Il contrappasso dell’arte

Non più protetta dalle pareti del museo o incorniciata dalle pagine di un catalogo, l’immagine artistica diventa un contenuto come tutti gli altri. Le opere d’arte vivono un’esistenza parallela sul web, dove si mescolano con il maelström della cultura visiva e vengono modificate e scambiate senza paura. Il risultato? Un nuovo pubblico e un nuovo ruolo per l’arte contemporanea. Tutto da studiare.

Marc Mc Evoy, New Lyrics for Old Songs, Tumblr blog - markmcevoy.tumblr.com

Al fatto che qualsiasi cosa – oggetto, materiale, idea – possa diventare arte siamo da tempo abituati. Gli artisti hanno rivendicato questo “diritto illimitato” di appropriazione circa un secolo fa, ottenendo un duplice risultato: da un lato la pratica artistica ha ampliato enormemente le proprie possibilità espressive, dall’altra si è vista costretta a dipendere sempre di più, per la sua comprensione, da elementi esterni all’opera (la didascalia e il contesto). Per distinguere l’opera d’arte dall’oggetto comune è necessario avere informazioni sulla sua provenienza, conoscere il suo autore o più semplicemente farne esperienza nel contesto appropriato (il museo, la galleria, la fiera).
Da qualche anno, però, è in corso un processo del tutto inedito. Non è più solo l’arte ad appropriarsi di oggetti, idee ed elementi extra-artistici (pensiamo soprattutto al massiccio saccheggio di immagini e stilemi dalla cultura pop, dalla musica, dal cinema, dalla televisione), ma è divenuta essa stessa oggetto di pratiche appropriazioniste. Nel contesto del web, infatti, dove i contenuti viaggiano spesso senza etichetta all’interno di un flusso frenetico fatto di download, editing e upload, le immagini artistiche non godono di nessuno status speciale: sono file come tutti gli altri, semplici pacchetti di codice binario. Non ci sono cornici a segnalarle, né mura museali in grado di proteggerle dalla contaminazione. Non c’è bisogno di frequentare luoghi specifici per vederle, di leggere determinate pubblicazioni o di essere membri del sempre più anacronistico e ristretto “mondo dell’arte”. L’immagine di un’opera può apparire in qualsiasi pagina web, pubblicata accanto ai materiali più eterogenei: foto personali, gif animate, video di gattini, strisce umoristiche o schermate di film e videogiochi. Non solo: l’immagine può comparire nella sua forma originale o in una versione più o meno modificata. Le foto vengono editate, remixate insieme ad altre, commentate con didascalie o fumetti, utilizzate come materiali di partenza per nuove creazioni e infine re-inserite nel circuito comunicativo. Diventano contenuti virali, si trasformano in memi, vengono postate sui social network e usate come immagini del profilo, sfondi del desktop o del cellulare.

David Joselit & Tino Sehgal, A Conversation on the Relationshp of Art and Economy, Our Literal Speed, ZKM, Karlsruhe 2008
David Joselit & Tino Sehgal, A Conversation on the Relationshp of Art and Economy, Our Literal Speed, ZKM, Karlsruhe 2008

Da un lato, questo ci porta a postulare l’esistenza di un nuovo tipo di spettatore per l’arte, un pubblico casuale e non necessariamente informato, che si “imbatte” nelle opere durante le sue sessioni di internet surfing e non è in grado di distinguerle da tutte le altre immagini. Dall’altro, questo nuovo scenario costringe a una riflessione sul ruolo dell’arte contemporanea, divenuta – come ha scritto di recente il critico David Joselit nel suo libro After Art – uno strumento di costruzione dell’immaginario in mezzo a tanti altri: “In un mondo pieno di industrie dell’intrattenimento altamente sofisticate, come i videogiochi, siti web come Youtube e Vimeo, cellulari e tablet che funzionano da piattaforme multimediali mobili, film e televisione, per non parlare dell’aumentata possibilità che hanno le persone di viaggiare, che genera una tendenza a proiettare il desiderio di esperienze ‘esotiche’ su culture straniere, l’arte è solo uno dei tanti modi di produrre realtà alternative”.
Immagine tra le immagini, l’arte viene riassorbita nel maelström della cultura visiva, finendo per subire, da parte di una massa di anonimi creatori, lo stesso trattamento che lei stessa ha introdotto e praticato per decenni: un trattamento fatto di appropriazione, remix, détournement, costruzione di immagini surreali, uso del non-sense e dell’ironia come veicoli di risveglio dell’immaginazione e delle coscienze, elogio del fallimento (che oggi, al tempo della Rete, si chiama epic fail), giustapposizione di immagini e testi di diversa provenienza.

