Rivoluzionare l’arte

Un bel murale che celebra un martire del popolo. Ecco, nel 2013 è quel che c’è di peggio, sia per l’arte che per la politica. Bando ai temi, alle illustrazioni. La rivoluzione va praticata, non raccontata. E l’arte può contribuire soltanto se non scimmiotta malamente altri linguaggi.

Erdem Gündoz

Da alcuni anni Istanbul è diventata una mèta privilegiata per la cultura e in particolare per l’arte contemporanea. Lo ha testimoniato, ad esempio, la 13esima edizione della Biennale. Al fascino storico della città, cioè, si è unito quello dell’attualità architettonica, enogastronomica, urbanistica ecc. Ora però la situazione politica è assai instabile e durante l’estate si sono verificati pesanti scontri di piazza.
In questo scenario ha fatto breccia l’iconica protesta di Erdem Gündoz, lo Standing Man (Duran Adam in turco) di Gezi Park, subito imitato da decine di altre persone. Una maniera per manifestare il proprio dissenso esclusivamente tramite la presenza fisica, con il corpo immobile, eretto, imperturbabile. I precedenti non mancano, dall’ambito artistico (Kimsooja, A Needle Woman, 1999-2001) a quello politico (il cosiddetto Tank Man in piazza Tiananmen nel 1989). Ma cosa ci dice questa posizione da un punto di vista eminentemente artistico? In cosa si distingue da un sit-in, dalla resistenza passiva di gandhiana memoria? È arte o attivismo? Ha senso distinguere i due àmbiti e, se sì, con quali criteri e strumenti lo si può fare? È sufficiente citare Joseph Beuys e lo slogan “l’arte è vita” e viceversa (o “il personale è politico” e viceversa) per delegittimare ogni tentativo di distinzione?

Biennale di Istanbul 2013
Biennale di Istanbul 2013

Nel 2005, proprio a Istanbul, alla nona edizione della Biennale curata da Charles Esche e Vasif Kortun erano esposte innumerevoli opere dal taglio politico, in particolare video realizzati con un approccio documentari(stic)o. Un caso esemplare che fa emergere tre ordini di problemi generali. In primo luogo, il medium: si trattava sovente di opere in cui emergeva palesemente l’ignoranza, da parte dei loro autori, della grammatica e della sintassi cinematografica. Anche e soprattutto quando si intende scardinare un linguaggio, quando ci si vuole gettare in un corpo a corpo con esso, occorre conoscerne a fondo le norme che lo regolano e lo strutturano. In caso contrario, e nella fattispecie, il risultato è: video noiosi, didascalici e muti. In secondo luogo, il contesto: parliamo di una biennale, cioè – magari suo malgrado – di un luogo, di un evento nel quale si consuma quella che Slavoj Zizek chiama “trasgressione intrinseca”, gramscianamente organica al sistema (dell’arte) e alla sua sopravvivenza. In terzo luogo, il contenuto: è la questione più importante. Siamo certi che l’arte spenda efficacemente in politica il proprio capitale simbolico quando fa della politica stessa il proprio contenuto esplicito (il riferimento alla pornografia è voluto)? No, ne sono convinto; penso invece che l’arte sia politicamente efficace quando utilizza il proprio linguaggio e i propri mezzi per fare politica e non illustrazione decorativa.
Piccolo inconveniente, ovvero la domanda: “E allora che cos’è l’arte?”. Mi convincono poco i tentativi definitori a carattere contenutistico (Jean Clair) o analitico-definitorio (Arthur Danto, in una certa misura). Propendo piuttosto per l’approccio trascendentale proposto da Marco Senaldi – attenzione: la domanda succitata così perde i sensi – e dunque per porre al centro la capacità dell’opera d’arte non naïf di scuotere il reale, di sollecitare le contraddizioni, di essere conflittuale e non conciliante. Occorre sostare il più a lungo possibile sul crinale dell’indecidibile e stimolare una riflessione in-finita. Non suggerire, imbeccare, rassicurare il fruitore. Bisogna riuscire a rendere la vita difficile al lavoro della sussunzione, costringendo il sistema ad affrontare l’ennesimo cortocircuito, amplificabile grazie alla genetica disponibilità da parte dell’arte contemporanea all’autoriflessione (Joseph Kosuth) e al revisionismo (Hal Foster). Tutto ciò per dire che è possibile – nonché doveroso – restituire il primato alla pratica e – perché no? – all’“ottimismo della volontà” (Hegel): non sbaglia Debord quando scrive che “nel mondo realmente rovesciato il vero è un momento del falso”, ma sono certo che debbano ontologicamente esserci finestre spazio-temporali interstiziali nei/durante i quali l’azione micro/macro-sovversiva è possibile (e doverosa, ripeto).

