Lucio Fontana, i tagli e il dirigente buca-gomme

Affinità e divergenze tra l’artista e il dirigente. Così potremmo riassumere questo piccolo saggio di Antonio Maiorino. Alla scoperta delle connessioni tra arte e vita quotidiana.

Lucio Fontana, Concetto spaziale attese, 1960, MoMA

46 km: tanto sono lontane in linea d’aria Lecco e Milano. Distanza esigua, certo: eppure, negli ultimi giorni, sembrano più vicine che mai. L’episodio di cronaca, con risvolti politici, che ha coinvolto Antonio Piazza, Dirigente Provinciale del PDL e Presidente dell’Aler (Azienda lombarda per l’edilizia residenziale), ha suscitato indignazione e censure da parte di mezza Italia. Il Dirigente aveva parcheggiato la propria Jaguar in un posto per disabili. Costretto a spostare l’auto dai vigili urbani chiamati dallo stesso disabile, si era vendicato bucando le gomme della macchina del portatore di handicap. Le telecamere l’hanno inchiodato; il PDL ne ha chiesto le dimissioni, ottenendole – nonostante l’iniziale resistenza. Tutto ciò, in quel di Lecco.
A guardarla da un’altra prospettiva, magari quella di un garantista strenuo e fantasioso, vien da fare una boutade: che il protagonista della vicenda, cioè, avesse ambizioni artistiche. Salta subito all’occhio come costui sia un redivivo Lucio Fontana, l’artista noto per aver fondato a Milano, nel 1947, il movimento dello Spazialismo, e soprattutto per aver bucato la tela – manco fosse una gomma d’auto – prima con la serie dei cosiddetti “buchi”, poi con quella dei “tagli”. Come? Fontana è considerato tra i massimi artisti del Novecento ed il “povero” Piazza è costretto alle dimissioni? Sarà un divertissement – ma concedetecelo, per sdrammatizzare: le affinità tra i due non mancano.

Antonio Piazza

1) L’ATTESA
Ecco, Fontana faceva così: ricopriva la tela di anilina (in seguito di idropittura, diluita in acqua) e praticava un taglio – proprio come il nostro Piazza! – sulla tela ancora umida. Quanto simile a un copertone passato in una pozzanghera… Asciugando, la tela si restringeva facendo inarcare i margini. Fontana allargava con le mani la fenditura e applicava sul retro una garza nera. Un aspetto incuriosisce, e non è stato mai pienamente definito: il ciclo dei tagli fu chiamato Attese. Ora, su Piazza, vien da dire che il problema sia stato proprio questo: l’impazienza di aspettare, di trovare un altro posto per la propria Jaguar; e, di contro, l’attesa del disabile, il cui posto era stato indebitamente occupato. Al climax di quest’umore psicologico, un gesto, di sintesi lancinante: il taglio. Pare che Fontana scegliesse il nome Attese proprio per indicare il momento di concentrazione interiore, e di immobilità, che preludeva al taglio praticato nella tela. Nell’uno e nell’altro caso, un gesto d’impeto a seguito di un accumulo di forze. Certo, non della stessa nobiltà…

L’attesa (Foto di Ugo Mulas a Lucio Fontana), 1964

2) LO SPAZIO
È sempre un problema di spazio. “Spaziale” è l’aggettivo che accompagna molte opere di Fontana. I buchi erano intitolati Concetti spaziali, scelta che l’artista derivò dalla propria ammirazione per il futurista Fillia (al secolo Luigi Colombo, 1904-36). Se si pensa all’eredità del Rinascimento, si potrebbe associare la bidimensionalità costringente del supporto a una inevitabile stasi, un movimento bloccato sull’asse lunghezza-larghezza. Il buco e il taglio generano un movimento d’aria, un’infinità di traiettorie nel vuoto, non più limitate alla superficie piana della tela. Con suggestioni dal Barocco e dall’opera di un altro futurista, Giacomo Balla – peraltro astronomo dilettante, interessato alla dinamica dei corpi celesti –, Fontana scriveva: “La fisica di quest’epoca [Barocco], per la prima volta, esprime la natura per mezzo della dinamica. Si determina che il movimento è una condizione immanente alla materia come principio della comprensione dell’universo”. Ora, dai futuristi, e dalla venerazione di Marinetti per l’auto come icona della modernità, il salto a piè pari verso Mr. Jaguar è implicito. Una Jaguar che perpetua il mito della velocità, del super-uomo, di colui che “esprime la natura per mezzo della dinamica”: ho un macchinone, sono ricco, sono potente. E reclamo il mio spazio. Non mi basta la striscia di suolo bidimensionale del parcheggio ordinario. Vado a prendermi un’altra dimensione. Così come la tela non bastava a Fontana, che recuperava il dinamismo implicito nello spazio attraverso il vuoto: “Cerco di rappresentare il vuoto”, dichiarò in un’intervista del 1963 con Nerio Minuzzo. “L’umanità, accettando l’idea dell’infinito, ha già accettato l’idea del nulla”. Singolare che la comprensione da parte di Piazza della propria finitezza di fronte all’infinito potere dei capi del suo partito, lo abbia poi costretto ad accettare di annullarsi… dando le dimissioni tanto dal partito quanto dall’azienda lombarda. Potere e spazio non sono mai abbastanza.