Nothing to see here... La cultura visiva al tempo di Internet - veduta dell'installazione presso l'Istituto Svizzero di Roma - Sede di Milano - poto Piotr Niepsuj
Nothing to see here… La cultura visiva al tempo di Internet – veduta dell’installazione presso l’Istituto Svizzero di Roma – Sede di Milano – poto Piotr Niepsuj

Su Internet, molte pratiche una volta esclusive – e distintive – dell’arte contemporanea sono ormai completamente assorbite nella quotidianità. Compresa la secolare tensione verso l’inclusione del pubblico nell’opera che ha contraddistinto la ricerca artistica per secoli e che è culminata nell’ondata della cosiddetta “arte relazionale”, non a caso approdata nelle mostre e nei libri di teoria alla metà degli Anni Novanta, proprio mentre i primi modem raggiungevano le scrivanie, aprendo una reale possibilità di interazione globale. Mettendo il pubblico, o meglio, l’ex-pubblico (quello che il teorico e giornalista americano Jay Rosen ha efficacemente definito “the people formerly known as the audience”) in una posizione dalla quale poter finalmente “rispondere” al bombardamento informativo. Dandogli gli strumenti per dismettere l’atteggiamento forzatamente passivo indotto dai media di tipo broadcast (tv e radio) e tornare a partecipare attivamente alla costruzione collettiva della cultura.

Valentina Tanni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #12

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Siamo arrivati alla frutta!!

    • fausto

      Sehgal, la figura d’artista che fa il solletico al borghese di turno…e si diverte a guardarlo nell’indifferenza totale…

  • Angelov

    “…una riflessione sul ruolo dell’arte contemporanea, divenuta uno strumento di costruzione dell’immaginario in mezzo a tanti altri…”
    Ma a nessun artista è mai venuto in mente, di lavorare e produrre opere, per fare in modo che l’arte contemporanea potesse prevalere rispetto ad altri strumenti di costruzione dell’immaginario.
    Queste sono competenze che riguardano la sociologia, non la storia dell’arte; ovvero questo fa nascere l’esigenza di un ampliamento dei parametri di riferimento e giudizio, ma il battere il ferro finché è caldo, non si applica a queste situazioni, dove bisogna che le cose un po’ decantino, prima di tentare una sintesi.

  • Helmut

    A questo punto non ci resta che abbandonare l’immagine.

    • TheStylist

      Nell’era in cui tutto è immagine è l’immagine che ha abbandonato gli uomini.

      • fausto

        forse è il contrario: è l’uomo che è diventato un’immagine animata e glia artisti venditori -mentitori di nulla!!!

  • Finalmente l’arte potrà confrontarsi con la realtà, non + protetta dai muri delle gallerie e dei musei. Ne vedremo delle belle!
    Condivido con helmut la necessitá di abbandonare le immagini (nel senso di immagini prodotte a fini artistici), come dimostra il mio blog

    • fausto

      Avete fatto la scoperta dell’acqua calda: è da tempo che gli artisti non allineati, addomesticati nel sistema gallerie-musei-mausolei-fiere-biennali, etc., – usano la rete proprio per dissacrare l’aulicità di immagini, comportamenti e quanto altro oggi viene ritenuto “artisico” da un”elit dell’art system al servizio della mercificazione del pensiero..

      La rete ne è testimonianza: una catena ininterrota di immagini che distruggono altre immagini, in un gioco continuo, dissacratorio, ironico tra denuncia ed ironia.

      Ed è per questo che i musei-mausolei e i curatori imbalsamatori di feticci contemporanei, non hanno più ragione di esistere, se non per la borghesia finanziaria e il potere politico.

  • L’abbandono dell’immagine nelle arti visive ha prodotto alcune delle opere più significative del Novecento: da Malevič a Klein, da Reinhardt a Rauschenberg, fino ad arrivare al minimalismo più radicale. Per quanto il sacrificio dell’immagine e la contaminazione dei codici possano contribuire a un rinnovamento del linguaggio dell’arte, riproporre oggi queste strategie di produzione di senso tramite sottrazione, interpretandole come puro espediente formale, sarebbe una pratica derivativa e sterile. Più che altro ritengo che le provocazioni “iconoclaste” siano estremamente utili a stimolare un dibattito e un confronto sul tema della sovrabbondanza di immagini e sui problemi connessi, sintetizzati in questo interessante articolo.
    Per questo motivo nella home del mio blog compare questa avvertenza:

    Un blog senza immagini per immaginare l’arte

    Queste pagine ospitano soltanto parole: nient’altro che nero su bianco. La rinuncia all’utilizzo delle immagini vuole rappresentare un invito a non considerare il web semplice strumento per una fruizione visiva mediata e passiva, ma spazio aperto per la critica e per l’approfondimento. La speranza è che si torni con maggiore entusiasmo a cercare immagini nei musei, nelle gallerie e negli studi degli artisti. Una civiltà che non si misuri quotidianamente con le tradizionali modalità di condivisione culturale, basate su concreti processi di socializzazione, su complete esperienze sensoriali e sulla diretta conoscenza del mondo naturale e dei prodotti dell’ingegno umano, non sarà mai in grado di apprezzare e sfruttare pienamente le potenzialità delle nuove tecnologie e della multimedialità.