Rivoluzione
Rivoluzione

Ora, se l’arte tiene fede alla propria contraddittorietà sul piano trascendentale e, in questo momento storico, lavora su temi quali la tolleranza, i diritti umani, la violenza ecc., allora può dire qualcosa di rilevante dal punto di vista politico. Si badi bene: si tratta di decostruire i concetti di tolleranza, diritti umani, violenza, non di chiederne e pietirne rispettivamente la diffusione, l’estensione, la condanna. “La rivoluzione non è un pranzo di gala”, diceva Mao, e per farla val la pena di alienare qualche (presunto) bene borghese.

Marco Enrico Giacomelli

Testo riveduto dell’intervento tenuto il 20 giugno 2013 al seminario “Etica, azione e arte globale” nell’ambito dei “Dialoghi di Estetica. L’arte tra emozione e azione” organizzati dal LabOnt | Università degli Studi di Torino, a loro volta inseriti nel programma della Summer School organizzata dal Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli.

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
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  • condivido e nel mio piccolo penso di lavorare in tal senso come si può vedere nel mio blog.

  • L’arte NON può risolvere direttamente i problemi politici e sociali (vedi Pistoletto) e diventa un noioso telegiornale quando li denuncia (vedi tante opere nelle biennali).

    L’arte è una palestra e un laboratorio da cui esce fuori un gas, una sensibilità diversa per vedere e fare. Condivido la definizione di Senaldi: ma come per Senaldi, anche Giacomelli, NON RIESCE a passare dalla teoria alla pratica.

    Tutto ciò che è poco rassicurante e critico viene marginalizzato e deriso. Si sviluppano critica generali (come questa) e si tace COLPEVOLEMNTE davanti a progetti grossoliani come quelli di Pistoletto e il Terzo Paradiso.

    Insieme ad altri abbiamo cercato di passare alla pratica, e siamo stati derisi, questo è il dramma delle giovani generazioni italiane (Giacomelli ORIENTED) che predicano bene, piene di nozioni, ma NON sanno razzolare bene (o non vogliono). Siamo iper scolarizzati ma incapaci di muoverci:

    http://www.artribune.com/2013/05/verso-la-biennale-si-chiama-kremlino-e-un-progetto-luca-rossi-affila-le-armi-in-vista-della-kermesse-lagunare-e-intanto-raccoglie-contributi-e-anche-fondi/

    • “Siamo” chi?

      • Quelli che collaborano al blog, nessuno nasconde nulla, abbiamo semplicemente preferito partire da zero. Non scriviamo e facciamo nulla che giustifichi l’anonimato….i veri anonimi sono gli esperti che NON rilevano criticamente certe operazioni….vedi per esempio il Terzo Paradiso di Pistoletto….per quello ovviamente non scrivete che è un “ppprogetto”…. :)

        Insomma due pesi e sue misure

        Siamo disponibili a incontri, a metterci la faccia, a guardare negli occhi tutti e fare anche aperitivo e ridere.

        • antonio

          come si chiama quella trattoria emiliana che frequenti assieme al tuo amico Ago?

