I giochi proibiti di Londra. Olympics vs Street Art

Di graffiti dedicati ai Giochi Olimpici ce ne sono una caterva, disseminati in tutto il Regno Unito. Londra, a poche ore dal gong, è in fibrillazione. Estate olimpionica, nel segno dell’efficienza organizzativa e della sicurezza. Città monitorata in ogni centimetro. Muri compresi. Da qualche giorno i writer britannici non hanno vita facile: è partita un’azione repressiva senza precedenti, con tanto di arresti. E la polemica impazza.

Crimial Chalkist, Bristol

Secolo ventunesimo, anno dodicesimo: dici Londra e dici Olimpiadi. Una mania, un affare milionario, una pioggia di pubblicità, una raffica di uscite mediatiche e, ovviamente, una mobilitazione organizzativa di portata titanica, con tanto di controlli di sicurezza straordinari. Insomma, a pochi giorni dallo start, il clima è elettrico, i preparativi fervono e tutto pare ruotare intorno alla mitologica fiaccola accesa. E se l’elettricità ci sta tutta, l’apprensione pare forse un pelo eccessiva.
Come quando i funzionari olimpici, incaricati di proteggere il marchio dei Giochi, prendono di mira i piccoli esercizi commerciali che, grazie a quel marchio – pur senza autorizzazione – provano a darsi un po’ di visibilità in più. Su Artinfo, ad esempio, apprendiamo di una fioraia che ha dovuto togliere dalla sua vetrina una decorazione di carta velina ispirata ai cinque anelli colorati, proprio com’era accaduto al panettiere che, con altrettante ciambelle, aveva riprodotto il tutelatissimo brand; oppure c’è il buffo caso dell’Olympic Cafè di Stratford, costretto a cambiare il suo nome in Lympic Cafè, facendo saltare la O dall’insegna. È quasi psicosi?

Il Cafe Olympic, oggi ribattezzato Lympic

Nel frattempo, in questo clima di fiscalità, i writer sembravano agire indisturbati, sbizzarrendosi con le loro giocolerie pittoriche sui muri cittadini, sempre in tema olimpico. Già un anno fa a Bristol era comparso un artwork attribuito a Criminal Chalklist, che ritraeva un bambino in fuga con un cerchio rosso in mano: il baby ladro, impossessatosi di uno dei cinque anelli dei Giochi, arrivò presto su gadget e t-shirt, tramutandosi in vero e proprio viral. Di recente, i leggendari cerchi sono diventati dei tostapane stilizzati, nel gigantesco wall di Toaster Crew, alla stazione di Shoreditch, mentre Teddy Baden, a Whitecross Street, ha dipinto con toni pop un caliente corpo a corpo tra un cagnolino e la mascotte delle Olimpiadi, Mandeville. E sono solo alcuni esempi, nella pletora di stencil, tag, sticker e murales dedicati all’argomento, molti dei quali declinati in chiave ironica. Tolleranza alta, dunque.
Almeno fino a qualche giorno fa. Fino a quando, cioè, è partita una retata contro i graffitari londinesi. A fare scalpore è il caso di Darren Cullen aka Ser, noto fin dagli Anni Ottanta, oggi proprietario della Graffiti Kings e spesso ingaggiato da grosse compagnie (Microsoft, Red Bull, Calvin Klein, Adidas) per la realizzazione di progetti creativi. Tra i committenti più recenti, guarda caso, anche la British Olympic Association, che gli aveva chiesto di curare parte del Villaggio degli Atleti, e il canale ITN News, che per un programma di interviste sui Giochi, ambientato a bordo di un taxi, aveva voluto un restyling del veicolo targato proprio GK.

Mr Moustache

Ed ecco che invece, alle 7 di un caldo mattino di luglio, Darren viene raggiunto dalla polizia nella sua abitazione e portato in centrale. Qui, come ha raccontato a Vice Magazine, trova un gruppetto di “colleghi”, street artist che avevano ricevuto la stessa sgradita e inattesa visita. A Darren, a cui le autorità erano risalite tramite un sito di graffiti registrato a suo nome, sono stati sequestrati pc, telefono, bombolette, marker, pennelli e riviste di settore (tutti strumenti di lavoro). E queste sono le regole che dovrà rispettare, fino a novembre: non entrare in qualsiasi stazione ferroviaria, compresi metro e tram; non essere in possesso di vernice spray; non avere a che fare con altre persone arrestate e su cauzione per la medesima indagine; non stare a meno di un miglio di distanza da qualsiasi sede olimpica. Una bella rogna.
Il senso è chiaro: evitare che la città, nei giorni del big event, venga “imbrattata” oltremisura, cercando al contempo di ripulirla in ogni suo angolo. Ma, senza mezze misure né distinzioni, oltre ai vandali si sceglie di perseguire anche quegli artisti che non imbrattano ma dipingono e che di interventi illegali magari nemmeno ne fanno più. Nomi accreditati, professionisti, talenti locali o addirittura internazionali. Arrestarne quanti più possibile è anche un modo per dare un’immagine di rigore e di grande efficienza. Marketing istituzionale.

