Rosmarie Trockel al Museion. Deliquio sfacciato

Il museo di Bolzano inaugura il 2013 con la personale di Rosemarie Trockel. La produzione multipla e plurima dell’artista tedesca è messa in luce attraverso oltre ottanta opere dagli Anni Settanta a oggi, provenienti da collezioni pubbliche e private. Artribune ha incontrato uno dei due curatori del percorso, Dirk Snauwaert, per analizzare da vicino ogni scelta.

Rosemarie Trockel - Flagrant Delight - veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 - photo Othmar Seehauser

Rosemarie Trockel è considerata una delle più importanti artiste internazionali fin dagli Anni Settanta. È un’artista che ha lavorato con la medesima intensità fra sculture, disegni, dipinti, video e installazioni. Qual è stata la più grande sorpresa nel lavorare con lei preparando questa mostra?
Sicuramente la precisione e la versatilità della sua pratica, entrambe considerabili come esplorazioni tematiche ed estetiche. Esiste infatti una certa continuità nelle visioni che lei canalizza all’interno del proprio lavoro, fin dall’inizio; un fluire che può investire tante forme e coinvolgere diverse pluralità di materiali, senza però mai stravolgere i suoi caratteristici risvolti inaspettati e la costante dilatazione dei significati.

Potrebbe Flagrant delight in qualche modo essere vista come una retrospettiva differente? Questa opportunità ti ha dato una diversa tipologia di approccio al lavoro della Trockel?
Lo scopo della retrospettiva è fortemente sotteso ma mai volutamente visibile, proprio come i lavori più iconici della Trockel e il loro immaginario di riferimento; elementi conosciuti per essere sempre stati omessi dalla medesima artista in modo da porre maggiormente in luce la sua pratica piuttosto che una sequenziale produzione di immagini. Analizzando la vastità della sua produzione, negli ultimi 35 anni, è quasi impossibile sviluppare una prospettiva totalizzante,dato che la Trockel ha sempre intenzionalmente evitato di seguire e di lasciare qualsiasi traccia dei propri sviluppi formali, perpetrando continuativamente la propria sinuosa e rizomatica espressività, accanto a un processo di libera associazione mentale. Oltre a questi fattori sussiste anche il chiaro rifiuto di sottomettere i propri lavori al classico ordinamento cronologico/tematico che coinvolge qualsiasi retrospettiva.
Per questo motivo, ci siamo intesi molto rapidamente sul fatto che avemmo dovuto puntare l’attenzione sui “collage”, spina dorsale della mostra ed elementi portanti della retrospettiva. Bisogna sottolineare infatti che, all’interno di queste rielaborazioni, molti aspetti formali del lavoro di Rosemarie Trockel riflettono pratiche private che coinvolgono, prima di tutto, se stessa nel proprio studio, isolata dal mondo e dalla tecnologia. Questa serie è sembrata dunque un eccellente punto di partenza attorno al quale disporre la mostra. La produzione di questi collage,che non solo realmente collage, è iniziata proprio nel momento della proposta della retrospettiva,incamerando concettualmente il responso degli effetti di un soggetto che si guarda indietro e della risposta al format istituzionalmente oggettivante di qualsiasi mostra dal taglio retrospettivo.

Rosemarie Trockel - Flagrant Delight - veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 - photo Othmar Seehauser
Rosemarie Trockel – Flagrant Delight – veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 – photo Othmar Seehauser

Potresti brevemente spiegare la scelta del titolo della mostra, Flagrant delight?
Stavamo cercando un titolo che rilevasse la coabitazione di un’oscura, malinconica, tetra, torbida e viscerale consistenza dell’immaginario con aspetti formali tanto sinuosi e giocosi quanto delicati, al fine di riscoprire molti dei suoi lavori e dei suoi approcci. L’idea del titolo è emersa quasi da sé, evocando due concetti apparentemente contrastanti, qualità non-combinabili che appaiono proprio nell’ordine in cui vengono esplicitate nel suo lavoro, come il confronto, il tema politico o la precisa scelta di trattare temi impegnati. Su di essi lei concentra la materia-soggetto in modo sfacciato, cioè combinando il sensuale con lo humour, elementi che nelle sue rappresentazioni estetiche diventano vettore di puro piacere. Il titolo della mostra proviene da un romanzo erotico degli inizi degli Anni Settanta, un diario di genere che divenne da subito apertamente diffuso riuscendo a non essere mai considerato un mero pamphlet.