    • fausto

      vincenzo, l’astrattismo è sempre l’immagine tangibile (non in senso figurativo) della realtà dell’artista…ma rimane sempre e comunque immagine…
      E’ assurdo abolire l’immagine, quando si sa che l’immagine è arrivata prima della parola e dell’immagine scritta…

      • Non parlavo di astrattismo, ma della tendenza alla sottrazione tipica di certo minimalismo. Nessuno vuole abolire niente: si discute e nella discussione ognuno adotta le modalità comunicative che ritiene più efficaci. Quanto ai processi creativi, la libertà di espressione è l’essenza dell’arte: chi ha mai parlato di limitarla? Anzi, ho scritto che interpretare le istanze del minimalismo come puro espediente formale sarebbe pratica derivativa e sterile. Non siate sempre alla ricerca di ricette definitive.

  • Bell’articolo Valentina!!!
    Non sono d’accordo con fausto quando dice “avete scoperto l’acqua calda” perchè, ovviamente, Valentina sa bene che non ha “scoperto” nulla ma sono certo che sa altrettanto bene che è forse tempo di incominciare a “parlare”, “discutere”, “approfondire” un argomento che è, e sarà sempre piú importante nel prossimo. Sono, invece, d’accordo con lui nel dire che è oramai da molto tempo, e sono oramai molti gli artisti che usano la rete quale nuova realtà nella quale esercitare l’arte come comunicazione diretta non piú “ai pochi che la capiscono” ma ad un universo che la “comprende e la usa” come meglio gli pare (magari ignorandola totalmente) e prescindendo dal “sistema dell’arte” e da un mondo (o da tanti piccoli mondi) di “addetti ai lavori”.
    Non credo proprio che ci sia necessità di “abbandonare l’immagine”, come non credo ci sia necessità di abbandonare alcuna altra “modalità” espressiva e, men che meno, rifugiarsi nella pura affabulazione aniconica.
    Nella realtà della rete c’è spazio per tutto e c’è spazio per tutti e questo non significa affatto che sia la morte dell’autorialità … anche se facilmente può diventare la tomba delle piccole aspirazioni basate sulle “relazioni”, sui “luoghi” e sui “cv”.
    È un mondo diverso che non necessariamente oblitera o abolisce quello tradizionale ma che certamente si affianca ad esso e lo sovrasta con i suoi numeri, la sua velocità, la sua impermanenza, la sua irrazionalità e la sua sostanziale anarchia.

    • Savino Marseglia (artista in rete)

      Già l’anarchia? Anche Majakovski fu un distruttore di obsolete immagini, forme espressive… e il suo metodo di parlare di scrivere si è rivelato efficace e adattissimo per esprimere le nuove istanze culturali sociali della rivoluzione.
      Fantasia costruttiva che è cosa rara trovare tra i cosiddetti noti “artisti” addomesticati che operano indisturbati dentro l’odierno stagno dell’arte o (Art SYstem).
      Quanto più un artista si sottrae all’art system, tanto più il pubblico ha la possibilità di avvicinarsi di nuovo all’arte e alla cultura, perchè non è più nutrito dai cascami di produzioni barbariche per un’elte o una massa amorfa.

      • Caro Savino, per come la vedo io, in rete, non esiste neppure più il concetto di “pubblico che si avvicina all’arte” perché tutto “è vicino” anzi tutto è “contiguo e compresente” e non esiste (più) alcuna linea “al di qua” della quale sta il pubblico ed “al di la” della quale stanno gli artisti…

        • fausto

          Si sbaglia sig. Luciano, ha una concezione romantica dell’artista che vive ed opera nell’artsystem, separato dal mondo e dalla reraltà dei cittadini.

          La rete, al contrario, ha abolito proprio il concetto stesso di arte e il ruolo dell’artista, addomesticato ad un artificioso intrattenimento dentro l’odierno circuito chiuso dell’arte rappresentato dall’artsystem che opera al servizio del mercato dell’arte.-..

          • …caro fausto, non so a quale “sig. Luciano” tu ti riferisca, se dici a me, credo proprio che dovresti tornare a leggere il mio post e cercare di capirlo dato che sostanzialmente diciamo la stessa cosa (…a parte le circonvoluzioni circa la domesticazione)

    • Bel contributo Luciano. La rete è sicuramente un mondo dalle infinite potenzialità, in cui c’è spazio per tutto e per tutti. Proprio per questo motivo è anche il mondo della fruizione superficiale e approssimativa: si legge per frammenti, si osserva con sguardo distratto. Avvicinare il grande pubblico all’arte non significa accontentarsi di una più diffusa ma inconsapevole familiarità con le immagini. Significa dotarlo degli strumenti per comprendere l’arte. Per questo motivo sono d’accordo quando dici che non bisogna abbandonare alcuna modalità espressiva, tanto meno l’immagine, nei processi creativi, ma sostengo che la lezione aniconica novecentesca possa ispirare provocazioni volte ad alimentare maggiore consapevolezza e volontà di approfondimento proprio nel pubblico del web, tendenzialmente distratto e superficiale. In un contesto dominato dall’immagine, forse può colpire di più e indurre alla riflessione l’assenza di immagini.

