Scompiglio performatico (ed espositivo)

In occasione dell’inaugurazione dello Spazio Performatico ed Espostivo (SPE) nella Tenuta dello Scompiglio a Vorno in provincia di Lucca, Artribune ha incontrato Cecilia Bertoni, direttore artistico e anima del progetto. Un’ampia chiacchierata per riassumere cinque anni di attività, guardando al futuro con un nuovo punto di partenza.

Inaugurazione dello SPE - Spazio Performatico ed Espositivo - photo © Daniela Cappello

Sabato 27 ottobre un nuovo tassello si è aggiunto al multiforme progetto dell’Associazione Culturale dello Scompiglio. Frutto di una lunga lavorazione eseguita con tecniche all’avanguardia, che hanno preservato la struttura originale delle antiche case coloniche, lo Spazio Performatico ed Espositivo offre oggi una nuova disponibilità di aree indoor, che s’integreranno ai 200 ettari di boschi e colture della tenuta circostante. Un teatro di 120 posti, spazi espositivi sotterranei di 500 mq, ma anche bookshop e sale prove, per offrire ad artisti e performer nuovi spazi dove mettere alla prova la propria creatività. Ne abbiamo parlato con la direttrice Cecilia Bertoni.

Quali sono le particolarità di questa nuova struttura e come si rapporta con la vostra doppia vocazione di creativi attenti all’ecosostenibilità?
Quello che oggi è lo SPE, in origine era una casa colonica dove i contadini vivevano con le loro famiglie e i loro animali, per raccontarsi le storie ogni sera, ma anche per scaldarsi assieme. È stata rinnovata secondo i più aggiornati criteri della bioarchitettura, e solo dove concesso dalla Soprintendenza, come per tutte le opere finora realizzate allo Scompiglio. Lo spazio sotterraneo l’ho pensato come in contrasto assoluto alla luce esterna, al mondo della natura. È un luogo neutro e artificiale, dove l’incontro tra chi visita e chi crea (ma anche il pubblico è un “ri-creatore” di ciò che vede) è un incontro diretto, senza nessuna interferenza ambientale.

Inaugurazione dello SPE – Spazio Performatico ed Espositivo – photo © Daniela Cappello

In contrasto con tutto quello che avete fatto finora.
Sono molto cosciente del pericolo per cui, avendo uno spazio interno, avremmo potuto dirci: finalmente siamo in pace, al riparo! Invece secondo me è proprio da qui che inizia il proficuo contrasto tra interno ed esterno. Il gioco tra queste due condizioni è più interessante delle condizioni in sé. E questo stimola ogni artista e ogni singolo visitatore come in una sfida continua.

E i due artisti che avete scelto per la prima sfida sono Gian Maria Tosatti e il mitico John Cage.
A Tosatti è stato lasciato l’ampio spazio espositivo sotterraneo. Penso che, per Gian Maria, lavorare in uno spazio completamente neutro sia una cosa molto nuova. Ma già aveva collaborato con noi, nella collettiva Il cimitero della memoria, ancora visibile qui fuori. John Cage, invece, era già stato allo Scompiglio con una serie di eventi organizzati da Antonio Caggiano. Quest’anno, centenario di Cage, ho trovato interessante commemorare questo artista che più di ogni altro ha spaziato tra tutte le arti. Il lavoro si è trasferito dall’esterno all’interno, rappresentando come un filo rosso tra queste due dimensioni. E il MusiCircus di John Cage, in contemporanea in tutti i locali dello SPE, aprirà la nuova stagione delle performance.

Inaugurazione dello SPE – Spazio Performatico ed Espositivo – photo © Daniela Cappello

Qualche anticipazione per il futuro?
Il 17 maggio verrà presentata una trilogia da me diretta. Le prime due parti sono già state presentate singolarmente. Una è opera interamente all’esterno, Riflessi in bianco e nero, mentre l’altra è una performance molto contemporanea, ma in forma teatrale: Tesorino, perché hai perso? La terza, che è ancora in preparazione, a metà strada tra film e performance, sarà invece nello spazio espositivo più piccolo. Questa trilogia darà inizio a una stagione di scambi tra spazi interni ed esterni: e le opere dentro e fuori saranno visibili quasi in contemporanea.

Un’ulteriore conferma della vostra tendenza alla “trasversalità”?
Io ormai evito di dirlo, anche perché “trasversalità” sta diventando l’etichetta #364 del nuovo codice… Le parole diventano gabbie, molto rapidamente, anche le più libere. La stessa cultura sta sempre più diventando una sterile ripetizione di quanto ci è stato insegnato. Per me, invece, è qualcosa di più ampio, è qualcosa che si crea sul momento, specie se chi la pratica e chi ne usufruisce si dimostra sveglio, attivo. Per questo metto sempre l’accento sulla nostra programmazione ricca ed eclettica per i bambini. Tanti laboratori, tante esperienze perché almeno loro abbiano la possibilità di trovare più libertà e autonomia.

Inaugurazione dello SPE – Spazio Performatico ed Espositivo – photo © Daniela Cappello

Torniamo allo spazio Performatico: da dove deriva questo nome (se non è un neologismo) e cosa significa?
Io ho vissuto molti anni all’estero, per cui la mia conoscenza della lingua italiana si è gradualmente indebolita. Però questa parola mi trasmetteva un senso di maggiore attività rispetto al più comune ‘performativo’. E siccome la performance (teatrale o di qualsiasi altro genere) è sempre qualcosa di attivo, ‘performatico’ mi sembrava la riflettesse meglio. E poi non è una mia invenzione, perché ho scoperto (con l’aiuto dei miei collaboratori) che il termine ‘performatico’ esiste già, anche se non su tutti i dizionari.

E si adatta perfettamente al caos creativo del vostro “scompiglio”.
È sempre difficile astrarre se stessi dall’interpretazione delle parole. Essendo io una persona che non è mai stata interessata a una sola cosa nella vita, lo scompiglio esprime per me quell’attività in cui molti elementi entrano in contrasto, e soprattutto giocano tra loro. Nello scompiglio è difficile definire “cosa è cosa”: gli oggetti e le persone cambiano identità continuamente, non c’è nulla di fisso o stabilito.

Inaugurazione dello SPE – Spazio Performatico ed Espositivo – photo © Daniela Cappello

Ma tutti questi vettori contrastanti convoglieranno, prima o poi, verso un unico punto?
Non lo so. Perché penso che tu, nella tua vita, sarai sempre un work in progress. O almeno lo spero. Uno può avere un ideale: ma gli ideali si aggiustano nella pratica. Perché i punti di arrivo sono sempre sia un inizio che una fine, sono un segnale di continuazione, di trasformazione. E ogni trasformazione annulla tutte le previsioni, rende ogni cosa possibile. Il futuro ci potrà sempre sorprendere: e se non lo facesse, saremmo tutti più depressi. O almeno: io sicuramente…

Simone Rebora

www.delloscompiglio.org

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.
  • Vito

    interessante ,un” nuovo”luogo per il dibattito e la ricerca destinato alla cultura:oggi più che mai,serve.

  • Vito

    Bene: una nuova punto di osservazione.

  • Vito

    Una trasversalità puntuale:Bene.