Quali caratteristiche differenziano questa mostra da quelle recentemente allestite al New Museum e al Reina Sofia? Potresti sottolineare la presenza di alcune opere e perché?
Ci siamo concentrati principalmente sull’idea di estrapolare, di rendere evidente la pratica dell’artista che traspone ogni idea su diversi media; modalità secondo la quale sono articolate tanto le prime opere quanto successivi corpi di lavori, attraverso tecniche e tecnologie aggiuntive. Credo che volessimo anche cercare di definire perché la Trockel sia e rimanga, prima di tutto, l’artista degli artisti,ispirando ancora oggi moltissimi giovani colleghi, vantando anche una posizione/reputazione sul mercato a oggi piuttosto unica. Più di tutto sono rimasto colpito dall’assoluta vicinanza con una certa attitudine formale del primo Max Ernst dadaista; caratteristica presente nella sua pratica in quantità maggiore rispetto a un’iconoclastia post-modernista degli ultimi Anni Settanta e dei primi Anni Ottanta a Colonia (penso alla mostra PostMenopause al Museum Ludwig). Questo atteggiamento dadaista, visto come un ordine cosmologico simbolico e totalizzante – da cui il titolo Cosmos della mostra al Reina Sofia -, può non essere molto diverso dall’intenzione di Flagrant delight. Ma ri-visitando idealmente la mostra di Madrid si potrebbe pensare che il lavoro di altri, selezionato dalla Trockel, sia servito da perno attorno al quale irradiare senso a diversi gruppi dei propri lavori.
Entrambe queste mostre presentano approcci caratterizzati da attitudini simili, sviluppate nel corso degli anni dall’artista. La riprova sta, ad esempio, nella sezione delle book cover, allestita in entrambe le mostre e, seppur con una diversa funzione, comunque  facente parte di una pratica poetica sistematizzata come un archivio esterno. Archivio che mostra come la Trockel instauri un regime di alterità e di spregevolezza, principio costruttivo di progetti visivi atti a convogliare il reale e la complessità irrisolta invece di un messaggio chiaro e definito.

Rosemarie Trockel - Flagrant Delight - veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 - photo Othmar Seehauser
Rosemarie Trockel – Flagrant Delight – veduta della mostra presso Museion, Bolzano 2013 – photo Othmar Seehauser

Come curatore, com’è stata l’esperienza di lavorare con Rosemarie Trockel?
Mi è piaciuto moltissimo, soprattutto per la grande ricettività dell’artista, aperta alle mie richieste e proposte che hanno portato a logiche associative inaspettate e non ortodosse. È stata una sfida che ha creato del significato significante a priori, mai, comunque, a noi anticipatamente chiaro.

Nel corso degli anni, la Trockel ha prodotto lavori in collaborazione con altri artisti come Carsten Höller con House for Pigs and People, e con il filosofo Marcus Steinweg: assieme hanno scritto un libro sulla scrittrice e regista Marguerite Duras. Alla luce dell’idea, del concetto di collaborazione,come sono state sottolineate, al Museion, le diverse influenze che hanno ispirato l’artista durante le sue diverse fasi estetiche?
Le modalità dialogiche e collaborative sembrano essere le dimensioni estetiche maggiormente privilegiate dalla Trockel, al fine di includere punti di vista complementari e ulteriori approcci interdisciplinari. Molto spesso si riscontra all’interno dei lavori chiare rotture, che lei innesta e introduce; fornendo di per se stessa chiavi di lettura dalle sensibilità contrastanti e dai modi di percepire e apprendere la realtà che insistono su complessità e soggettività composte da opinioni, idee, esitazioni e dubbi.

Considerando l’unicità architettonica dell’edificio che ospita Museion, sono occorse space negotiation durante l’allestimento della mostra?
Un fatto che mi ha colpito moltissimo è stata la maestrale space negotiation che Rosemarie Trockel ha condotto e sviluppato di per sé, all’interno di ogni mostra. Molte semplici modalità espositive risultano intese chiaramente, e la applicazione di muri colorati, che ingannano l’occhio attraverso gli ocra e i marroni, si rivelano essere d’effetto per radunare e sottoporre a una fondazione architettonica le immagini virtuali dei collage. Questo determina un effetto di coerenza che ciascuno di noi può riflettere e comparare sulla base dei principi più disparati; causa-effetto della notevole intelligenza spaziale di Rosemarie Trockel.

Ginevra Bria

Bolzano // fino al 1° marzo 2013
Rosemarie Trockel – Flagrant delight
a cura di Dirk Snauwaert e Letizia Ragaglia
MUSEION
Via Dante 6
0471 312448
[email protected]
www.museion.it

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Plateaincerta

    In questa mostra come dice il curatore si è puntato molto sui collage ma come disse qualcuno per fare i collage non ci vuole solo la colla!
    La mostra non vale il viaggio a Bolzano!!!!!

  • Incerto

    Grazie x qs bella intervista
    Complimenti sempre a voi

  • gabriO

    I pezzi migliori sono in effetti le tele “tessili” e i moduli in gommapiuma, nei collage si perde un po’ la direttrice secondo me, anche se probabilmente è qualcosa di voluto..

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