Fissando l’eternità. Il lato oscuro della Rete

Un’immersione nei luoghi più oscuri della Rete. Tra passioni, ossessioni e ricerca dell’infinito. Giovani segregati in piccole stanze, da soli di fronte a un computer, circondati solo dai detriti della propria personalità. Un videoclip firmato dall’artista canadese Jon Rafman racconta la vertigine di chi è sempre connesso.

Jon Rafman, Still Life (betamale)

Dal punto di vista tecnico, Still Life (betamale) non è un progetto web-based, ma un semplice  videoclip realizzato per il lancio di un brano estratto dall’ultimo disco di un musicista sperimentale di Brooklyn. Eppure questo video tratta una serie di questioni profondamente legate al web, o meglio, a uno stile di vita in cui il web ha un ruolo centrale, totalizzante. Un fenomeno i cui protagonisti vengono chiamati Neet o con il termine giapponese hikikomori. Giovani dominati da un sentimento di inettitudine che scelgono di trascorrere le vita rinchiusi nella propria stanza, incollati a un monitor, perennemente attivi online ma completamente asociali e incapaci di sostenere rapporti interpersonali dal vivo, di avere una vita staccata dalla tastiera del computer. Il tema è posto al centro dell’attenzione fin dalla scelta del titolo, in cui il termine still life evoca un soggetto inerte, immobile e privo di vita quale è quello della natura morta. L’espressione betamale rimanda invece a un genere di uomo con un deficit di carisma e forza fisica, incapace di imporsi nella società e per questo rassegnato e privo di iniziativa, l’opposto insomma del maschio alpha.
Il video realizzato da Jon Rafman per la musica di Daniel Lopatin aka Oneohtrix Point Never è un lavoro di incredibile intensità, sia concettuale che emotiva, in grado di suggerire in modo estremamente puntuale una tragica condizione esistenziale, immergendosi completamente nel contesto che intende descrivere ed evocando un immaginario visivo precisissimo. Così immagini che ritraggono stanze e postazioni da computer si mescolano e sovrappongono a scene surreali e di finzione. Una sequenza di fotografie ci mostra tastiere ricolme di sporcizia e avanzi al centro di stanze invase da rifiuti di ogni genere, schermi circondati da contenitori per cibo a domicilio, cumuli di lattine e bottiglie di birra. Oppure, all’opposto, tuguri vuoti e desolati dove tra quattro mura spoglie e ammuffite campeggiano unicamente sofisticate quanto improbabili strutture di materassi e monitor. Immagini di una vita passata di fronte a un computer, segregata e insalubre, alle quali si alternano senza soluzione di continuità scene chiaramente riferibili al mondo digitale frequentato da queste persone, altrettanto estremo e perverso. Ciò che ne risulta è la descrizione di un humus sociale e culturale in cui è ormai impossibile, e forse inutile, cercare di stabilire quale sia la causa e quale l’effetto.

Un ruolo da protagoniste è riservato a scene chiaramente riconducibili al mondo hentai, genere di anime giapponesi dal carattere fortemente pornografico con risvolti di masochismo, violenza, omicidi e suicidi. Ad essi si alternano video a soggetto furry in cui persone reali indossano costumi da animali antropomorfi. Emblematico in questo senso è un video mostrato a più riprese in cui una persona che indossa un costume da volpe sprofonda lentamente ma inesorabilmente nelle sabbie mobili. La scena acquista un valore simbolico estremamente forte, rimanendo ben impressa nella mente proprio perché capace di riassumere meglio di ogni altra immagine una condizione non solo fisica ma anche esistenziale. In questo scenario risulta evidente il riferimento al mondo di 4chan, luogo della rete che ha offerto uno spazio di scambio e di ritrovo agli utenti interessati in questo genere di contenuti, contribuendo così al formarsi di una vera e propria comunità di riferimento. Non a caso i due artisti hanno deciso di pubblicare questo lavoro direttamente su 4chan.org, ritenendolo il luogo naturale per il lancio del video.
Il finale è caratterizzato da una breve sequenza hentai in cui in primo piano campeggiano le gambe divaricate e nude di una donna, una mano ne sposta le mutandine dietro le quali si cela un intero universo che permette al nostro sguardo di perdersi e sprofondare verso l’infinito. Il video si conclude quindi proponendo una scena che ancora una volta evoca la contraddittoria e irrisolvibile contraddizione di una auto-imposta segregazione fisica vissuta nell’illusione di poter godere di una finestra attraverso la quale affacciarsi su un mondo infinito e senza tempo. Una suggestione che ci fa risuonare in testa l’interrogativo con il quale il brano si era aperto e che torna più volte come una sorta di refrain: mentre non si riesce a distogliere lo sguardo dallo schermo di un computer, è possibile convincersi che si stia guardando verso l’eternità?

Matteo Cremonesi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #17

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Matteo Cremonesi
Matteo Cremonesi (Brescia, 1984) si occupa di arte e nuovi media, interessandosi in particolar modo delle implicazioni sociali e politiche che le nuove tecnologie producono nel mondo contemporaneo. E' docente di “Cibernetica e teorie dell'informazione” presso l'Accademia di Brera e collabora attivamente con il Link Center For the Arts of the Information Age in qualità di coordinatore del settore educativo. E' membro del collettivo artistico IOCOSE con il quale ha presentato i propri lavori in diverse sedi nazionali e internazionali. Nato nel 2006, il gruppo organizza azioni liminali volte a sovvertire le ideologie, le pratiche e i processi di identificazione e costruzione del significato, concependo le strade, Internet e il passaparola come terreni di battaglia.