano ha più di cinquant’anni, come Jep, ma abita ancora in una camera con degli studenti universitari che – indifferenti al vuoto pneumatico della vita dei due “anziani signori” persi in trenini che non vanno da nessuna parte – hanno sulle loro spalle l’ingenuità della speranza e di un futuro da ricostruire. Ed è proprio quella generazione che, come fa notare giustamente Caliandro nel suo saggio, si troverà a dover ricostruire dopo che Jep Gambardella (ma sarebbe meglio dire Paolo Sorrentino) di colpo cannibalizza sia i quarantenni di Sabrina Ferilli (il cui personaggio muore di tumore), sia i trentenni di Luca Marinelli (Andrea, che si suicida).
La frase di addio pronunciata da Carlo Verdone è potentissima. Perché, al netto della banalità dell’addio “Roma mi ha molto deluso”, è una frase detta da Carlo Verdone. Che qui non è Romano, lo scrittore fallito che vive della luce riflessa della mondanità sfruttando l’amicizia pietosa di Jep, ma Carlo Verdone: l’ideal-tipo di una Roma che fa i conti col suo stesso fallimento culturale. È come se di colpo La Grande Bellezza riuscisse sì a essere un film di sintesi e “chiusura”, ma anche il film che liquida l’utopia di Walter Veltroni. Come se l’eccessiva stilizzazione, la ridondante rappresentazione di una Roma vuota e inconcludente, il cafonal consolatorio e la messa in scena ambiziosissima e decadente volesse liquidare – portandola al parossismo – quella narrazione politica fatta di nostalgia, retorica del bello, del puro e dove manca proprio qualsiasi vibrazione di conflitto. La Roma “arresa” di Verdone chiude la stagione della Roma di Veltroni, fatta di grandi eventi, cultura per tutti (e per nessuno), nuovo epicentro che mutuava i modelli anglosassoni senza capirne pienamente la struttura, una Cool Roma che echeggiava la Cool Britannia e che diventava l’ennesimo capitolo del grande romanzo su chi avesse poi sbagliato più forte.
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La dimensione politica de La Grande Bellezza è, per certi versi, inconsapevole e agisce a un livello molto più profondo, che si collega a cosa rappresenta oggi Paolo Sorrentino. Vale a dire l’icona del cineasta dal respiro internazionale, praticamente onnipotente, che vive la situazione italiana con un mix di distacco e compiacimento. Proprio in linea con l’immagine che ne deriva dal suo cammeo in Boris, che è effettivamente una delle migliori radiografie dell’Italia contemporanea. Quando, schifato dal pressapochismo dilagante della serie, vuole andarsene portando via con lui l’unica attrice brava perché “sta sprecando il suo tempo”, le condizioni sfavorevoli lo portano a dover sostituire René Ferretti per dirigere una scena. Ed ecco che Sorrentino, che non ha nessuna voglia di mescolarsi con l’ambiente della produzione televisiva italiana, fa il Sorrentino. Tira fuori un telefonino con cui afferma di voler girare e di volere la fotografia virata “tutta sul giallo”. Ecco. Il Sorrentino che fa Sorrentino in Boris è il Sorrentino che vuole descrivere l’Italia di Boris ne La Grande Bellezza.
È l’Italia della locura: il Paese delle musichette mentre fuori c’è la morte. Per questo funziona così bene come descrizione della bolla finzionale in cui il Paese si è in qualche modo incagliato (e che “il politico” non fa niente per dissipare). Per questo riesce a descriverla perfettamente nella sua maniera esagerata, più grande della vita, e per certi versi di un didascalismo programmatico e fuori fuoco. A livello di costruzione cinematografica, molte parti sono talmente banali da credere che lo stesso Sorrentino le abbia messe apposta per farsi dire “ma quanto sei stato banale»” (tutta la parte della Santa, ad esempio). Ciò non toglie che l’Italia di cui si sono innamorati in giro per il mondo è proprio quell’Italia da cartolina, decadente rovina di un Paese che si è auto-sabotato ma che continua ad avere una maestosità museale che gira intorno e non va da nessuna parte. C’è un certo grado di compiacimento in questo, è evidente. Ma almeno ci si risparmia lo spettro della consolazione, che sarebbe stato davvero inaccettabile.