Lucio Fontana, Galleria del Naviglio, Ambiente spaziale a luce nera, 1949

3) VIDEO E HAPPENING
Sono famose alcune fotografie scattate da Ugo Mulas con Fontana all’opera nella realizzazione dei proprio tagli. Se a lungo la gestazione dell’opera d’arte è consistita nella realizzazione del disegno preliminare, nel caso dell’artista di origini argentine la centralità del gesto – quanto ampia era stata l’eco di quel selvaggio di Pollock – rimodula la fase dell’ideazione, che assume il crisma di un percorso interiore, da cui scaturisce la fisicità dell’approccio al supporto come rituale di avvicinamento ed eruzione. Cosa resta di quell’attesa? Non più il cartone rinascimentale, o l’abbozzo dei coloristi visibile in radiografia sul supporto, bensì le possibili istantanee di chi riprenda la scena. E così, Mulas segue in sei fotografie “il taglio” di Fontana sulla tela, più una messa in scena, un taglio simulato (Fontana non si sentiva di creare un’opera davanti all’obiettivo e recita una pantomima). Nel caso di Piazza, sembra ripetersi una sequenza simile: un mezzo di ripresa che ne immortala preparazione ed azione – questa volta, la ripresa del taglio è inclusa! – più la “pantomima” delle dimissioni. Così vien da chiamarle, considerando che a caldo il protagonista aveva dichiarato: “Le mie dimissioni non sono assolutamente giuste. Non le ho certo date volontariamente (…)” (fonte: Corriere della Sera). Per poi scusarsi, ovviamente.

Lucio Fontana, Concetto Spaziale, 1951, Solomon R. Guggenheim Foundation

Senza voler crocifiggere nessuno – sbagliare è bla bla bla – viene in mente la suggestiva interpretazione che il recensore del quotidiano socialista L’Avanti diede dell’Ambiente spaziale a luce nera allestito da Fontana nella Galleria Naviglio di Milano nel febbraio del 1949: le pareti della galleria, immersa nella semi-oscurità, erano tappezzate di teli neri o dipinti di nero, mentre dal soffitto pendeva un allestimento di elementi biomorfi, curvilinei, di cartapesta, dipinti invece con colori fluorescenti. Il giornalista ne parlò come del “tentativo di immettere la vita dell’uomo in un ambiente formato da colori e suoni più armonici di quelli che la realtà quotidiana ci presenta”. Non suoni “da moralista”, ma un mondo in cui la violazione delle regole è sistematica, e soprattutto, s’ingenerano inspiegabili meccanismi di vendetta nei confronti di giuste punizioni, non sembra un posto così abitabile e armonico…
Sull’Ambiente spaziale a luce nera, Fontana scrisse una cosa che, forse, è ancora attuale, se non applicabile direttamente alla circostanza in esame: “è il primo tentativo di liberarsi da una forma plastica statica; l’ambiente era completamente nero, con luce nera di Wood, entravi trovandoti completamente isolato con te stesso, ogni spettatore reagiva con il suo stato d’animo del momento, precisamente, non influenzavi l’uomo con oggetti, o forme impostegli come merce in vendita, l’uomo era con se stesso,colla sua coscienza, colla sua ignoranza, colla sua materia”. L’arte entra in una dimensione sociale: lo spazio, poi perforato con buchi e tagli, non è altro, in fondo, che una dimensione abitata da uomini: con la propria coscienza (e la propria ignoranza). Nessuno, invece, aveva potuto abitare una tela. Oggi ci scuotiamo le coscienze con multe e dimissioni. A volte basterebbe l’arte.

