Futuri possibili & nebulose immaginarie

Uno dei problemi più critici e urgenti dell’Italia contemporanea è quello di non saper percepire – e immaginare – il proprio futuro: il futuro è per noi, ormai da (troppo) tempo, una catastrofe che si avvicina, che precipita verso e su di noi. Senza nessun intervento e manovra da parte nostra. Nella costruzione di questo spazio-tempo non abbiamo ruolo alcuno, e non possiamo fare altro che assistere al suo dispiegarsi con un misto di confusione, smarrimento e timore paralizzante.

La Regina Margherita

È questo il meccanismo che va in ogni modo disinnescato: un meccanismo che è penetrato a fondo nei nostri cervelli, nel nostro atteggiamento psichico, nella nostra predisposizione a interpretare, o a non interpretare, la realtà davanti e attorno a noi. Intanto, occorre fuoriuscire al più presto dalla corrosione-erosione nostalgica della percezione del tempo (del passato, e quindi del presente e del futuro): la nostalgia, essendo il consumo del passato, lo adegua alle condizioni del presente, accettandone dunque solo e soltanto gli elementi (oggetti, stili, attitudini mentali, produzioni, persino eventi) coerenti con il nostro tempo, ed escludendone inevitabilmente i fattori più disturbanti e perciò stesso più interessanti, perché sono quelli che avrebbero potuto portare a un altro presente. La nostalgia intende questo presente come l’unico possibile, e distorce il passato; la percezione storica valuta il presente come uno degli effetti, dei risultati che avrebbero potuto avere luogo. Tra l’altro, questa pratica percettiva ci induce regolarmente a pensare che tutto quello che ci capita di negativo e disorientante stia accadendo sempre per la prima volta: questo dipende dalla nostra impreparazione, e non dagli eventi in se stessi, dal momento che forse nessun Paese come il nostro ha la tendenza a ricadere sempre nelle stesse sequenze, ad abbandonarsi con voluttà ai medesimi cicli, a riappropriarsi secondo varianti minime di identici atteggiamenti di fondo (forse, quasi sicuramente anzi, proprio perché non abbiamo memoria del nostro stesso passato, recente e lontano: non conosciamo noi stessi così bene come pensiamo).

Gabriele D'Annunzio a Fiume
Gabriele D’Annunzio a Fiume

A questo effetto distorsivo va aggiunto un altro, ancora più potente. Esso è stato individuato in maniera geniale da Giulio Bollati nel saggio Il modo di vedere italiano (note su fotografia e storia, 1979), che ha posto come punto di partenza imprescindibile gli Anni Ottanta dell’Ottocento e un’inedita “collaborazione creativa” tra la Regina Margherita e Giosuè Carducci (fondamentali per più ragioni, come abbiamo già avuto modo di vedere: nel 1883 nasce infatti ufficialmente il Trasformismo): “Intorno alla [Regina Margherita]… la miglior cultura italiana costruì una nebulosa fantastico-ideologica (la prima di una serie, come diremo), più efficace di qualsiasi teoria, dottrina o predicazione, perché comprensiva di tutto l’indispensabile: le idee trascritte in sogno o avventura, le prescrizioni sociali presentate come i suadenti comandi che echeggiano nelle fiabe, la comunità nazionale descritta come un villaggio sovrastato da entità benefiche. L’intelligente trasposizione di ‘Pinocchio’ a simbolo del popolo italiano dei primi decenni dell’Unità, va completata riconoscendo nella Fata turchina la Regina bianca. […] Il ‘margheritismo’ fu il nostro vittorianesimo, più infantile, scolastico, più letterario e ‘romantico’, ma non meno esigente nel dirigere il costume: e altrettanto influente sulla visualizzazione, in forme dirette, traslate o tangenziali” (ne L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi, Torino 2011, pp. 160-161).

Democrazia Cristiana
Democrazia Cristiana

Ciò vuol dire che la società italiana, fin dalle sue origini postunitarie (e, molto probabilmente, fin da secoli addietro…) ha una spiccata tendenza a costruirsi bolle finzionali in cui rinchiudersi e adagiarsi comodamente, allontanandosi dalla realtà e dallo sguardo su di essa (un processo che coincide sempre con l’affidamento a un’identità collettiva immaginaria e fabbricata altrove: il mondo fatato che è l’altra faccia della classe di Cuore, che si tramuterà decenni dopo in un’antichità di cartapesta e nello Strapaese delle olografie ecc.): se, per dire, in Francia il naturalismo di Zola e il postnaturalismo di Maupassant e Huysmans sono sì componenti rivelatrici del contesto storico a cui appartengono, ma come componenti critiche, come funzioni perturbanti dell’intero dispositivo, qui da noi tradizionalmente l’immaginario culturale è il dispositivo. È, come osserva acutamente Bollati stesso, un “grembo materno”, ed è piuttosto difficile rintracciare una metafora più indicata a tradurre la condizione italiana nella storia culturale degli ultimi secoli: impermeabile alle influenze e agli stimoli esterni, autoconclusa (senza essere però autosufficiente). È una gigantesca bolla spazio-temporale, che si sorregge su alcune direttrici fondamentali, e che espelle da sé automaticamente e autoritariamente la critica, il “fuori”. Il che non vuol dire ovviamente che le posizioni e le espressioni “eretiche” non esistano: semplicemente, non divengono mai – né in diretta né in seguito – strutture portanti della società e della cultura nazionale, della nostra identità collettiva; rimangono sempre e comunque corpi estranei, a malapena tollerati quando non esplicitamente rimossi (basta pensare, giusto per fare l’esempio più lampante, a Pasolini).