      • Tra l’altro nel gruppo di Kremlino c’era anche Tosatti, a dimostrare come cerchiamo di avere una lucidità di giudizio, oltre la formazione dei soliti clan italiani….

        • Scrivi nel primo commento: “Siamo iper scolarizzati ma incapaci di muoverci”
          Scrivi nel secondo commento: “Per quello ovviamente non scrivete…”

          Continuo a chiederti a chi si riferiscono quei plurali. Ad Artribune mi auguro di no, dovrebbe essere piuttosto evidente che ognuno di noi ha la propria testa, le proprie idee ecc. ecc. Quindi se vuoi farmi delle domande sono disponibile. Le farai però a Marco Enrico Giacomelli, non ad Artribune (e lo stesso discorso vale per qualsiasi quotidiano, settimanale, mensile e così via degno di questo nome, fatto salvo forse per qualche house organ di partito o qualche pubblicazione la cui redazione somiglia a una riunione del Partito Comunista Coreano o a Forza Italia nel periodo del suo massimo fulgore monocratico).

          • Intendevo la generazione 20-30-40 anni.

            L’articolo è condivisibile, ma non vedo esperienze pratiche in questo senso.

            L’arte, anche nelle sue manifestazioni migliori e impegnate (progetto di Fassi) sembra essere funzionale alle problematiche di cui tratta. Come a dire: se se ne parla possiamo fare sì che non cambi nulla.

            Quindi a mio parere l’arte deve partire dalle case delle persone, deve arrivare in modalità nuove, se vuole stimolare e sensibilizzare.

  • Giusto WH, pienamente d’accordo e infatti poco sopra la mia osservazione intendeva accettare la loro teoria ma rimandava al mio blog per la pratica (io sono ancora, diversamente da te, per la distinzione tra critico e artista, anche se però il primo lo ritengo monco proprio per quello che dici tu: non si può parlare d’arte se non la si vive e non solo sul piano del linguaggio artistico).
    Quindi concentriamoci su questo con un esempio. Se ti dico di andare a vedere la mostra di Dahn Vo ripetendo la frase del neo sindaco romano Marino “voltare pagina” (cfr. mio “buonsens 18” sul blog), significa che tu devi cercare di superare quello che ti dice l’artista, usa i tuoi/suoi “favolosi muscoli” del titolo per voltare pagina, facci quello che vuoi, ma fai qualcosa di diverso dal solito andare a vedere una mostra e basta. E trovi la “libertà” (quella vera e non quella della statua americana).
    Ovviamente può essere solo una pensiero, ma devi fare questo qualcosa di diverso. E se lo fai in questa occasione, inizi ad abituarti a questo tipo di approccio – che secondo me è proprio quello che l’arte ci insegna – e lo potrai sperimentare in altre occasioni. Così il mio lavoro può diventare anche politico; una piccola rivoluzione che parte da te.

    • Ciao CoDa,
      a mio avviso la critica al critico regge poco da un punto di vista epistemologico. Prova ad applicarla ad altri ambiti: sulla Seconda guerra mondiale quindi chi ci deve scrivere? Solo militari di carriera? O meglio chi l’ha fatta? O meglio chi l’ha fatta esattamente in quella posizione? Uno storico non è abilitato perché l’ha vissuta? Non mi convince affatto. D’altro canto dici che la distinzione è necessaria. Quindi il critico deve continuare a esistere, ma consapevole di essere “monco”? Sa un po’ di affermazione negriera!
      Marco

