Oggetti per vivere meglio. Il design a Saint-Étienne

Devono calzare come un guanto, rispondendo solo al bisogno di chi li usa, senza assecondare le elucubrazioni di chi li crea. Empatia è la parola d’ordine per l’ottava Biennale del Design di Saint-Étienne. La capitale della Loira si sgancia dal proprio passato industriale per reinventarsi come piattaforma di nuove creatività.

Saint-Étienne, Biennale Design

Ci sono le capitali informali, riconosciute come tali dalla prassi e dalla consuetudine; quelle, insomma, che si guadagnano i galloni sul campo, senza bisogno di accreditamento e certificazioni. E ci sono quelle che, invece, ricevono l’investitura dall’alto: vengono “fatte” tali in virtù della capacità di vendere al meglio i propri talenti. Non è certo il centro del mondo Saint-Étienne: capitale della Loira, poco meno di 200mila abitanti; una discreta e diffusa passione per la bicicletta. Un florido passato industriale costruito attorno ai ricchi giacimenti di carbone, il che spiega il momento non certo frizzante che la zona ha vissuto nel recente passato: di quella felice stagione di opulenza restano tracce nel Musée d’art & industrie.
Su un bagaglio di energie creative in fase di trasformazione – mai di dispersione, è legge della fisica! – si basa il ricollocamento della città nell’orbita del design. Non una novità assoluta, da queste parti: una manciata di chilometri ed ecco Firminy-Le-Vert, il borgo laboratorio di Le Corbusier. Un’esperienza Anni Cinquanta che era piaciuta, e che funziona come modello per il rilancio di una città che nell’ultimo quarto di secolo ha aperto un ottimo museo d’arte moderna e ha saputo reinventarsi, complice la frizzante attività della locale Scuola Superiore d’Arte e Design. Una piattaforma dove sviluppare percorsi di formazione e creazione; al punto da arrivare a proporre nei primi Anni Novanta una Biennale del Design che arriva quest’anno – fino al 31 marzo – alla sua ottava edizione. E che vale a Saint-Étienne il patentino di Città Unesco del Design: poca roba si dirà, in realtà medaglia appuntata al petto di una città che si è reinventata con intelligenza.

L'auto pieghevole di Olivier Peyricot
L’auto pieghevole di Olivier Peyricot

“È una competenza? Un’attitudine? È una forma di conoscenza?”: a chiedersi come definire il concetto di empatia è Elsa Francès, direttrice di una Biennale che quest’anno punta tutto sul dialogo tra creatore e utilizzatore finale, trasformando l’oggetto in autentico facilitatore sociale. Se il tema è “ripensare una società basata sul crescente rispetto per la comunità”, lo svolgimento prevede il via libera a soluzioni che mischiano hi-tech ed eco-sostenibilità, arrivando a risultati a volte manifestamente e orgogliosamente utopici: ma in grado di aprire la mente e suggerire visioni nuove, fascinose nella loro eresia estetica e funzionale.
Una cinquantina tra mostre, talk, workshop ed eventi vari; trenta le sedi espositive, sparse tra città e circondario. Quarto appuntamento per le invenzioni futuribili raccolte da Claire Fayolle alla Cité du Design: Demain c’est aujourd’hui è la sezione che torna a leggere nella sfera di cristallo, trovando l’automobile pieghevole di Olivier Peyricot e il Brainshot di Florian Bédé, mini-macchina fotografica installata su un cerchietto, con gli scatti comandati dal semplice movimento della testa. Le scenografie di Adrien Rovero accompagnano la curiosa esposizione dedicata agli esiti fantascientifici – obbligatorio il riferimento a Philip K. Dick – che può avere il design applicato alla zootecnia e, più semplicemente, alla cura degli animali domestici; di tutto un po’ quello che finisce nella wunderkammer di Artifact, barnum di complementi d’arredo che corteggiano l’eclettismo con fresco divertimento. Ma la quadratura del cerchio si trova forse in Sixième sens, catalogo di oggetti tutt’altro che impossibili, nati per rendere la vita più facile: vale su tutti l’esempio del sistema gps elaborato dall’Università di Oulu, in Finlandia, per aiutare chi ha disturbi della memoria a muoversi liberamente anche fuori casa.

Saint-Étienne, Biennale Design
Saint-Étienne, Biennale Design

La matrice didattica della Biennale si respira nelle collaborazioni con l’Accademia di Belle Arti di Katowice e con l’Accademia del Design di Eindhoven; lo spirito anticonformista della rassegna emerge con tutto il suo carico di ironia nella mostra Vous voulez rire? in scena proprio a Firminy-Le-Vert: i sacchetti per la baguette dello studio Lo Siento sono stampati con l’immagine del celeberrimo gnomo David, così che il pane ne evochi il cappuccio a punta; mentre lo sgabello con bilancia incorporata di Ivan Duval ricorda la Comoda di Castiglioni. Food, forniture e fashion, ovviamente: dagli spot firmati Godard alle campagne di Toscani ecco in mostra l’epopea del jeans, assunto a capo d’abbigliamento simbolo del connubio empatico tra estetica e praticità.
Ci sono capitali per definizione, nel design: tipo Milano, tanto per far un nome. E ci sono capitali apparentemente costruite a tavolino, come Saint-Étienne. Che sanno però dimostrare di meritarsi oneri e onori di definizioni tanto impegnative.

Francesco Sala

www.biennale-design.com

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.