Il consiliarismo salverà la cultura. Su un libro di Luca Nannipieri

Gli ambienti politici in cui si tende a incasellare Luca Nannipieri – quando non lo si bolla sbrigativamente come “polemista” – sono quelli di una destra liberista colta ma in fondo serva di un capitalismo che ha ormai mostrato tutti i suoi limiti. Ma, a guardar bene, le sue proposte vanno in una direzione ben diversa. Al di là dei commons, in un solco che rimanda al comunitarismo e oltre.

Crolli a Pompei

Si intitola Libertà di cultura. Meno Stato e più comunità per arte e ricerca il libro forse letteralmente più fondamentale della già copiosa produzione intellettuale di Luca Nannipieri.
Il volume comincia in media res, ribadendo come la Costituzione – la nostra, come qualsiasi altro testo basilare per una comunità – sia il luogo del conflitto e quindi della libertà; un “detonatore di possibilità”. Ragion per cui non bisogna trattarlo come se fosse un oggetto intoccabile e quindi inutilizzabile. Ad esempio, l’articolo 9, quello che recita “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, miscela in maniera interessante tradizione e innovazione. Li miscela ma non indica le quantità, e perciò non ha senso rifarsi ad esso per difendere a spada tratta solo il primo termine della questione. È il medesimo problema che discende in una dicitura lessicale corrente, ovvero ‘bene culturale’, la quale instilla la convinzione che “quel bene sia bene per sempre. Cioè che il tempo e gli uomini passino e che il suo valore invece rimanga immutabile”.
Ed è qui che entriamo a piè pari in un campo minato. Perché si scontrano la cultura del patrimonio da salvaguardare in una direzione tendenziale che porta alla “presepizzazione” del territorio (più o meno antropizzato, più o meno abitato) e quella sostenuta da Nannipieri, il quale si permette di parlare di valore d’uso dello stesso patrimonio: “La bellezza di un luogo la si accende quando la si consuma, perché la bellezza, come il patrimonio storico-artistico, non è u un idolo da tributare, da onorare mettendolo a riparo da tutti: al contrario è una presenza da erodere con la nostra stessa esperienza”. E ciò vale, come si diceva, anche nel caso del paesaggio, che “non è un belvedere, non è uno scenario da cartolina. È un sentire partecipato. È un esserci, più che una realtà che ti sta di fronte e che è distinta da te”.

Luca Nannipieri - Libertà di cultura
Luca Nannipieri – Libertà di cultura

Si pensi all’esempio di Venezia, consumata dal turismo di massa mordi-e-fuggi. Si dirà: proprio attraverso un uso così indiscriminato di un bene storico-artistico-culturale, quello stesso bene lo si sta distruggendo. Ma in realtà la questione può (deve?) essere vista da un’altra prospettiva: è la cartolinizzazione di Venezia che ha condotto la città a cessare di essere tale, a trasformarsi lentamente e inesorabilmente in un parco a tema; in altre parole, proprio il fatto che non fosse più usata dai propri abitanti, espulsi dalla logica del bene intoccabile, l’ha condotta a essere preda di un turismo selvaggio e – questo sì – distruttivo. La soluzione sta forse nel chiudere definitivamente Venezia, proporre un contingentamento delle visite, o magari metterla sottovuoto e costruirne accanto una copia fedele, come a Lascaux?
Vivere il patrimonio significa invece, ad esempio, porre un freno alla circolazione indefessa delle opere (come sostiene da tempo Tomaso Montanari) e ricominciare a valorizzare i contesti in cui esse nascono. Ma anche in questo caso Nannipieri porta alle estreme conseguenze il ragionamento, arrivando a contestare la forma-museo (“struttura storica transitoria”) o almeno la sua accettazione supina: “Si tutelava la vita di queste opere asportandole dalla loro naturale collocazione e proteggendole dentro una vetrina, nella quale erano sì fisicamente più preservate, ma il loro senso perduto”. È quella che efficacemente definisce una “tutela carceriera”.

Museo di Metaponto
Museo di Metaponto

E quindi, che fare? La proposta di Nannipieri per certi versi pare accogliere la riflessione sui beni comuni portata recentemente alla ribalta da Ugo Mattei, e che risale al concetto di comunità teorizzato e praticato da La Pira e Olivetti. Comunità come superamento della dicotomia fra pubblico e privato, fra Stato e individuo, dove “l’importante non è la proprietà, ma è l’uso”. Significa perciò riavvicinare la cultura, in tutte le sue estrinsecazioni, alla comunità che le appartiene, reimmettendo vitalità e giustizia in un sistema – quello della tutela statale, ma è solo una fattispecie – “autoritario, rigido, escludente.”. Un sistema nel quale, va da sé, le soprintendenze diventano, al netto della competenza eventuale dei professionisti che ci lavorano, “uffici verticistici che, di fatto, staccano le comunità dal loro patrimonio”.
Ciò che propone Nannipieri è dunque di rimettere nelle mani degli enti locali “il potere legislativo sul patrimonio di loro competenza, di comune accordo con le istituzioni autonome e indipendenti, le associazione, le cooperative, che andranno di concerto a preservare, gestire, curare e render vivo il patrimonio che sentono tale”. Innescando in tal modo un circolo virtuoso che riporti alla comunità l’interesse per le “proprie” opere.
Utopistica? Forse. Rischiosa? Indubbiamente. Ma almeno è una proposta concreta e argomentata, che fa discendere il “problema” della gestione del nostro patrimonio culturale da una filosofia politica limpida e lineare.