      • Infatti la storia andrebbe scritta da chi l’ha fatta e non dagli storici. Quando andavo a scuola trovavo studiare la storia (quella scritta dagli storici) piuttosto noiosa mentre ascoltavo con grande interesse quello che mi raccontavano i miei nonni (e non erano dei grandi narratori). Altro esempio: una volta ho visto un incidente vicino a casa mia e il giorno dopo ho letto dello stesso evento sul giornale: era un’altra cosa.
        Ecco perchè diffido delle grandi narrazioni, di quello proposto da altri. San Tommaso è il mio patrono. Se voi critici volete parlare dell’arte non ho nulla in contrario ma se non la vivete, le vostre sono parole vuote (e quante se ne trovano anche su Artribune) e, guarda caso, spesso molto complicate. Si potrebbe azzardare una similitudine tra l’arte è la legge: entrambe sono state rese difficili cosicchè per capirla, comprenderla è necessaria l’opera di un traduttore, il critico o il giudice che sia. Ma quante volte emerge che il giudice è stato pagato? Perchè non accde lo stesso con i critici?
        Il traduttore ho detto; sì perchè sembra che il mondo sia più comprensibile solo quando utilizziamo il linguaggio verbale (che domina sicuramente su quello visivo: quanto volte a scuola che mi beccavano a non aver studiato mi dicevano che di un libro non bisogna guardare solo le figure… e mi sono sempre chiesto perché) e il critico traduce l’arte visiva in linguaggio verbale. questo salto comporta una differenza, una traduzione appunto che non potrà mai arrivare al succo del lavoro artistico (come una poesia in inglese tradotta in italiano, non sarà mai la stessa). Questo è solo personale.
        Ti faccio un esempio. Se nel mio blog, il mio ultimo “buonsens” ti propone di uscire stasera da casa vestito molto leggero e avvolto nelle abituali luci natalizie, tu non puoi parlare di quest’opera se non provi a farlo. E anche se provi a farlo, potrai descrivere la sensazione ma l’altro che ti legge deve provarla esso stesso. All’arte bisogna rispondere con l’arte e l’arte per me deve essere altro dal linguaggio verbale.

        • Continuo a non essere convinto: nell’esempio che fai già sei “scivolato” dall’esperienza diretta al racconto di chi ha vissuto l’evento (i nonni). Quanti di questi passaggi sono autorizzati perché la storia resti autentica? La memoria quando passa da orale a scritta è ancora valida? In forma di intervista o narrativa? Sono problemi complessi, che da De Martino in poi si dibattono, perché il punto critico è proprio stabilire cosa è autentico e quanto il contesto influenzi la memoria.
          Per cambiare totalmente ambito: pensa alla cosiddetta conquista del K2 nel 1954. Ci sono almeno 4-5 versioni contrastanti: quella di Desio, di Bonatti, di Lacedelli, di Compagnoni, di Gallotti. E parlo di chi quell’esperienza l’ha vissuta. E quindi? Chi e come stabilisce come è andata, se non vogliamo che si intromettano gli storici?

          • È solo l’individuo singolo il testimone di quello che accade, dell’autentico. Tutto ciò che avviene indirettamente. Esso ascolta quello che dicono gli altri ma deve fare di tutto per farlo proprio. Ovviamente con gli eventi storici già accaduti non è possibile. Con i quadri/immagini di un tempo si può fare. Ho provato per es. a proporlo sempre sul mio blog con il buonsens “rosso Tiziano”. È l’unico modo per superare anche la visione di plays rays di wh.

