Il ritorno di Bowie

L’8 gennaio non s’è parlato d’altro, e lo avete letto anche su Artribune nella sezione delle tribnews. Nel giorno del suo 66esimo compleanno, a dieci anni dall’ultimo album e sei di assoluto ritiro dalle scene, senza alcun preavviso né rumor è stato pubblicato il nuovo singolo di David Bowie, “Where are we now?”.

David Bowie

Se esiste qualcosa impossibile per l’industria discografica contemporanea nel tempo di twitter e del file sharing, è mantenere un segreto. Nessuna popstar, per quanto potenti siano i mezzi suoi e della sua etichetta, è stata esente da leak. David Bowie, ancora una volta e come sempre, ha fatto la cosa più spiazzante nei modi, nei tempi e nei contenuti.
Il Duca Bianco è stato soprannominato “il camaleonte del rock” per l’attitudine alla reinvenzione, per la teatralizzazione della propria immagine e per il numero di alter ego impersonati, per i look e gli stili musicali di cui si è appropriato o ha inventato. Sembra aver fatto proprio l’assunto del filosofo più amato, Friedrich Nietzsche, l’eterno ritorno, esorcizzandolo in una serie di ritiri e ritorni (mai identici). La carriera di David Bowie è una sequenza di ultimi atti: all’uccisione sul palco dell’alieno androgino Ziggy Stardust che stava cannibalizzandogli l’Io, annunciando contestualmente che sarebbe stato “not just the end of the tour but the last show we’ll ever do”, sono seguiti svariati “ultimi concerti”.

David Bowie

Tuttavia, gli anni recenti lasciavano intendere che stavolta, proprio a causa dell’assenza di un farewell ufficiale, avesse calato il sipario su un’attività artistica più che quarantennale. Il ricovero miracoloso dopo un infarto e conseguente angioplastica, il decadimento fisico temutissimo da un uomo ossessionato dalla propria impeccabile immagine, nessuna intervista, il sito web ufficiale che comunica solo ristampe di vecchi album, una sola apparizione pubblica alla première del film del figlio Duncan, rarissimi scatti rubati sotto casa di Battery Park in tuta e cappellino di baseball: ormai l’autoprofezia del 1971, I’m the twisted name in Garbo’s eyes, sembrava a tutti compiuta. Come l’amata Divina del cinema muto, David Jones aveva scelto di dissolvere non potendo più essere e apparire David Bowie.
Poi, invece, l’ennesimo colpo di teatro, il più sorprendente. Non si tratta però di un secondo avvento, del return of The Thin White Duke throwing darts in lovers’ eyes. Se la notizia e la tempistica hanno spiazzato anche i più devoti osservatori, altrettanto fanno i contenuti. Where are we now? è una ballad malinconica che non concede nulla alla sperimentazione e all’interpretazione delle tendenze musicali up to date, sua cifra storica, come già negli album dei primi Anni Zero. Ma dieci anni sono trascorsi e Bowie è ora un uomo di sessantasei anni che ha nostalgia dei golden years trascorsi a Berlino tra il ’76 e il ’78, gli anni della trilogia con la quale, insieme a Brian Eno e Iggy Pop, inventò la ambient, il punk e il post-punk. Ha nostalgia e non ha paura di mostrarlo, con sincerità disarmante. Lo affiancano il produttore di allora, Tony Visconti, e l’artista Tony Oursler, che firma il videoclip dopo le scenografie del tour di Earthling (1997) e una videoinstallazione, Face to face.

La metafora sottesa alla canzone, un amore abbandonato a Berlino (forse lo stesso di Heroes, quando “the guns shot above our head and we kissed as though nothing could fall” nella No-go zone del Muro?) è tradotta secondo lo stilema di Oursler con la proiezione su una specie di pupazzo siamese dei volti arresi, solcati da rughe, di Bowie e una donna. Gli arti sono uniti ma è evidente che si tratti di riprese distinte e che i due si separeranno abbandonando il corpo, nonostante David mostri alcuni attimi di esitazione. La donna della canzone, la signora del videoclip, rappresentano come una figura retorica la Berlino dei late seventies, un luogo dell’anima evocato da un elenco di strade, piazze, luoghi. Potsdamer Platz, Nürnberger Strasse, il KaDeWe, il Böse Brücke, l’angelo del Tiergarten, il Muro sono la Berlino Ovest citata nella canzone e mostrata con inserti esplicativi nel videoclip attraverso riprese amatoriali, commuoventi come appunti della passeggiata di un fantasma. “Just walking the dead” canta Bowie, del resto. Il sopralluogo si sofferma soprattutto sulla facciata e l’androne del palazzo di Schöneberg dove abitò.
Infine l’epifania del vero Bowie, in t-shirt e jeans, senza costumi di scena o capi commissionati a couturier, il volto contrito e invecchiato infine come Dorian Gray scoperto il ritratto, messo all’angolo di un loft polveroso stipato di oggetti come un sovraccarico memoriale. E comunque, nonostante gli anni, ancora David Bowie, l’uomo che cadde sulla Terra apparentemente immune alle sue leggi, “as long as there’s sun, as long as there’s rain, as long as there’s fire. Finché c’è memoria, sembra suggerire e, siccome parliamo non soltanto di una rockstar ma di un raffinatissimo intellettuale umanista, finché c’è coscienza.
Già è stata diffusa la tracklist dell’album in uscita a marzo.

Alessandro Ronchi

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Alessandro Ronchi
Alessandro Ronchi (Monza, 1982) è critico d’arte e giornalista culturale. Si interessa specialmente di arte dalle origini alla contemporaneità, iconografia, cinema, letteratura, musica e pop culture. Ha diretto il mensile Leitmotiv e collabora con testate giornalistiche, website e gallerie. Tiene corsi di cinema e cultura visiva presso istituti scolastici. Fa parte dello staff redazionale di Artribune dalla fondazione nel 2011.