Siamo in guerra. Salvarsi? No, salvare

Seconda parte delle “Riflessioni esoteriche per la ricostruzione di un’identità” elaborate da Gian Maria Tosatti. Ancora uno spunto – poetico, brutale – per riprendere il dibattito su temi di urgente attualità.

Guernica

Siamo in guerra. Una guerra civile. Iniziata forse da prima che nascessimo.
Siamo cresciuti in guerra e come sempre, come i figli dei lunghi conflitti, come i bambini cresciuti durante la Guerra dei Trent’anni o in tutte le altre guerre che hanno costituito uno scenario storico, noi siamo la generazione più povera, venuta su con niente, senza nemmeno la memoria dell’abbondanza o, semplicemente, del benessere. Se fischiano i proiettili a un palmo dalle nostre orecchie, non ci giriamo. Se piove, non ci ripariamo. Tutto questo, per noi, è normale. Costruire, invece, no, non è normale. A quello non pensiamo. Perché niente si può costruire durante una guerra civile. Non ci sono nemmeno veri e propri eserciti, reggimenti, comandi, macchine, aeroplani, portaerei. Una guerra civile si combatte con le unghie e con le ossa. Altre armi sono i pasti quotidiani. Chi li riesce a fare resta sul campo anche domani.
Rileggo una memoria di Benedetto Croce sulla guerra civile degli Anni Quaranta, quando si dissolse il concetto di patria attorno a cui unirsi e si dovettero cercare nuove certezze. Non c’era allora più un “noi” e non c’è neppure ora. Una guerra civile prescinde dal sangue e dal territorio, anzi, una guerra civile oppone lo stesso sangue sullo stesso territorio. Per questo, una guerra civile è un conflitto combattuto ai livelli dello spirito. E, dunque, non ci sono armistizi, accordi, patti. Si combatte fino alla fine, fino alla cancellazione di uno dei due scenari, o, se non proprio alla cancellazione, fino alla sua riduzione in catene, al suo confinamento in riserve zoologiche.
Siamo in guerra. Da che mi ricordo. E, se torno indietro con la memoria, rivedo le uniformi arrangiate dei cittadini combattenti che avevano vissuto in un mondo senza guerra e per tornare al quale avevano iniziato a combattere dopo che le cose erano cambiate. Combattevano in casa e fuori casa. Combattevano nell’allevarci. Nel parlarci della bellezza, dell’identità, della Storia della nostra civiltà, di un’idea di uomo e di società che fosse mille miglia al di sopra della soglia di dignità. Ci armavano passandoci i loro libri, e noi maneggiandoli ci tagliavamo e scoprivamo che la carta è acuminata come le lance dei guerrieri antichi e che, anzi, le lance dei guerrieri antichi erano fatte di carta. I nostri padri e le nostre madri combattevano perché noi non crescessimo in guerra, perché le nostre ricchezze non finissero nel tritacarne della macchina del sangue, perché non fossimo costretti a bruciare i mobili delle nostre regge per scaldarci, mandando in fumo la bellezza che ci aveva fatto diventare dèi. Ma non è andata come loro avrebbero voluto. Fuori piove ancora forte. In casa fa freddo. E la casa stessa è ridotta a poco più che una maceria. La guerra continua.

Pablo Picasso, Guernica, 1937
Pablo Picasso, Guernica, 1937

Ogni giorno è un giorno di guerra e, a lungo andare, ogni giorno è uguale all’altro. Ci siamo abituati alla temperatura del conflitto. Siamo cresciuti in questo clima. Siamo abituati a perdere tutto quello a cui teniamo. Facciamo sempre meno resistenza, perché abbiamo imparato a subire le sconfitte, le abbiamo somatizzate, messe in conto. Perché siamo figli della guerra. Conosciamo soltanto la guerra. Combattiamo per sopravvivere. Ormai solo per salvarci, non più per salvare. Ecco, credo che in una guerra civile sia questa la differenza tra i noi e i loro. Al di là del sangue e del territorio. Una guerra dello spirito è una guerra tra chi combatte per salvarsi e chi combatte per salvare. E chi siamo noi? E loro?
In una guerra civile i soldati sono i civili. Non fanno parte di un esercito. Sono carne per una battaglia tesa tra l’indifferenza e la paura. I civili sono quelli che hanno la memoria più corta. Hanno dimenticato l’ispirazione dei padri e bruciato i loro libri per scaldarsi d’inverno, per salvarsi.
E noi, invece, chi siamo? Noi che abbiamo salvato le biblioteche nel nostro petto, noi che abbiamo conservato la scrittura e la esercitiamo, chi siamo?
Siamo in guerra. E a noi ora tocca essere i capitani, i generali, i comandanti. Abbiamo raccolto questi gradi dalle giacche dei nostri padri quando erano troppo stanchi per combattere ancora, quando i colpi ricevuti gli avevano fatto perdere la memoria, la lucidità, quando toccava ormai a noi. A noi tocca ricordare ai civili perché siamo in guerra. A noi tocca ricordargli che l’importante non è salvarsi, ma salvare. A noi tocca spiegare il perché dobbiamo vincere questa guerra. E il motivo è semplice. Quella che stiamo combattendo è una guerra civile, una guerra di civiltà.