Tinì Cansino in Drive In (1986)
Tinì Cansino in Drive In (1986)

Partendo da questo punto, è possibile riconoscere tutta una serie, una sequenza di queste nebulose, di queste bolle; esaminarne cioè l’intera genealogia: “Vorremmo ora attirare l’attenzione, nella stessa linea di interesse, sulla nebulosa D’Annunzio perché nessun’altra teoria dell’epoca o somma e combinazione di teorie può competere con essa in fatto di compiutezza e di efficacia mitologico-pratica. Questi addensamenti di materiali sovrastrutturali della più varia provenienza e qualità, fusi insieme a formare costellazioni del vivere individuale e collettivo, si susseguono regolarmente a partire dall’Unità. Alla carducciana (per definirla provvisoriamente), tiene ora dietro la dannunziana, cui seguirà la fascista e, forse, il conglomerato ‘cristiano’ del secondo dopoguerra; e c’è da chiedersi se non sia da cercare in questa direzione un tipo ideologico modulare, funzionale e necessario al particolare sviluppo italiano; tipo che potremmo definire formalmente a ‘grembo materno’, per indicarne il carattere isolante, protettivo, totalizzante e, all’occorrenza, autoritario” (ivi, pp. 172-173).
Per li rami si discende – l’avete già immaginato – all’ultima “bolla” italiana in ordine di tempo, quella in cui abbiamo vissuto nel corso degli ultimi trent’anni: troppo facile e troppo comodo chiamarla “berlusconiana”, troppo vago definirla “postmoderna”. Un altro nome andrà trovato per definire questo ennesimo habitat fatato, immateriale, fantasmagorico. Eppure così completo da aver dominato le nostre esistenze e le nostre scelte e le nostre visioni per un periodo così lungo.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Ri.Chi.

    Caliandro quanti siete a scrivere questi pezzi? Non comprendo il Noi che usate. Forse ora che hanno fatto un Papa catto-comunista, tutti posso utilizzare il noi in forma di prima persona singolare?
    Davvero per Voi, il futuro è una catastrofe che si avvicina per schiacciarvi?
    Animo ragazzi, se in un secolo l’Italia è passata dal ventre materno della Regina Margherita alle tette della Tinì Cansino, c’è speranza che si giunga un giorno alla testa di una qualche madre ispiratrice.
    ” e proprio lì, volea volare l’uselin de la comare…”

    • christian caliandro

      “Noi” italiani, “noi” in Italia… ma davvero è necessario spiegare e precisare una cosa del genere? :O dài, è uno scherzo…

  • Ri.Chi.

    Tutti gli italiani! Hai dei dati, un sondaggio, delle prove?
    Tu vedi il futuro come una catastrofe e sei paralizzato dalla paura. Io sono italiano e vedo il futuro come una conseguenza delle mie scelte. Noi siamo diversi. Sì, è necessario precisare una cosa del genere perchè la depressione non è uno scherzo, ma si può uscirne con pazienza.

    • christian caliandro

      Certo, certo. Dunque: io, dal mio punto di vista, percepisco uno stato d’animo diffuso; questa “percezione” non si fonda – ovviamente – su ‘dati’, ‘sondaggi’, ‘prove’, per il semplice fatto che le atmosfere psichiche e ancor più gli immaginari culturali sono difficilmente quantificabili (e, se anche lo fossero, non so quanto i risultati potrebbero essere interessanti: per me certamente no). Se avessi davvero letto l’articolo, ti accorgeresti che tutto lo svolgimento si basa su quella premessa, ma che consiste in un tentativo di articolare proprio la “fuoriuscita” da questo meccanismo (non ho voglia di riscriverlo: è tutto sopra). Se tu attorno a te percepisci una diffusa sicurezza, una diffusa fiducia nel futuro, una diffusa proiezione nel futuro e nella dimensione (ri)costruttiva, sono contento: dicci dove abiti, così considereremo tutti molto seriamente l’ipotesi di trasferirci lì. Ti ricordo solo che una persona interpreta la realtà in base a un lavoro che fa, a un’esperienza del mondo e degli altri, diretta e mediata, alla riflessione che sta portando avanti (come, del resto, fanno tutti gli esseri umani, in maniera più o meno consapevole): questa interpretazione è ovviamente discutibile, ma per essere discussa ha bisogno di un’altra interpretazione, condotta almeno con gli stessi strumenti. Quindi, se tu produci un discorso da cui viene fuori che gli Italiani in questo momento, CONTRO OGNI APPARENZA, hanno in realtà un’estrema facilità a percepire costruttivamente e criticamente il proprio presente e il proprio futuro, ti prego di offrircelo, perché sul serio – senza ironia – potrebbe essere quello che tutti stanno aspettando, quello di cui c’è bisogno; ma un commentino in cui c’è scritto solo: “ma hai dei dati?” “questo lo pensi tu, lo senti tu! io sono diverso, sento diversamente, quindi solo per questo il tuo ragionamento è delegittimato” NON E’ UN DISCORSO. Non è neanche un balbettìo, tecnicamente. Chiunque scrive, scrive quello che pensa e che vede, dal suo punto di vista, accadere attorno a sé. Non scherzo quando dico che mi sembra assurdo precisare cose del genere, e lo ribadisco. (Adesso scrivi tutto quello che ti pare, se ne hai voglia: ho già derogato abbastanza alla regola di non rispondere quasi mai ai commenti di questo tipo.)