  • Caro Luca,
    io non me la sento proprio di parlare di o a nome de la generazione (che poi sono due) dei “20-30-40 anni”. E’ come parlare degli europei del terzo millennio. Cosa diavolo significa? Matteo Renzi e la mamma rom con 6 figli insieme nella stessa analisi? Il problema della teoria senza ricadute pratica o della pratica autoreferenziale e/o velleitaria è storicamente quasi sempre legata a una lettura errata o superficiale (quindi errata) dei propri referenti, del contesto ecc. E in genere la reazione, umana troppo umana, consiste nell’incolpare un altro soggetto della propria inefficacia (non mi capiscono, mi reprimono ecc.).
    Ora, se la tua lettura dell’attuale panorama critico italiano nel mondo dell’arte consiste nel dire che questo stesso panorama ha abdicato incorreggibilmente al proprio ruolo, allora le soluzioni sono credo sostanzialmente due (la riforma dall’interno non la contemplo per le ragioni suddette): lavorare sulla “integrazione” dei ruoli dell’artista e del critico (ci sono ottimi esempi in tal senso, anche in Italia) o, ancora più radicalmente (andando nella direzione prospettata da CoDa) prescindere proprio dalla critica per come è stata impostata nell’ultimo secolo e mezzo. In entrambi i casi credo che si possano dare esiti interessanti, forse ancora di più nel secondo (non fosse altro perché il compito è più arduo e meno esplorato).
    Però per fare tutto questo ci vuole tanto tempo, impegno ecc. ecc. e – permettimi – se trascorri 6 ore al giorno sui commentari delle riviste di critica d’arte, a parlare cioè con chi meno al mondo ti dovrebbe interessare, allora perdo il filo e mi viene da pensare di nuovo che stiamo ricascando nella superficialità, nella posa, nel pourparler non pratico e nemmeno teorico ma da colazione al bar.
    Una ultima chiosa: attenzione a denigrare continuamente la teoria, è un atteggiamento che ha contribuito non poco a condurci all’attuale situazione di stallo. Il primato della prassi, per dirla con Mario Tronti, non significa affatto che la teoria è inutile. Altrimenti si ripiomba nel ribellismo acefalo, che va bene a 16 anni (ora a 12 forse), poi è patetico e inconcludente.
    Marco

    • Rispetto alla storia basta a vere la consapevolezza delle varie versioni, e non impressionarsi nel constatare che saranno sempre versioni aperte e parziali.

      Ma la cosa interessante è che la contemporaneità esiste in ragione di pubbliche relazioni e luoghi. Il mondo accademico è messo nell’angolo, leggo libri di critica che leggeranno tre persone in tutto e tre esperti in tutto. Gli accademici seguono anche loro lo sponsor, oggi più di ieri. E quindi serve una critica indipendente (per quanto grezza) che possa far apparire l’opera-evento-progetto oltre alla dittatura di pubbliche relazioni (RAYS, raggi tra punti) e luoghi (PLACE, dove avvengono le cose):

      …plays… (place+rays)
      una galleria di Varsavia, 2011.

  • Caro Marco,

    scusami intendevo generazione 25-35…l’epoca di scienze della comunicazione, come 1000 economisti, 1000 giuristi e 1000 dottori, che poi finiscono a fare commerciali. Ma non è questo il punto.

    Ho letto un bel libro di Gombrich che parla di una tensione critica vitale tra:

    -artisti

    -esperti

    -clienti (pubblico e collezionisti)

    In italia (non so all’estero) esperti e clienti coincidono.

    Quindi o si propongono cose apparentemente sofisticate e mainstream senza pubblico e si tenta di andare incontro al pubblico con arte a prova di deficienti (per essere chiari).

    Non esiste uno spazio di divulgazione e formazione per il pubblico. C’è la paura del pubblico ma anche la pretesa che l’arte (a differenze di ogni altro ambito) debba essere democratica, immediata e diretta.

    Io penso che la trasmissione di Bonami, il blog, il corso che promuovo nei pub, siano tutte ottime opportunità per la divulgazione-formazione di un pubblico VERO INTERESSATO ed APPASSIONATO.

    Il pubblico fa parte di quella triade fondamentale con artisti ed esperti.

  • Angelov

    Questo rapporto Arte-politica, visto dall’interno, come sembra fare questo articolo, in realtà può essere anche rovesciato, e visto dall’esterno: cioè i rapporti tra arte-Politica, dove la cultura viene ostacolata dalla politica, divenuta potere fine a se stesso.
    La ricerca di una formula, che limiti i danni dell’estetismo, che l’arte tende ad iniettare in un contesto ed una prassi politica, deve tenere conto anche dei danni, a volte letteralmente fisici, che la cultura subisce dal potere costituito, sempre quando si è ridotto ad essere fine a se stesso e spettro di quei valori che aveva promessi ma non mantenuti.
    L’arte, qualsiasi sia il suo stile o linguaggio, è la sola in grado di trascendere queste dicotomie, e condurci in un territorio o una dimensione, dove le necessità di ricette o di formule risultano accessorie al fare, perché il gesto ha preceduto la parola.