      • LGG

        “ma sostengo che la lezione aniconica novecentesca possa ispirare provocazioni volte ad alimentare maggiore consapevolezza e volontà di approfondimento proprio nel pubblico del web, tendenzialmente distratto e superficiale. In un contesto dominato dall’immagine, forse può colpire di più e indurre alla riflessione l’assenza di immagini.”
        Caro Vincenzo, non nego affatto questa tua affermazione, anzi!
        Personalmente ho “lavorato”, almeno sino ad oggi, più sul versante dell’immagine come stimolo alla riflessione, al riconoscimento all’interpretazione (presentando immagini cui altri dovevano attribuire un titolo o cui dovevano “rispondere” con altro… immagine, video, suono, musica, testo, titolo ecc. ecc.) ma non è detto che magari tra un po’ non incominci ad utilizzare “statements” (una modalità che uso con frequenza nel mio lavoro “off line”).
        Quel che ritengo importante è non cercare troppo di “educare” un pubblico, di cercare di “portarlo a capire” (…la propria comunicazione) ma accettare il dato di fatto della sua sostanziale superficialità e distrazione e fare di questa caratteristica uno dei dei dati ineliminabili del proprio operare : accettare che il proprio lavoro possa essere “visto” (…ascoltato, letto ecc. ecc.) per un istante, capito o non capito, a volte stravolto oppure totalmente ignorato e, in ogni caso, anche quando per un istante ha fermato l’attenzione di uno o di mille, destinato a sparire nel flusso dell’incessante continuum della rete … salvo trovare una benevola (ma fino a che punto utile?) autoarchiviazione.

        • @ Luciano: Ci sarebbe tanto da discutere sulla funzione sociale dell’arte e sul ruolo dell’artista. Come anche sulle intenzioni comunicative e sui possibili cortocircuiti tra emittente e destinatario. Eppure qualsiasi messaggio (anche quello più distante da intenti educativi) reca in sé una traccia che ne condiziona, in un modo o nell’altro, l’interpretazione. Le opere d’arte più affascinanti sono quelle che celano una stratificazione di senso e incoraggiano una fruizione a più livelli: possono essere lette con uno sguardo fulmineo che ne colga i più evidenti aspetti formali, oppure contemplate a lungo per scoprirne l’essenza sfuggente.

      • Helmut

        Abbandonare l’immagine non significa necessariamente trincerarsi nell’iconoclastia più talebana e intransigente. Sarebbe un grave errore. Le immagini vanno limitate a semplice commento visivo di un ragionamento artistico più ampio e articolato, che torni ad affondare le proprie radici sul terreno fertile della speculazione filosofica.

        • fausto

          bravo helmut condivido!

  • emanuela barbi

    brava la Tanni, scrive sempre cose interessanti, grazie

  • Internet ha semplicemente potenziato la dimensione immaginata dell’arte, e ha dato a tutti la possibilità di “partecipare”. Un blog permette di rispondere alle cinque domande del giornalismo, e quindi permette di definire un fatto, e quindi un’opera.

    Il punto non è partecipare ma la responsabilità della partecipazione, come onere. Il punto non è produrre una nuova opera, ma sviluppare una sensibilità per vedere diversamente quello che già c’è. O che già è immaginato, e quindi c’è?

    • attila

      il punto è invece quello, che gli artisti facciano opere d’arte meravigliose

      tutto il resto è blablabla stucchevole e peloso

  • Angelov

    Una comunicazione molto approssimativa.

    L’elemento “Comunicazione”, che viene dato per scontato, è la chiave di volta forse per interpretare questa rivoluzione di scambi che stanno attraversando il mondo della cultura e non solo.

    Per Comunicazione intendo uno scambio tra parti non a senso unico, ma che presuppone in chi la riceve anche la possibilità di una risposta: componente bandito dalla Storia, quando le strutture sociali erano basate su sistemi assolutistici, che sono poi decaduti a seguito dell’inizio dell’età industriale e partecipativa, e le conseguenti rivoluzioni avvenute in Europa.

    (L’utilizzo di nuove tecnologie ha esaltato le potenzialità della Comunicazione, e si potrebbe citare McLuhan che arrivò a postulare che il Medium stesso fosse il Messaggio.)