  • Ri.Chi.

    Quanto sei bello con tutte le tue certezze. Vieni, vieni a vivere dove sono io. Vieni a vedere come si modificano le percezioni in un luogo dove hai la corrente elettrica garantita per diciotto ore al giorno. Vieni, ma non da turista con lo zainetto fighetto e la guida nuova sotto il braccio. Vieni a girare la calce nel secchio, a sudare così tanto che alle nove del mattino riesci solo a desiderare una doccia. Peccato che dalla doccia esce più sabbia che acqua e ti senti comunque fortunato perché le persone che lavorano con te una doccia non se la sono forse mai fatta. Raccontami poi di quale catastrofe ti senti vittima quando vedi lo sguardo di chi guadagna se va bene cinque dollari al giorno e sente sulla strada il rombo di una Bentley Continental GT, con la funzione sport inserita in quegli unici cinquecento metri di asfalto privo di voragini, dove il proprietario può dare sfogo a tutta la sua idiozia.
    Gran bel compito hai scritto, peccato che nel testo non vi sia traccia di fantasia e tantomeno di possibili vie d’uscita da “questo meccanismo”. Consigli di rimuovere la nostalgia e lo fai ripetendo parole scritte 35 anni fa. Vieni a farti un giro nelle campagne qui intorno e poi spiegami gli immaginari culturali di chi è nato in una capanna galleggiante sulla melma e come lui suo padre e suo nonno prima di loro e peccato che adesso quella melma sia parecchio maleodorante perchè sono generazioni che ci cagano dentro. Da quali paralizzanti incertezze può essere schiacciato chi può immaginare per i propri figli solo ed esclusivamente la medesima melma. Poveri italiani, senza più la spiaggia tutte le domeniche e le quattro settimane di ferie pagate e le mutande con l’elastico firmato. Quale tremendo shock svegliarsi e capire che le mutande servono per coprirsi il sedere e vanno benissimo anche quelle comprate al mercato. Vieni a vedere come si vive in una nazione dove l’ottantuno per cento del prodotto interno lordo viene sperperato in spese militari e se ti viene male al pancino, spera che sia solo cibo avariato, perché nei pochi ospedali dove avresti il coraggio di mettere piede l’unica domanda che ti fanno è: con quale carta di credito hai intenzione di pagare. Perché in quel tipo di ospedali la carta di credito la accettano.
    La madre patria, il ventre materno, ma cos’è il festival del luogo comune?
    “..la condizione culturale italiana degli ultimi secoli” addirittura ” impermeabile alle influenze e agli stimoli esterni”, dimmi tu dove vivi. Sempre che tu intenda derogare alla regola che quasi sempre segui. Questo tipico italiano certo. Il paese degli eccetto: divieto di accesso, eccetto taxi ambulanze polizia vigili assessori imbucati e menefreghisti.
    Se c’è un luogo al mondo dove la cultura si è plasmata nel corso dei secoli ed ha generato così tante diverse tradizioni, forme, idee è proprio l’Italia grazie alle invasioni che ha subito da parte di chiunque. A me sembra parecchio bucherellata questa placenta che avrebbe avvolto gli italiani in una bolla. Quanto ci invidiano la fortuna di vivere in un luogo dove ogni quattro chilometri si può scoprire qualcosa di nuovo e affascinante coloro che vivono in lande sempre identiche a se stesse.
    In quel tuo Noi, così chiuso come un recinto, sembri difenderti da chissà quali nemici. Sei sicuro che la tua vita e quella di chi sta intorno sia così fortemente influenzata dalle decisioni, spesso solo affermazioni, di chi è delegato al potere? Io ho poco più di quarantanni e non ricordo di aver mai letto una sola notizia che mi abbia procurato gioia, provenire da una qualsivoglia forma d potere.
    Ora è diverso? Perché dovrebbe essere diverso, perché me lo dice ossessivamente la tv? Quando i contadini lasciavano le terre per trasferirsi in bilocali forniti di cucinino erano forse più felici? Non sono bolle Caliandro, sono balle.
    Sai perchè ho deciso che farò crescere mia figlia in Italia? Perchè ci sono i marciapiedi.

    • christian caliandro

      ecco: QUESTO è un discorso. grazie.