Gian Maria Tosatti

  • F

    E’ solo un esercizio di stile questo testo di Tosatti, bisognerebbe utilizzare le parole con maggiore rispetto per il significato che le parole hanno. Una guerra e’ un altra cosa dal mutamento culturale in atto in questo paese da trentanni, anche se questo mutamento non ci piace non possiamo chiamarlo guerra civile altrimenti si cade in uno snobbistico senso di supremazia culturale di vecchio stampo sinistroide adatto ai salotti ma non alla vita reale.
    Con i migliori auguri.
    F

  • Sarà retorica, saranno esercizi di stile, ma nelle parole di Gian Maria a me sembra di percepire quella passione e quel trasporto che è sempre più difficile reperire nelle nuove generazioni di artisti e intellettuali, più spesso a loro agio nell’ostentare disincanto e cinico distacco. Purtroppo, abituati come siamo alle semplificazioni e alla superficialità, ogni approccio alla complessità viene bollato come pretenzioso. Chiedersi se viene prima la “supremazia culturale da salotto” o i complessi d’inferiorità in malafede è come voler stabilire la priorità dell’uovo sulla gallina. Buttarla in politica da stadio con etichette come “sinistroide” è addirittura ridicolo. Per chi volesse approfondire:
    http://vincenzomerola.blogspot.it/2014/01/tre-domande-gian-maria-tosatti.html

    • M.

      Tosatti descrive un clima molto preciso. Con lucidità e capacità evocativa. Chi non si rende conto che c’è eccome una guerra in atto dimostra che è già fuori gioco. La guerra l’ha già persa. C’è molto lavoro da fare in un’Italia che non sta cambiando per ragioni “naturali”, ma viene cambiata ogni giorno da chi ha interesse nel distruggere una cultura ricca e complessa per farne una strada senza uscite, in cui le persone si trovano poi ad essere semplice forza lavoro per i progetti di qualcun altro. In Italia c’è da ricostruire la democrazia. Se non è guerra civile questa…
      Meno male che ci sono gli artisti a darne notizia. Non sono i soli, ma sono tra i pochi…
      Ma sono le conclusioni di questo articolo ad essere per me importanti. Il tema del combattere per salvarsi o per salvare. Qui sta veramente la questione.

  • La lettera che stanno leggendo a Sanremo adesso a 15 milioni di persone dice tutto.

  • vera

    Davvero interessante.

  • Eva

    Che stanchezza, siamo stremati da continui lirismi semantici che nulla hanno a che fare con il vivere il proprio tempo. Stanchi di un citazionismo improprio. Non ho mai capito che artista sia Tosatti, forse perchè l’unico luogo deputato nel quale riesco a focalizzarlo è il laboratorio di scenografia teatrale.

  • angelov

    Ma che strano! L’Europa sta vivendo il più lungo periodo di pace praticamente da sempre, con l’eccezione di sporadici focolai che comunque hanno risparmiato le nazioni che erano state teatro di guerra, quella vera, etc
    Bisognerebbe dare una ripassata alla filosofia e alla letteratura che riguarda l’Esistenzialismo, e cercare di capirne lo spessore…
    Onestamente non intendo dove l’articolo vada a parare; che l’Italia sia stata scenario di una delle più sanguinose guerre civili, dopo naturalmente la Spagna, (e basti pensare alla fucilazione di 7 fratelli avvenuta da noi in quel periodo,) già se ne era al corrente; e che la guerra fosse alle origini di tutto, già era stato enunciato da Talete, un presocratico nel 6° o 7° secolo AC; che del resto farsi largo nella vita sia una battaglia, questo è scontato…
    Ma forse questo articolo contiene un messaggio subliminale, cioè vuole avvertire che si sta avvicinando a noi una nuova guerra, e di quelle vere, e lo dice in modo indiretto: ma, anche in questo caso, mi sembra che sia quello che più o meno tutti gli astrologi hanno già preannunciato a chiare lettere.
    E dunque?
    Il mio invincibile ottimismo, che spesso mi porta a rasentare la più illusoria superficialità, mi sia da guida anche in questo frangente, e lo sia anche per voi…

  • Angelo

    Ottima riflessione.
    Strappa il velo a questa maledetta calma piatta apparente!