Antonio Maiorino

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Antonio Maiorino
Classe '84, laureato col massimo dei voti e menzione accademica in Storia dell'Arte a Napoli, nonchè in fase di abilitazione all'insegnamento nella medesima disciplina, è attualmente curatore della categoria Cinema per Infooggi, della rubrica Ace in the Hole per Cabiria, della rubrica Time dripping per Lobodilattice ed è redattore di CinemaErrante. Ha inoltre curato la rubrica Sette film in sette giorni per Ginadonews e collaborato da freelance per InArte, OndaCinema e Sentieri Selvaggi. Vincitore del concorso nazionale di poesia Pensierinversi nel 2009 e variamente menzionato in diversi concorsi letterari, si occupa di critica cinematografica ed artistica, oltre che dell'organizzazione di eventi culturali in Campania. Ha collaborato con vari festival (Linea d'Ombra - Festival Culture Giovani, Faito Doc Festival, Sarno Film Festival), pubblicato da co-autore il volume L'occhio che uccide (Sentieri Selvaggi Editore, dicembre 2012) ed ha condotto il programma radiofonico Social Radio per Radio Kolbe, emittente di cui ha gestito la Direzione Artistica.
  • giovanna bonasegale

    il sonno della ragione continua, nei secoli, a generare mostri. questo ulteriore esempio di mala cultura, pubblicato anche con arroganza, non fa ridere nessuno e neanche sorridere .. è solo una gran pena nel testimoniare in che mondo viviamo e finché daremo spazio a queste “critiche” sarà sempre peggio. l’arte fa parte della nostra quotidianità, ma sarebbe il caso che l’autore di questo scritto si interrogasse meglio prima di deliziarci con queste banalità fuori contesto

  • Paolo Rumi

    neanche da parrucchiere questo pezzo. dritto nella spazzatura.

  • Marleen

    Tutto quanto scritto in questo articolo, in particolar modo ciò che riguarda il punto che tratta dell’idea di spazio in Fontana, è a parer mio di eccellente qualità e tanto affascinante quanto di più facile comprensione se allacciato alla malefatta del nostro dirigente che funge da esempio chiarificatore dei concetti espressi. Trovo in generale l’idea di paragonare i fatti del nostro tempo ad opere senza tempo, di grande effetto e capacità comunicativa. In sintesi: un lavoro geniale. Pertanto mi duole riconoscere che a chicchessia basti leggere il nome di un politico invischiato in vicende che lo dipingono negativamente per “schierarsi” disprezzando l’elaborato di chi ha dato prova di essere un profondo conoscitore e di padroneggiare a pieno la materia di cui scrive. Infatti, a giudicare dai commenti che precedono il mio, mi sembra di capire che forse alcune persone preferirebbero che di un “signore” come Piazza ci si limitasse a dire semplicemente che rappresenta la feccia della società contemporanea piuttosto che paragonarlo ad una personalità di così alto rilievo, quale quella di Fontana, finendo per farlo apparire, a causa del contrasto, infinitamente più rivoltante persino dello sterco. La verità è che, evidentemente dotato di una spropositata sensibilità artistica, l’autore di questo pezzo gli ha fatto un favore e concesso un privilegio citandolo in un contesto pregno di così tanta beltà. Gli ha dato modo (senza neanche farlo scomodare ad utilizzare la sua Jaguar con il rischio che non trovasse parcheggio una volta raggiunta la destinazione) di essere accostato sia al nome che al pregevole operato di un artista indiscutibilmente tra i più degni di nota del ‘900 e quasi consentendogli, per osmosi, di elevarsi moralmente ad un gradino più alto di civiltà. Piazza è, grazie a questo scritto ed al suo realizzatore, un uomo migliore e nemmeno lo sa.

  • Cristopher

    In effetti la mia sensazione è che qualche commento negativo venga dalle implicazioni politiche… Ma non credo che questo articolo ne abbia. E soprattutto, non voleva far ridere. Era garbata ironia. Chi lo capisce bene, chi no… problemi suoi. A me questo taglio piace. Su Vanity Fair c’è una rubrica che si chiama “L’arte spiegata a tuo marito”. Certa ironia va capita. Io promuovo!