    Ma a seguito dell’ascesa delle dittature in Europa, che utilizzarono a piene mani i mezzi della Comunicazione, a fini propagandistici, si ebbe da parte degli intellettuali una ricerca di nuovi canali di espressione, sia nell’ambito dell’immagine, come del suono e della parola, che sembravano allontanarsi del concetto di Comunicazione espresso fin qui: poesia ermetica, arte astratta e musica atonale etc. ed ancor oggi dove la Comunicazione è monopolio dei gruppi industriali e multinazionali, abbiamo l’arte concettuale e minimalista, etc; ciò non significa che se un’ opera astratta (ed “incomprensibile” dai più), è esibito sulla parete di un museo o di una Biennale, ed è quindi visto da milioni di visitatori, debba esercitare una forte Comunicazione: no, lo si può solo affermare con il senno di poi.

    L’immagine è solo un’aspetto accessorio in un quadro, al servizio di una Visione espressa in esso; senza la quale, l’immagine serve solo a puntellare l’elemento illustrativo, decorativo o scenografico del quadro stesso, che sono appunto aspetti accessori ma non determinanti.

    La Visione, è l’apertura ad una nuova dimensione, ed è l’aspetto fondamentale, per il cui raggiungimento ogni mezzo, culturalmente ed artisticamente parlando, risulta esser lecito.

  • LGG

    @vincenzo, è chiaro che ” Ci sarebbe tanto da discutere sulla funzione sociale dell’arte e sul ruolo dell’artista. Come anche sulle intenzioni comunicative e sui possibili cortocircuiti tra emittente e destinatario.” … è forse sarebbe anche il caso che, chi come te ed altri, ha la “vocazione” (ed i numeri) per farlo incominciasse a farlo anche su queste pagine, oltre che nel “chiuso protetto” dei propri blogs ma tenendo anche conto di queste nuove dimensioni, di questo fatto imprescindibile che è una rete “onnivora e distratta” o forse solo (ancora) concentrata sul “particulare” dell’autore di turno… turno che cambia ad ogni secondo con l’alternarsi dei singoli post (è chiaro che mentre scrivo ho particolarmente presente il fenomeno dei social-networks : FaceBook e Twitter, naturalmente, ma anche Youtube, Vimeo, Instagram, Flikr, ecc. ecc.) e che capovolge ad ogni istante le posizioni relative, per cui “l’artista” diventa “pubblico” ed il “critico” si trova ad essere artista e tutti possono contare (quando capita) su brevissimi istanti di attenzione in momenti che possono e possono non coincidere con quello della comunicazione in un flusso inarrestabile che, occasionalmente, ripropone, a volte invariate a volte mutate e “riciclate”, immagini, parole, idee e suoni e progetti.
    Ad Helmut dico : “Le immagini vanno limitate a semplice commento visivo di un ragionamento artistico più ampio e articolato, che torni ad affondare le proprie radici sul terreno fertile della speculazione filosofica” … questo è quanto, forse, un buon critico dovrebbe fare, l’opera del buon “insegnante” che per operare in tal senso deve però trovare lo “spazio protetto”, “l’angoletto tranquillo” in cui farlo… ma qui stiamo parlando della rete del “maelstrom” che tutto ingurgita e rigurgita: non una regata Oxford – Cambridge sul Tamigi ma un rafting di quarto e quinto grado che ha inizio quando ti ci butti dentro e finisce quando e se te ne riesci a cavar fuori… ma davvero te ne cavi fuori?
    @whitehouse … verissimo, il punto non è “produrre una nuova opera” ma non credo neppure che sia “vedere diversamente quello che già c’è”… questo, a me pare, sia il punto di chi pensa “Il Sistema è morto! Viva il Sistema!” è non quello di chi ha distratto la propria attenzione dal Sistema (bello, brutto, buono o cattivo, efficiente o fallimentare che sia) per cercare di capire una realtà ben diversa, enormemente più ampia, socialmente molto più significativa e certamente molto più interessante per il futuro, una realtà che sta incominciando a dimostrare patterns ripetuti, riconoscibili ed analizzabili …per chi abbia tendenza a guardare al rafting da un buon punto di osservazione e voglia “analizzarlo” … personalmente non è il ruolo che mi son scelto … e continuo a pagaiare

    • Luciano carissimo, come ben sai non mi sono mai sottratto alla discussione su queste pagine. Quanto al blog, non l’ho mai sentito come spazio protetto: lo dimostra la continua apertura al dialogo e al confronto (almeno un post su tre è una conversazione con un artista, un critico o un operatore).
      Tornando al rapporto con la rete, mi pare che le modalità con cui ci relazioniamo al web siano molto differenti. Io navigo con il timone saldo, con un preciso obiettivo, anche nelle acque più agitate. Tu forse preferisci abbandonarti alla corrente, per sperimentare l’adrenalinica sensazione di un’esperienza estrema. Ma poiché la rete diventa sempre più pane quotidiano e non è possibile sottrarsi all’interscambio comunicativo, conviene dotarsi degli strumenti per regolamentare la propria presenza sul web. Non parlo di ricavarsi angoli protetti, ma di riuscire semplicemente ad orientarsi nel caotico flusso di informazioni, per aggiungere il proprio personale contributo, evitando che si disperda nella corrente come un messaggio in una bottiglia.