    • Angelov

      dimenticavo:
      Auguri di buon Natale a tutti
      e buone feste etc
      alla redazione
      grazie ancora

  • Giorgio

    non mi è chiaro il passaggio “si tratta di decostruire i concetti di tolleranza, diritti umani, violenza, non di chiederne e pietirne rispettivamente la diffusione, l’estensione, la condanna.”
    e perché mai l’arte dovrebbe decostruire questi concetti quando neanche l’applicazione pratica ne è garantita?
    quella che si indica come illustrazione decorativa non sarà arte ma in diversi contesti, in cui i diritti umani e civili sono calpestati, è purtroppo necessaria, anche all’interno di kermesse istituzionali.
    non per questo credo che sia un lavoro artistico, non per questo cerco di difenderlo davanti a un uditorio tanto preparato, però l’articolo sembra criticare realtà delle quali poco conosce e, come si dice dalle mie parti, “colle chiappe al sicuro”.
    capisco che le critiche siano una premessa per disquisizione sul ruolo arte/politica ben più ampie, però le parole hanno un peso.

    • Ciao Giorgio,
      tento di chiarire in estrema sintesi utilizzando i tuoi paragrafi:

      “non mi è chiaro il passaggio “si tratta di decostruire i concetti di tolleranza, diritti umani, violenza, non di chiederne e pietirne rispettivamente la diffusione, l’estensione, la condanna.” e perché mai l’arte dovrebbe decostruire questi concetti quando neanche l’applicazione pratica ne è garantita?”
      perché l’arte, quella che al 95% ci resta negli occhi da alcuni secoli, è sempre stata di avanguardia, non di retroguardia. ciò non significa che le battaglie di retroguardia non siano importanti, anzi. inoltre: decostruire certi concetti ne permette una rilettura più basilare e aiuta a quella che tu individui giustamente come mancata applicazione. esempio di buon livello: “contro i diritti umani” di zizek. dove si spiega piuttosto chiaramente perché i cosiddetti diritti umani sono applicati in una porzione ben precisa del globo, ovvero dove sono stati inventati, e negli stessi luoghi da cui partono le motivazioni per la loro non-applicazione altrove.

      “quella che si indica come illustrazione decorativa non sarà arte ma in diversi contesti, in cui i diritti umani e civili sono calpestati, è purtroppo necessaria, anche all’interno di kermesse istituzionali.”
      credo che quando l’arte diventa “necessaria”, ovvero assume una funzione strumentale, abbia abdicato alla propria funzione. diventa ad esempio propaganda. nulla di male, ma è un altro sport.

      “non per questo credo che sia un lavoro artistico, non per questo cerco di difenderlo davanti a un uditorio tanto preparato, però l’articolo sembra criticare realtà delle quali poco conosce e, come si dice dalle mie parti, “colle chiappe al sicuro”.”
      ho sempre diffidato della psicologia dell’arte, figuriamoci di chi pretende di desumere da un articolo il vissuto personale, l’impegno civile, la situazione patrimoniale o giudiziaria o conoscitiva dell’articolista. ma sono sempre stato affascinato dalle persone così stolidamente sicure di sé, hanno un ché di rilassante, come l’easy listening per le galline in batteria.