    • Ma cosa strappa? Vorrei chiedere a Tosatti dove vede una guerra civile oggi in italia…ma non ricevo risposta.

      • Angelo

        E’ come se un iracheno chiedesse ad un reporter di guerra «che ci fai nel nostro Paese? Qui la guerra è finita. Saddam è stato cacciato. Dove vedi una guerra?».
        Ma come fai a non vederla tu la guerra civile in cui è immerso questo paese?? Sveglia!!
        «Esci dal blog!» (cit.)

    • laura Negrini

      Proprio così!

  • Mario Certuli

    Parole sante!!

  • Ok, continuate a cancellare commenti a caso. Comunque, dove sta la guerra civile in italia? Nessuno fiata, se non per manifestare ordinatamente in piazza. Perchè? Perchè la politica ha le clientele e queste gli reggono il gioco; la burocrazia domina e questo regge il gioco al mantenimento di una mediocrità generale. Dove sta la guerre civile?

    Giovani, mantenuti in ostaggio da nonni e genitori, credono ancora in una rivoluzione globale; o altri non ci credono più. Mentre invece la rivoluzione globale non esiste, ma esiste solo una rivoluzione locale.

    Questi articoli sono esercizi di retorica che vogliono strappare l’applauso, perchè Tosatti desidera ardentemente vestire un certo ruolo di artista-intellettuale ormai fuori dal mondo (Kounellis 3.0). E come luci decine e decine di giovani in italia.

  • @disqus_pHC0JRiC6J:disqus
    Mi sembra piuttosto evidente che la guerra di cui parla Gian Maria non debba essere interpretata letteralmente. Il degrado culturale da cui siamo circondati richiede un impegno che Tosatti assimila metaforicamente ad un combattimento, nel quale gli artisti dovrebbero essere in prima linea. Purtroppo, invece, anche tra creativi e intellettuali, spesso è facile che in nome dell’immediatezza e del “vivere il proprio tempo” si scambi il pressapochismo per efficacia e la serietà nella ricerca e nell’approfondimento per “esercizi di retorica” o “citazionismo improprio”. Questo atteggiamento regge il gioco al mantenimento della mediocrità generale, mentre una politica clientelare e un’ingombrante burocrazia sono gli effetti, non le cause, della situazione che stiamo vivendo. Proprio tu che parli di rivoluzione locale dovresti comprendere l’importanza di quegli “esercizi retorici” da te tanto disprezzati, ma fondamentali per ricostruire la capacità critica e la consapevolezza che possono trasformare una massa disorientata in un’attiva compagine di cittadini.

    • @vincenzomerola:disqus : Caro Vincenzo, le parole sono importanti. “Guerra” presuppone due fazioni ben distinte. “Guerra civile” ancora più distinte. Quindi non definire tali fazioni equivale a farsi pippe retoriche e mentali. Scusa la durezza, ma devo anche sorbire la censura di Artribune, che sembra bulgarizzata ultimamente.
      E’ ovvio, tutti noi “combattiamo” per sopravvivere, anche negli USA o in Africa…e nessuno parla di “guerra civile”…ma stiamo scherzando? Questo è un atteggiamento artistoide-intellettualoide.

      Salvarsi? Da cosa? Salvare? Chi? L’articolo non spiega nulla….Anche questa pretesa superiorità, che ricorda il suo intervento nel quartiere sfortunato napoletano…mi sembra abbastanza fuori luogo.

      Gli artisti, per come vengono intesi, cercano solo la prossima Fondazione che possa sostenere il loro progetto per poi farlo pubblicizzare da amici e addetti ai lavori…un’autoreferenzialità imbarazzante…

      Rimando al blog per derive più costruttive, ma non pubblico niente, per non farmi pubblicità, infatti vendo blog :)

      • Irene

        Luca Rossi, se però le cose non le capisci non è che puoi bombardare il commentario di duecento messaggi.
        Non hai capito l’articolo. Lo hai scritto. Altri, invece, hanno capito e apprezzato. Basta così.
        Riduci i tuoi interventi. Sei la metastasi di questo sito.

        • Io ho capito benissimo la retorica di questo articolo. Se si parla di guerra civile, bisognerebbe specificare le parti in guerra. Il solito articolo retorico su “questi tempi duri”. Salvare chi? Cos’è questa pretesa? Io penso una grande presunzione-ambizione (molto renziana).

          L’artista deve salvare chi? Se l’opera dell’artista esiste e vale solo perchè pochi amici del sistema dell’arte sostengono tale opera? Quale funzione ha oggi l’artista?