Hamilton Santià

  • tancredi alt.

    Credo che vi stiate facendo troppe pippe mentali sul film di Sorrentino. Dovreste accettare il fatto che i motivi per cui la rappresentazione di una storia viene amata (o odiata) dalle persone sono insondabili, non potete avere la pretesa di definire con le parole ciò che è impossibile da definire. Sembrate tanti segaioli al cospetto di una donna bellissima amata e odiata. Smettetela con le pippe, se veramente siete così bravi ad individuare ciò che fa amare questo film alla gente o ciò che lo rende insopportabile, non scrivetene una recensione (o ancora peggio un saggio), mettete a frutto queste vostre qualità proponendo soggetti, sceneggiature, diventate registi, e poi ne parliamo.

    • christian caliandro

      Ciò che tu elegantemente chiami “pippe mentali” si può anche definire come “critica”, ragionamento, discussione culturale attorno a un oggetto: questa discussione può essere più o meno pertinente, più o meno calzante; ma in generale più varia e densa è, meglio è (la ricchezza di questa discussione attorno a LGB, che si è sviluppata negli ultimi giorni su Artribune e su altre piattaforme, è in questo un vero dono a questo Paese). Il fatto che la critica sia un genere e un approccio così poco praticato nell’ultimo ventennio non autorizza affatto il classico (che sempre ritorna, in maniera tanto sconsolante e prevedibile…) argomento antintellettuale – così italiano, peraltro – del “allora fatelo voi, se ne siete capaci”: ci sono gli autori e ci sono i critici, il cui ruolo è o sarebbe quello di analizzare, indagare, scandagliare la produzione culturale. E lo scopo di questa indagine è proprio il continuo miglioramento di questa produzione, sulla base di un’idea (più o meno chiara, più o meno consapevole: meglio se MOLTO chiara e consapevole), un’idea che si può rivelare utile agli stessi artisti, pensa un po’. E indovina chi è che elabora – o elaborava – questa idea? La critica!

      P.S. solo i molto scarsi di immaginazione sono ancora e sempre capaci di pensare che ci sia davvero qualcosa di “impossibile da definire” a parole.

      • altopascio mutevole

        Se fosse possibile definire tutto con le parole e i numeri non si sarebbe sviluppata l’arte visiva, non saremmo passati a rappresentare le storie con il cinema. Semplicemente non ne avremmo sentito il bisogno.
        In quanto alla funzione della critica, credi veramente che tutte queste critiche che pretendono di sezionare ogni singolo aspetto del film, di rovistarlo minuto per minuto cercando di soppesare questo e quello sia di grande utilità?
        La mia opinione personale è che sia più lo sforzo di far vedere agli altri quanto sono bravo, quante cose ho studiato e “adesso ti faccio vedere io”, se leggi questi testi (li hai letti tutti, vero?) trovi ben poco di costruttivo e molte altre considerazioni che vogliono solo minare e distruggere.

        • christian caliandro

          certo, certo.

          • Aldo

            Mi semrano discussioni abbastanza sterili, giusto per riempire le pagine di commenti

      • Sul ps: il mondo dell’immaginazione visiva e quello delle parole sono come due linee che talvolta si toccano e talvolta no. Due modi diversi non c’è superiorità dell’uno sull’altro

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  • angelov

    In una società come questa
    dove l’informazione non esiste
    perché di fatto tutti i media
    servono i loro padroni,
    che hanno dalla loro la politica,
    l’unica critica concessa
    è quella di girare a ruota libera
    e dare agli intellettuali tanta corda
    da impiccarsi alla fine da se stessi…

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  • Armando

    è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile…

  • Nerone

    In fondo Roma è sempre morta e risorta più bella più grande che pria

    • Tigellino

      Bravo

      • Nerone

        Grazie

  • Pier

    Non so voi ma io non mi riconosco in quella banda di borghesi malati. Un film a dir poco noioso che mostra una Roma che non esiste : vuota , pulita , silenziosa …ma quando mai ? Quest’ uomo che arriva alla fine della sua vita e , causa un funerale , si interroga sul fatto se non avesse potuto fare dell’altro oltre a farsi i fatti suoi. Veramente patetico ! Molta bella la fotografia ma allora sarebbe bastato un bel documentario