      “capisco che le critiche siano una premessa per disquisizione sul ruolo arte/politica ben più ampie, però le parole hanno un peso.”
      appunto

      • Giorgio

        grazie della risposta, nonostante se ci sia qualcuno “stolidamente sicuro di sé” mi sembra lei, Giacomelli. Se per caso sia un attivista politico o viva nel suddetto paese, la prego di dirmelo. Altrimenti, colle chiappe al caldo credo ci stiamo tutti me compreso (solo di questo mi sento sicuro e rilassato più che rilassante).
        Siamo d’accordo che non sarà arte quella “necessaria”, quindi non capisco perché definirla ancora tale (come lei fa). Sarà propaganda, ma anche di questo vive l’uomo ed è inutile denigrarla, se il contesto è altro secondo me va accettata per quello che è.

  • leggendo questi commenti, come sempre, mi sembra che ci si perda in un mare di intellettualismi fini a se stessi e che alla fine vi stiate parlando addosso. io non ho capito niente di come la pensate, di che arte state parlando … mi sembra che molti stiano pubblicizzando i vostri blog e siti web e gli altri si aggreghino. Non mi stupisce se il dibattito sull’arte in Italia non supera le porte dei salotti Degli INTELLETTUALI di professione … mentre nel resto del mondo l’arte e’ un vero patrimonio di tutti e si vedono giovani, vecchi, famiglie, e di tutto un po’ ad ammirare le opere del MOMA, la Tate Gallery e le gallerie e musei più importanti …. in Italia invece un Veneziano può passare la sua vita in città senza essere mai entrato a Palazzo Ducale o un fiorentino senza vedere gli Uffizi.

    • Ciao Kate,
      sbaglio o cliccando sul tuo nome qui sopra si accede a un blog? (Il tuo?)
      A parte ciò, le battaglie più strenue contro gli intellettuali le hanno fatte personaggi storicamente poco raccomandabili. “Quando sento la parola ‘cultura’” ecc. ecc.

  • L’arte è una disciplina di cui bisogna conoscere alcune regole e direttive di base, come accade per ogni altro ambito. La pretesa che in arte tutto possa andare bene (e questo è giusto se c’è consapevolezza e coscienza) attira tutti i mediocri…e mi ci metto anche io…

    In italia il pubblico non esiste ma solo artisti e addetti ai lavori, e quindi manca quella tensione critica e dialogica vitale fra artisti, addetti ai lavori e pubblico. Ecco motivato il livello bassissimo di questi commenti. E anche degli artisti italiani delle ultime generazioni.

    Le soluzioni? Accademici e esperti che diventino buoni divulgatori, per stimolare e interessare il pubblico…..diversamente accetteremo ogni stupidata di Pistoletto, il nuovo genio Stampone-Cattelan e tutti gli altri manieristi che ci provano a diventare Cattelan…o almeno un Boetti 2.0 (alla Assael tipo)….

    Il bello è che il valore dell’arte parte da domande semplici (e non semplicistiche)…ma gli esperti temono questo domande…..

    • Annamaria

      Ma cosa vuol dire che non c’è pubblico? Quando un artista va a vedere una mostra non sua… è pubblico. Non credo valga di più, di meno, o in maniera diversa, da un’altra persona (sia essa critico, insegnante, fisico, atleta…). Viceversa, se sono interessato all’arte, divento immediatamente parte di quel sistema, accetto il linguaggio e ne sono parte. L’addetto ai lavori non è diverso dall’appassionato.

      • ERRORE: gli artisti e gli addetti ai lavori sono certamente pubblico, ma manca una cosa fondamentale: il pubblico vero. Persone semplicemente appassionate ed interessate, senza doppi fini. Se togliamo curiosi, turisti e collezionisti in Italia NON ESISTE PUBBLICO VERO….ed è giusto perchè sfido chiunque ad apprezzare certe mostre che passano al Mambo o al Maxxi (penso all’ultima del Mambo e a quella di Pistoletto al Maxxi).