      • LGG

        …non vorrei tu mi avessi frainteso, caro Vincenzo. Non intendevo affatto dire che tu ti sia mai sottratto al dialogo o alla discussione nè su queste pagine nè su quelle del tuo blog! Quel che intendevo era chiedere che la discussione su questo tema interessante venisse sviluppata il più possibile (cosa che mi pare stia accadendo) , qui, “a caldo” dedicandogli l’attenzione e lo sforzo analitico che si dedicano ad altri temi che (è questa solo una mia personale opinione) mi paiono un po’ “stanchi” e meno attuali.
        Per continuare nella metafora del rafting, diciamo che a me piace (o forse che sono più adatto a) praticarlo più che ad “analizzarlo e teorizzarlo” ma, da praticante diligente, sono sempre desideroso di trovare “analisi e teorie”, scritte da persone il cui giudizio stimo, che mi aiutino a meglio comprenderne e forse a migliorarne la pratica.
        Fuor di metafora mi pare che ci sia ancora poca consapevolezza del fatto che anche l’arte è necessariamente ed inevitabilmente coinvolta (sotto molti diversi profili) dalla realtà della rete verso cui mi par di sentire una diffusa prevenzione, un certo “fastidio”. Noto, ad esempio, che (e lo trovo anche nelle parole del bell’intervento di Cristiana) timori diffusi, sono quelli della “dispersione” e quello della “sovrabbondanza”, per giunta, come lamenta Cristiana, “senza filtri didattici”.
        Caratteristiche indubbiamente vere (della rete) ma, appunto perché “caratteristiche”, timori infondati!
        Tentare di “modificarla”, di “educarla” di renderla meno “dispersiva” meno “sovrabbondante” sarebbe come (per tornare alla metafora del rafting) pretendere di rallentare le rapide o rendere meno duri ed insidiosi gli scogli: questa è la rete. Ci si può solo convivere, perché tenersene distanti è semplice utopia.
        Arrendersi semplicemente, abbandonandosi impotenti a quest’onda “sovrabbondante”, “dispersiva”, “ineducata” (per qualcheduno fors’anche “ignorante”)? Non necessariamente.
        Alternativa è, per me, la prassi personale che deve però prender atto e tener conto delle caratteristiche di questa realtà: quelle (giudicate negative?) qui più volte ricordate, ma anche quelle (forse?) positive, date per scontate o citate e dimenticate (diffusione, numero, velocità, reiterazione, multi ed inter – culturalitá) e, utilizzando le une e le altre, scoprire i percorsi che le ottimizzano.
        …a proposito, è mia convinzione che ogni “messaggio nella bottiglia” trovi comunque e sempre una spiaggia su cui arenarsi e, se la “bottiglia” è ben confezionata e sufficientemente interessante, anche, facilmente, chi, raccoltala, legga il messaggio…

        • Cristiana Curti

          Caro Luciano, sei un grande entusiasta e invidio il tuo ottimismo per tutto ciò che è diffuso e possibile. E’ vero che sono perplessa, ma non per la caratteristica principe del web (la diffusione planetaria delle notizie oltre che delle immagini: questo è un dato di fatto, e per me è faccenda positiva non negativa) quanto per ciò che Tanni ha descritto come un fenomeno che “dovrebbe” condurre (o dovrebbe aver già condotto, il che non vedo) a una rivoluzione anche dei contenuti non solo nella produzione artistica ma anche nel modo di percepire, osservare, giudicare l’arte. Le immagini sono immagini. Non sono né buone, né cattive, belle o brutte, astute o ingenue di per sé. Lo divengono solo se analizzate attraverso strumenti critici (molti direbbero più comodamente, contestualizzate). Quello che mi fa specie è che la grande “umanità” di internet finisca dove inizia la parola. Lì inizia invece una parcellizzazione e una frantumazione che ripercorre inevitabilmente i livelli diversi di cultura e apprendimento di ciascuno di noi.
          Non si può pretendere che il frigorifero faccia la spesa e cucini. Al massimo potrà contenere ciò che hai comprato e che cucinerai poi. Almeno sino ad oggi… un giorno, chissà.