Banksy

E intanto the king of graffiti, quel mito vivente, pluripremiato, osannato dai media, adorato dai collezionisti, che risponde al nome di Banksy, che fa? Altro che lasciarsi imbavagliare. Eccolo, nella giornata del 24 luglio, svelare sul suo sito le sue ultime creature: due bellissimi stencil dedicati ai Giochi. Un atleta colto nell’istante prodigioso del salto con l’asta e un altro intento a lanciare un inquietante giavellotto-missile. Questa la sua protesta contro la macchina punitiva che sta colpendo l’esercito di graffitari londinesi. Ovviamente restano segrete le location, per non correre il rischio che l’armata anti-graffiti si precipiti a cancellare tutto.
Il caso intanto esplode e la stampa chiacchiera, raccogliendo i pareri di chi benedice il meticoloso lavoro di rimozione e repressione in corso (tra gli alfieri della causa anche la Keep Britain Tidy, organizzazione impegnata nella lotta contro gli “imbrattatori” di strada) e chi invece s’indigna, bollando l’operazione come reazionaria, indiscriminata, violenta e anche controproducente. Fra le testate che si schierano contro c’è The Guardian, che definisce “agghiacciante” l’ondata di arresti, minacce e censure: “Questo carrozzone olimpico, invece di esaltare e riaccendere la reputazione che Londra ha oggi grazie all’arte provocatoria e a una creatività incontenibile, sta annullando le attrazioni della capitale e richiamando l’attenzione sulle sue debolezze“.
Il dibattito è aperto. Misure necessarie di ordine pubblico, per un avvenimento molto speciale, o eccesso di zelo che penalizza talentuosi creativi e onesti lavoratori? Insomma, la Olympic fever è benefica o un poco tossica?

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Le espressioni di strada (che siano opere d’arte, azioni dimostrative o semplici scritte) sono diventate, improvvisamente negli anni ’80, uno dei primi bersagli della retorica moralizzante sulla città. Mike Davis ha ampiamente dimostrato come sia in corso da alcuni decenni una vera e propria guerra contro le città come spazio democratico e del welfare. La retorica sulle espressioni di strada ne è una parte, e si aggancia con la demonizzazione di popolazioni “scomode” (come i giovani delle classi popolari) o la negazione di ogni dissenso (per esempio proprio la forza dissacrante di certi artisti). I grandi eventi sono diventati momenti di concentrazione di economie e, quindi, di massima pressione verso la fortificazione ed il controllo: questa ne è un’espressione.
    Per fortuna, le città sono entità infinitamente più complesse delle menti dei maniaci dell’ordine e della sicurezza e rifuggono ad ogni tentativo di omologazione.

  • luana maiorana

    Esagerati e maniacali nel loro ordine e nella loro asettica pulizia…

  • Fotonique

    Signori miei, imbrattare i muri è reato. Non so se è chiaro il concetto? Voi, art-fighetti, pensate che un codice civile possa distinguere tra taggaroli dell’ultim’ora e grandi streetartisti? Ebbene, sappiate che non è così: per la legge sono tutti personaggi che stanno facendo qualcosa di illecito. E tra l’altro per un artista vero, ci sono cento imbrattatori frustrati.

    Insomma se la città di Londra (che fino a 15 anni fa era una fogna come le nostre città e ora è peretta) si vuole tuttelare, la vogliamo biasimare? Si dovrebbe soprassedere alle leggi solo perché tra questi fuorilegge ce n’è qualcuno di talento? E’ come dire che il furto va depenalizzato o tollerato perché c’è stato Robin Hood…

    • “15 anni fa era una fogna e ora è perfetta”.
      15 anni fa era una città, ora è un carcere.

  • Ma…non era scritto sul Corriere della Sera, qualche giorno fa….?

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