        Pensatori più bravi di me, hanno detto che la qualità discende da un dialogo e una tensione critica tra:

        artisti

        esperti

        pubblico

        Se manca il pubblico, come in italia, il risultato tende ad essere mediocre e incestuoso. Non esiste mai un confronto critico vitale che possa far crescere tutti…in quanto tutti tendono a compiacersi, a ostacolarsi o a essere indifferenti….ed ecco spiegata la situazione dell’arte italiana degli ultimi 20 anni…

        Anche gli esperti in buona fede (e spero ce ne siano) non riescono mai ad andare oltre il loro naso…e non hanno nessun interesse a farlo.

        Cosa succede se in platea al cinema ci fossero solo attori, registi, e altri addetti ai lavori? Alla lunga tutti tenderebbero ad una mediocrità generale che non possa mai mettere in discussione gli uni verso gli altri…

  • Trovo molto strano che nelle osservazioni postate in calce ad un articolo che tratta di rivoluzionare l’arte, tra le quali ho messo alcuni miei lavori presi dal mio blog ( certo che è anche pubblicità, cara kate, ma mi serviva x fornire un esempio pratico della proposta di Giacomelli), nessuno parli di questi lavori, anche per dirne le debolezze. Ha proprio ragione wh nel dire che non si vuole parlare delle opere.
    E wh ha anche ragione quando dice che l’arte è semplice come mi sembra di aver detto e spiegato più volte. Forza MEG dimostra NELLA PRATICA che sei un critico rivoluzionario. Che qualcosa sta cambiando…

  • Articolo interessantissimo, grazie Giacomelli, di quelli che profondamente scuotono la critica e ne fanno un utensile decostruttivo. Il tuo ragionamento è più attivo nelle riflessioni anglosassoni (con diramazioni francesi e tedesche) che a quelle latine, il che ne fa senza dubbio un argomento di forza.

    Mi scuso di mettere questa citazione di Heidegger in francese, ma non ho il tempo di tradurla ora, ma mi sembra necessaria per intuire il fondo storico del tuo pensiero, in contraddizione alla superficie patinata della critica fine a se stessa. Ne approfitto per farvi un bacio dalla Svizzera a te a e tutta la redazione per il 2014.

    «Le public mondial actuel vit toujours dans l’opinion que la pensée des penseurs devrait se comprendre de la même façon qu’on lit les journaux. Que tout le monde ne soit pas capable de restituer les processus de pensée de la physique contemporaine, on trouve cela dans l’ordre. Or, apprendre la pensée des penseurs, c’est essentiellement plus difficile, non pas que cette pensée soit encore plus compliquée, mais parce qu’elle est simple, même trop simple pour les habitudes de représentation courante.» (MH, Ce qui s’appelle penser)

  • La riflessione artistica rischia di diventare funzionale e complementare al problema politico che vuole risolvere.

    L’arte NON può risolvere direttamente i problemi politici e sociali (vedi Pistoletto) e diventa un noioso telegiornale quando li denuncia (vedi tante opere nelle biennali).

    L’arte è una palestra e un laboratorio da cui esce fuori un gas, una sensibilità diversa per vedere e fare. Condivido la definizione di Senaldi: ma come per Senaldi, anche Giacomelli, NON RIESCE a passare dalla teoria alla pratica.

    Tutto ciò che è poco rassicurante e critico viene marginalizzato e deriso. Si sviluppano critica generali (come questa) e si tace COLPEVOLEMNTE davanti a progetti grossoliani come quelli di Pistoletto e il Terzo Paradiso.

    Insieme ad altri abbiamo cercato di passare alla pratica, e siamo stati derisi, questo è il dramma delle giovani generazioni italiane (Giacomelli ORIENTED) che predicano bene, piene di nozioni, ma NON sanno razzolare bene (o non vogliono). Siamo iper scolarizzati ma incapaci di muoverci:

    http://www.artribune.com/2013/05/verso-la-biennale-si-chiama-kremlino-e-un-progetto-luca-rossi-affila-le-armi-in-vista-della-kermesse-lagunare-e-intanto-raccoglie-contributi-e-anche-fondi/