          • LGG

            Cara Cristiana, certo, per natura sono abbastanza ottimista, ma più che “entusiasta”, in questo caso, mi definirei “realista” : cerco di capire la realtà che mi circonda ed i suoi sviluppi e cambiamenti, senza preconcetti e senza resistenze ma anche senza passive acquiescenze, semplicemente cercando di trovare le condizioni per l’esercizio della mia prassi.
            A proposito dell’umanità di Internet e di qualche sua caratteristica forse a noi “matusa” meno evidente ma molto chiara alle nuovissime generazioni ti do questo link… è appena un po’ “fuori tema” … ma, ripensandoci, anche no!
            Il video dura un 20 minuti, ma, ti prego veramente, guardalo fino in fondo! Grazie!

            http://www.ted.com/talks/sugata_mitra_shows_how_kids_teach_themselves.html

          • Cristiana Curti

            Caro Luciano, ho visto subito e apprezzato tantissimo, ti ringrazio molto. Parliamo però di bambini in prima età scolare. Forse Vincenzo potrebbe aiutarci, io non sono propriamente docente. Ma è plausibile affermare che i test e l’argomento affrontato dal conferenziere potrebbero fallire in contesto più adulto? Comprendo la metafora, ma temo non sia valida in assoluto e che non si possa configurare la platea del web come è intesa qui, ovvero bambini in età prescolare o poco più matura. La fase dell’apprendimento delle basi cognitive, per chi utilizza le immagini del web come delineato da Tanni, è ben superata.
            In ogni caso, mille grazie, prezioso video.
            E ancora Luciano: è più che evidente che questo articolo per te non ha alcun valore, essendo tu un utente già troppo “raffinato” per soccombere al trionfo meccanicistico del web. E’ per questo che ne puoi e ne sai godere meglio di altri, tanto è che ben diversamente senti tu rispetto a quanto sente ad esempio fausto (che rappresenta una curiosa crasi di mentalità antica applicata a desiderata moderni).
            La capacità di auto-istruzione dei bimbi è per fortuna o purtroppo, a seconda dei casi, cosa nota da molto tempo. L’esempio opposto a questo (e comunque paradossalmente, anche qui, salvifico) è quello dei gruppi di bimbi rumeni orfani e abbandonati da tutti che per sopravvivere forma(va)no comunità autosufficienti nelle fogne di Bucarest. E’ una tragedia che ci squalifica tutti (nessuno escluso). Ed è indubitabile che la mancanza di una struttura familiare qualsiasi (o quantomeno di una tutela superiore) ha provocato fenomeni orribili come l’assuefazione alle droghe o la dismissione di qualsiasi possibilità di difesa contro gli adulti sfruttatori, violenti e abusatori. I bimbi sono un campo da arare in ogni senso, purtroppo. E non possono difendersi da soli nei confronti degli adulti.
            Pensando ancora al video che Luciano ha proposto, è indubitabile che i contenuti offerti attraverso il PC nel buco del muro (di cui il conferenziere non parla) dovettero essere preliminarmente valutati e in qualche misura “censurati”. Soprattutto riferendoci al tempo dell’esperimento (che ancora non prevedeva, per il web, la larghezza di utilizzo di oggi), ovvero oltre dieci anni fa.