          Domande che cadono nel vuoto, perchè rispondere significherebbe mettere in discussione i dispositivi retorici (opere e artisti) su cui si basa artribune stessa…ma così si va poco in là…

  • Dario

    Ho visto Tosatti oggi a Casabianca a Bologna… ha fatto vedere dei suoi progetti e ne ha parlato anche nei termini di questo scritto…
    Ho letto che qualcuno dice che il lavoro è più debole delle parole…
    Beh… chi lo dice secondo me non ha visto i lavori e non ha letto bene le parole.
    Oggi ho visto la documentazione del lavoro sul telescopio fatto a Roma e del progetto che sta realizzando a Napoli…
    Sono cose che cambiano veramente le città…
    Sono cose che cambiano il modo di fare arte e che fanno dell’arte uno strumento di rivoluzione reale.

    • Il telescopio a Roma aveva una componente partecipativa che nulla aggiunge, ma che è utile applicare. Ma non è diverso da un corso-workshop di recupero per quartieri difficili o per casi clinici. Il progetto a Napoli è totalmente spuntato rispetto alle intenzioni. Tutto può andare, ma ci deve essere una consapevolezza rispetto a intenzioni e contesto. Come se Martin Creed sostenesse di fare la rivoluzione politica di una paese….o come se un muratore sostenesse di risolvere i problemi della fame nel mondo costruendo una casa…la casa e il lavoro di Creed sono interessanti, ma il loro valore è misurato rispetto a contesto e intenzioni. Tosatti si da un gran da fare in pubbliche relazioni ma il lavoro non è altro che l’ennesima forma di artigianato dell’arte contemporanea. E in particolare una forma di archeologia del ready made. L’ennesimo giovane indiana jones, in questo caso con pesanti ambizioni di diventare il Kounellis 3.0. Quando un certo ruolo di artista andrebbe resettato. Ma il problema non è Tosatti, ci mancherebbe, quanto un sistema intorno che non ha saputo formare almeno tre generazioni di artisti negli ultimi 20 anni.

      Prova ne siano gli ultimi tre padiglioni italia….e mi fermo.

      • Dario

        Caro Luca Rossi,
        a Casa Bianca si è parlato proprio di questo. Delle generazioni perdute e di una rivoluzione da fare.
        E’ vero che ci siamo persi per strada le ultime generazioni di artisti, ma penso tu sia rimasto un po’ indietro. Ieri nel talk si è iniziato a parlare di come la generazione di Tosatti stia invertendo la tendenza, stia dando un ordine alla propria azione e riflessione e sia in grado così di aggredire il presente e sviluppare con esso una dialettica (che è la dinamica stessa della rivoluzione).
        Servono le opere, ma servono anche le parole. E penso che Tosatti abbia questo ruolo di collettore delle energie attraverso i suoi testi o anche le sue presenze nei talk. Serve chi mette in ordine le idee se si vuole fare una rivoluzione che non sia “in ordine sparso”, come quelle sempre fallite delle generazioni passate.
        Però, poi, serve anche che le opere siano di alto livello. Ieri si è affrontato molto a fondo il tema della purezza dell’opera e mi fa sorridere la tua descrizione del telescopio. Altro che laboratorio, quel telescopio, sulla torre, ha una potenza incredibile. E lo stesso valeva anche per altre opere che erano nella mostra, magari meno “muscolari” e più delicate, come quelle di Virginia Zanetti e Lisa Batacchi, ma comunque potenti.

  • Maria

    Grande Tosatti!!!
    Finalmente un intellettuale vero!
    Napoli è con te. Con le cose belle che fai e con le cose importanti che scrivi.

    • povera maria

      di questo articolo, l’unico passaggio ‘intellettuale’ è l’incipit di benedetto croce:

      Siamo in guerra. Una guerra civile. Iniziata forse da prima che nascessimo.
      Siamo cresciuti in guerra e come sempre, come i figli dei lunghi conflitti, come i bambini cresciuti durante la Guerra dei Trent’anni o in tutte le altre guerre che hanno costituito uno scenario storico, noi siamo la generazione più povera, venuta su con niente, senza nemmeno la memoria dell’abbondanza o, semplicemente, del benessere. Se fischiano i proiettili a un palmo dalle nostre orecchie, non ci giriamo. Se piove, non ci ripariamo. Tutto questo, per noi, è normale. Costruire, invece, no, non è normale. A quello non pensiamo. Perché niente si può costruire durante una guerra civile. Non ci sono nemmeno veri e propri eserciti, reggimenti, comandi, macchine, aeroplani, portaerei. Una guerra civile si combatte con le unghie e con le ossa. Altre armi sono i pasti quotidiani. Chi li riesce a fare resta sul campo anche domani.

      Artribune dovrebbe aprire dei blog individuali per paginette di diario simili e permettersi una maggiore selezione negli articoli che fa uscire. le chiacchiere da bar, vanno bene, appunto, nei bar.