Marco Enrico Giacomelli

Luca Nannipieri – Libertà di cultura
Rubbettino, Soveria Mannelli 2013
Pagg. 158, € 10
ISBN 9788849838695
www.rubbettinoeditore.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #17

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • angelov

    Una società come la nostra, dove l’autoritarismo è presente un po’ ovunque, e la distanza tra il cittadino e l’istituzione, che dovrebbe essere al suo servizio, ne fa di lui un suddito passivo; dove la religione di stato, è gestita da uno stato straniero; dove è diffuso il costume del sentirsi liberi solo nel momento in cui si trasgrediscono le regole della convivenza e della decenza; ove vige la legge dell’homo lupus homini etc etc e dove elenchi come questo potrebbe continuare per molto…
    Ma alle critiche è giusto far seguire delle proposte costruttive:
    se ti senti circondato da una folla di zombi, mettiti al riparo in un luogo sicuro, ed aspetta…con un po’ di pazienza, tutto si risolverà col tempo&per il meglio.

  • Con tutto il rispetto per MEG, sempre acuto nelle sue analisi, sono un po’ confuso e vorrei capire fino in fondo. Davvero qui si condivide l’idea che affidare la conservazione agli enti locali (quindi anche ai Comuni, per intenderci) sia la mossa vincente per la cultura in Italia?
    Intanto rimando a questo mio post sulla questione soprintendenze:
    http://vincenzomerola.blogspot.it/2014/03/i-no-delle-soprintendenze-e-i-buchi-nel.html

    • Marco Enrico Giacomelli

      Sicuramente condivido la proposta di ridurre la distanza fra decisori e comunità.

      • La riforma del Titolo V va in quella direzione. Ma il percorso di attuazione del decentramento nel settore dei beni culturali è stato (è?) lungo e difficoltoso. Non si tratta tanto di redistribuire competenze, quanto di capire se si condividono i principi dell’art. 9 della Costituzione. Per esempio non vedo assolutamente un legame diretto tra salvaguardia e “presepizzazione” del territorio, né condivido i tentativi di connotare negativamente il termine “tutela”. Comprendo l’insofferenza di tanti operatori nei confronti dei vincoli (che vanno sicuramente storicizzati ma non cancellati), ma qui bisogna ragionare, appunto, in un’ottica comunitaria (intesa in senso ampio e non provinciale) più che individualistica. Sinceramente io nelle tesi di Nannipieri vedo ben poco consiliarismo: anzi, farsi beffe della comunità in nome del comunitarismo mi sembra proprio il colmo! Le leggi Bassanini hanno introdotto tante novità anche nel settore dell’istruzione: l’autonomia scolastica ha i suoi pro e i suoi contro, sui quali si può discutere. Però nessuno si sogna di affermare che il MIUR e gli Uffici scolastici regionali non servano a niente o andrebbero aboliti.

        • Marco Enrico Giacomelli

          Nessuno si sogna di affermare che il MIUR e gli Uffici scolastici regionali non servano a niente o andrebbero aboliti? Eccomi, ma non credo di essere il primo.

          • Beh… A questo punto perché non far fuori anche il Ministero della Salute? Così con il Senato facciamo un bel poker… Chiedo scusa, non voglio diventare polemico né mi ritengo statalista, ma credo fermamente nella democrazia e mi piacerebbe capire in che modo sarebbe possibile salvaguardare l’uguaglianza sostanziale dei cittadini e il diritto all’istruzione, alla cultura e alla salute affidando la gestione di settori così delicati della pubblica amministrazione esclusivamente a enti locali o (peggio) a privati.

          • Marco Enrico Giacomelli

            Perché attualmente ti pare che vengano garantiti i diritti che citi? Hai mai provato a prenotare una TAC a Milano (non in un paesino del sud)? Qui parliamo di riformare radicalmente settori che non funzionano, è molto semplice.

          • Caro Marco Enrico, ti assicuro che qui da noi le cose non vanno molto meglio rispetto a Milano: ti invito a documentarti sulla condizione in cui versa la sanità molisana (facendo una proporzione con il nostro deficit, la Lombardia dovrebbe avere un debito pregresso di quasi 10 miliardi di euro; inoltre andiamo verso un nuovo commissariamento). Lavoro, poi, nel settore probabilmente più colpito dai tagli lineari nel recente passato: la scuola. Tutti vogliamo che le cose migliorino nel nostro Paese, ma dobbiamo confrontarci sulle strategie migliori, non cedere alla tentazione di mandare tutto per aria a causa della frustrazione. Abbiamo uno tra i migliori impianti istituzionali del mondo, costruito con sapienza dopo gli orrori del fascismo. Non disprezziamolo. Cerchiamo di capire che i problemi stanno altrove. Come farebbero gli enti locali delle regioni più piccole, privi delle competenze necessarie, nonché di risorse economiche e umane, a gestire in autonomia settori complessi come sanità, scuola e cultura senza combinare disastri? Vorresti privatizzare tutto? Trovami un imprenditore disposto a investire nella piccola scuola di montagna dove lavoro, con 23 alunni in totale, e ne riparliamo.