  • Cristiana Curti

    Interessante l’articolo e ancor più la discussione. A mio modo di vedere però qui la partenza di Valentina Tanni porta maggiormente a considerare e giudicare non tanto le nuove possibilità espressive dell’arte attraverso il web (io, per mio conto, temo che ve ne siano poche e molto rare), quindi non tanto constatare la moltiplicata platea di artisti (altrimenti sarebbe un tema simile a quello sviluppato dal Bonami in “Lo potevo fare anch’io”), quanto piuttosto l’effetto che questa sovrabbondanza d’immagini senza filtri didattici (perché questo è, non altro) provoca nel pubblico che diventa non solo indubitabilmente più ampio numericamente, ma capace anche di modificare il “gusto” corrente e influenzare quello che il nostro Dorfles ha esemplificato con il termine kitsch.
    Del resto, Durer ebbe un compito simile agli albori della stampa e della consuetudine ad essa: diffondere ad ampio raggio (per il tempo) le “immagini” del suo tempo (la storia sacra) con un mezzo che di certo era sentito come poco artistico, benché l’incisione fosse nobile tecnica e per lui arte piena. Era lo scopo in quel caso ciò che contava: la diffusione/comunicazione dell’immagine (e il guadagno più facile con la riproduzione seriale).
    Senza la consuetudine all’invenzione tipografica, Durer avrebbe avuto minor possibilità di diffondere le sue xilografie. Un pubblico non avvezzo alla circolazione del foglio stampato non avrebbe forse accolto con tale favore l’opera del grande incisore. Ma questo vuol dire forse che quel pubblico apprezzasse in pieno l’arte dureriana? Io non credo.
    La diffusione senza filtri (o per meglio dire passiva) di immagini indica forse che quelle immagini diventino vero bagaglio culturale, ovvero qualcosa per cui si arricchisce la consapevolezza intellettuale di far parte di un determinato tempo e di una determinata civiltà (artistica)? Ancora non credo.
    La contiguità massiva e invadente con l’immagine è faccenda nata agli albori del XX secolo. Questa nostra epoca è solo provvista di ancor inferiori possibilità di comprendere i contenuti delle immagini che ci sovrastano. Temo che sia questione di più semplice lettura, quindi. Soprattutto se si pensa all’infinita possibilità futura di trasmissione non solo di immagini ma anche di “giudizi” (che saranno di necessità solo impressioni, la dòxa, per parlar colto) loro connessi con mezzi che sono solo all’inizio del proprio sviluppo.
    Questo moltiplicherà la possibilità di essere artisti o “buon” pubblico dell’arte? Moltiplicherà di certo i linguaggi, stimolerà nuove riflessioni. Ma rimane il fatto che l’analisi e la comprensione rimarranno solo a coloro per cui l’avvicinamento all’arte non può avere un connotato di così forte passività, ma è questione volontaria e addirittura volitiva.
    Ha ragione Vincenzo quando invoca l’aniconicità, io tempo fa invocavo un’operazione del tutto opposta (e forse simile all’opera del web) che ora non sono così certa possa essere più praticata, la quale doveva però essere precedente alla fase aniconica postulata da Vincenzo. Figlia del mio tempo (antico) visitavo musei archeologici a piovere, praticamente ogni settimana. L’Italia è strapiena di antiquaria, in ogni anfratto. I migliori (ma così era anche il grande Museo di Villa Giulia a Roma prima della grande metamorfosi) per me erano quelli che esponevano una quantità innumerevole di reperti in vecchie vetrine polverose. All’inizio di ogni scaffale, su cui si potevano trovare – per esempio – 60/80 kilix attiche, al massimo trovavi un cartellino consunto come Noé la cui dicitura era “Kilix attiche, VI-V sec. a.C., necropoli di Turi, Sibari”. Punto. Le immagini venivano dal pubblico assorbite come l’aria e, una visita dopo l’altra, si creava una consuetudine al manufatto e all’arte ceramica simile a quella che il web vorrebbe provocare, dimenticando che “quella” consuetudine era ricercata, voluta, significante. E passiva solo nell’atto dell’immagazzinamento e non del giudizio. Anzi, formava il giudizio sempre di più.
    Grazie per la vostra bella conversazione.

    • denis

      il “rapporto diretto” che parla ai sensi, all’oggi, non può essere sostituito da nessuna tecnologia.
      In modo particolare per la scultura e anche per certa pittura.
      Per fortuna!

  • Grazie anche a Cristina per l’interessantissimo commento. Ci tengo solo a ricordare e a precisare ulteriormente che quando parlo di rinuncia all’immagine non invoco assolutamente una rivoluzione aniconica che interessi i processi creativi e le modalità di produzione artistica. Mi riferisco invece a una costruttiva provocazione nella pratica comunicativa attraverso il web (o altri canali) volta proprio a sottolineare l’importanza di una fruizione consapevole delle immagini (e non, come accade sempre più spesso oggi) superficiale e distratta.

    • Ovviamente Cristiana, non Cristina, scusami per il refuso.

      • Cristiana Curti

        Grazie, Vincenzo, avevo inteso che il piano del discorso vertesse sulle modalità di comunicazione (come anche aveva sottolineato bene Angelov, soprattutto riferendosi al postulato di McLuhan che la dice tutta sulla deriva reale del fenomeno illustrato da Valentina Tanni). E anch’io vorrei un po’ di “silenzio” fra gli schiamazzi. Ma solo perché dopo un’ubriacatura che parte dall’infanzia e l’adesione fanatica agli studi d’iconologia e antropologia classica ho una sorta di “troppo pieno” e anelo a un po’ di riposo. Anch’io, francamente, vorrei assistere a una ripresa del discorso critico, tant’è che – guarda un po’ – in quest’occasione sono d’accordo anche con lr.
        Ma mi rendo conto che, mentre la maggioranza chiede l’assenza di giudizio (perché oggi è anche facile e molto alla moda affermare che si deve ripartire “dal basso”), solo pochi sono disposti a riprendere (e da dove?) le fila del discorso interrotto or sono almeno vent’anni fa. La critica d’arte ha un’occasione per rinnovarsi attraverso le ultime correnti filosofiche in Italia, può abbandonare le propaggini della critica anglosassone (perlopiù americana) della fine del secolo scorso per iniziare un nuovo periodo di studio e analisi.
        Ma è anche vero che, oltre alla speculazione, sarà necessario rifondarsi sulla conoscenza della cultura materiale e tecnologica. Ricominciare dallo studio (anche sul campo) delle pratiche artistiche. E’ indubitabile che il mezzo tecnologico abbia creato un divario fra chi può parlare di “arte digitale” o “computer art” e chi no. Separando i linguaggi che invece dovrebbero essere fluidi e intercomunicanti. Da circa vent’anni c’è un pericoloso “prima” e un altrettanto pericoloso “dopo”. Ma forse sto divagando…

  • giancarlo

    ridondanza linguistica e concettuale