La notte della post-ideologia

Una delle retoriche ricorrenti dell’attuale dibattito (politico e non) è la necessità di essere post-ideologici. Di continuare ad annullare qualunque steccato e, superandolo, garantire il progresso di un Paese fermo a schemi concettuali antiquati e sconfitti dalla Storia. Ragionamento assai rischioso…

Jovanotti, Jovanotti for President (1988)

Il rischio di questo ragionamento è una conseguenza di quella che Christian Caliandro ha chiamato, su alfabeta2, “distopia culturale”. La distopia “in cui quasi tutti negano di abitare una distopia […] negano di viverci fin da quando sono nati, fin da quando esistono e hanno memoria […] e negano anche la loro vita” (La nostra distopia culturale/3).
Non bisogna dimenticarsi che questa età post-ideologica, di fatto, è già nello specifico italiano. E il berlusconismo ne è stato la sublimazione. Avere annullato il flusso del tempo, fermando il Paese in questi eterni Anni Ottanta, avere negato la natura critica del postmoderno per prenderne solo gli aspetti deteriori della farsa, annullando la narrazione (ben prima della dissoluzione delle Grandi Narrazioni: i partiti tradizionali, i sindacati, l’associazionismo), ha portato un cortocircuito rappresentativo le cui retoriche costanti – la consolazione, la nostalgia, la negazione – permeano, svuotandolo, il discorso senza aver prima affrontato il “perturbante”. Il tratto fondamentale di questa età post-ideologica italiana si riflette nel ritorno prepotente di una egemonia culturale di destra. Rivendicare di non avere ideologia è una mossa ideologica conservatrice che, a cascata, si ripercuote sulla produzione culturale. Se i testi sono il sintomo e il prodotto di una situazione contestuale più ampia (Antoine Compagnon, Il demone della teoria), la cultura attinge da un magma in cui si omologa tutto, in cui non ci sono differenze, non si ragiona più per distinzione (per usare un termine caro a Bourdieu).

Rockit, Con due deca (2012)
Rockit, Con due deca (2012)

È la versione rinnovata di quella che Furio Jesi definiva “pappa omogenea”. La destra italiana nel suo rapportarsi con la Tradizione tecnicizza una mitologia che non le appartiene a uso e consumo della propria auto-narrazione. Questo processo di decontestualizzazione costante, di impoverimento del ruolo critico dell’opera d’arte, attivo da destra come a sinistra (intese come categorie con-fuse), conduce a testi incapaci di vibrare, incapaci di raccontare il tempo in cui viviamo, di farsi portatori di uno Zeitgeist.
È un discorso che potremmo applicare a tutti i campi dell’industria culturale. Ma possiamo cominciare ad affrontare la questione con qualche esempio musicale che spiega molto bene come questa tendenza alla post-ideologia, annullando le differenze, crea conseguenze molto pericolose annullando la spinta critica.
Jovanotti che passa da essere aedo della reaganeide a sostenitore del pacifismo umanista onnicomprensivo (“da Che Guevara a Madre Teresa”, Penso positivo), dal terzomondismo di propaganda (il rap contro il debito a Sanremo) alla retorica dell’uomo vincente che annulla qualunque conflitto – conflitto alla radice dell’essere di sinistra o, comunque, progressisti – e per cui esiste solo una notte dei desideri in cui le cose succedono perché le vuoi far succedere (l’intervista a Gramellini de La Stampa). Fedez, rapper anticomunista e anticapitalista che dedica una canzone ad Alfonso Signorini insistendo sull’ironia che annulla il contesto critico, appiattisce il messaggio e esalta l’idea dell’infotainment come prodotto ideologico incapace di produrre senso. Max Pezzali, vittima/artefice di un ciclo “ironico” che ha portato gli 883, nel giro di pochi mesi, a essere prima esaltati dalla critica intelligente (la stessa critica che vede nel cinema delle giovannone una arguta analisi della società italiana) sulla spinta di un tributo su Rockit (Con due deca) che vedeva Pezzali come cantore del weekend postmoderno di tondelliana memoria, per poi essere scaricato quando anziché cavalcare la tigre dell’alternativa di sistema ha duettato con alcuni esponenti della cultura di massa come J-Ax confermando la sua natura, e infine pubblicare per l’editore ISBN una biografia accanto a saggi di Simon Reynolds e romanzi di Will Self e Douglas Coupland.

Tout se tient, insomma. Perché lo schema cognitivo non riesce più a essere scosso da nessun tipo di vibrazione. La cultura, anche se vista come alternativa, si appiattisce in un sistema a se stante dove le parole chiave non sono più sovversione e critica, ma moderazione e consolazione. Essere poptimist, analizzando Lady Gaga come importante forma di espressione contemporanea, non vuol dire automaticamente che tutto sia uguale a tutto. Non c’è progresso senza critica. Non c’è critica senza conflitto. E i danni dell’ironia cominciano a essere visibili a occhio nudo.

Hamilton Santià

  • Zico

    non avevo mai notato la scritta sulla t-shirt di Jovanotti nella copertina dell’album

  • vittau

    La Kulturkritik autoreferenziale é ferma da quarant’anni, ben prima della nascita dei suoi epigoni (che ovviamente non hanno letto altro che le fanzine di riferimento, fonti non primarie) a decostruire il cambio di paradigma ‘postideologico’.
    Una volta almeno lo faceva citando Pasolini, discutibile ma dotato di un proprio pensiero forte, la Scuola di Francoforte, il poststrutturalismo francese, tutto (di solito) di prima mano.
    Oggi lo fa tramite un bric-à-brac di fonti indiziarie come Max Pezzali e Fedez, nientemeno, e sembra più un lamento da salotto di seconda mano, un pot-pourri alla Michele Serra.
    Un parlarsi addosso in cenacoli sempre più ristretti e, novità, culturalmente più marginali, settari.

    Rimane comunque, oggi come allora, l’assenza del benché minimo riscontro emoirico con la realtà, con qualche grafico da studi economici, con l’uso dei numeri antiintuitivo della statistica, con un’infarinatura giuridica, di un approccio diretto allo stress concorrenziale del mondo del lavoro e al suo know that antilibresco e fortissimamente autobiografico, che impone l’àskesis delle virtù personali (vera filosofia messa in pratica, altro che la dialettica hegeliana poi mutuata da Marx, il conflitto per il conflitto).

    Rimane, per gli iniziati della Kulturkritik postideologica una teologia (più autoreferenziale di così) di testi che si rifanno ad altri testi, una scolastica ortodossa e un genere letterario della crisi che riscuote sempre l’applauso, anche se l’uditorio si restringe sempre più, l’età media si alza, la presa sul reale é sempre meno plausibile, il testo sempre più un esercizio di stile non falsificabile, un elzeviro, un ghirigoro.

  • È un’analisi che sottoscrivo punto per punto. Aggiungerei che la mancanza di “conflitto” necessario a prendere posizione, ad elaborare un’idea di società, manca pesantemente nell’arte di oggi. Tutta ricondotta al ‘brand’ senza che le opere abbiamo qualcosa da dire.