Fotografia, storia e prospettive

Una storia della fotografia in quattro volumi, curata da Walter Guadagnini e pubblicata da Skira. Abbiamo intervistato il curatore per capire il metodo applicato e le sfide vecchie e nuove che oggi la fotografia deve affrontare.

Lewis Carroll - San Giorgio e il drago - 1875 - Los Angeles, The J. Paul Getty Museum

È in libreria, pubblicato da Skira, il primo dei quattro volumi della serie “La fotografia”, una storia dalle origini ai nostri giorni che prevede uscite annuali (il secondo volume è previsto per ottobre 2012). Abbiamo intervistato il curatore della collana Walter Guadagnini, sull’impostazione dell’opera e più in generale sulle questioni che interessano la fotografia oggi.

Ci può riassumere l’impostazione de La fotografia? È costante o variabile per i quattro volumi previsti?
L’impostazione è costante, e prevede la presenza di un certo numero di schede monografiche dedicate ai libri e alle mostre che hanno segnato la storia della fotografia, redatte da Francesco Zanot, e di tre o quattro saggi che affrontano tematiche più ampie, legate alle diverse nature e utilizzi della fotografia, redatti da studiosi di fama internazionale.

Perché è utile/necessaria oggi una storia della fotografia?
Perché l’enorme diffusione della pratica fotografica attraverso i nuovi strumenti di comunicazione ha creato un interesse per la fotografia in quanto linguaggio. Più si fanno foto, più viene voglia di vedere foto e più, mi auguro, ci si domanda che cosa significhi scattare una fotografia. Credo non sia un caso se il mercato editoriale relativo alla fotografia sia tra quelli meno toccati dalla crisi.

La fotografia. I. Le origini 1839-1890

La fotografia è un oggetto di studio difficile da afferrare. È necessario mescolare storia sociale, critica d’arte, cronologia, storia delle tecniche? Oppure è opportuno scegliere un singolo approccio, in un certo senso schierandosi?
Ovviamente si possono fare entrambe le cose, entrambe sono lecite, come insegna per l’appunto la storia degli studi fotografici. Personalmente, sono convinto che un approccio multidisciplinare sia assolutamente necessario quando si affronta la divulgazione della fotografia; quando si passa ad ambiti più specialistici, allora diviene quasi naturale concentrarsi su singoli aspetti.

Come verrà registrato negli ultimi volumi il passaggio epocale dalla fotografia come disciplina autonoma ad arte contemporanea tout court?
La metodologia non cambierà, anche perché la vera rivoluzione dell’ultimo ventennio non è la definitiva accettazione della fotografia all’interno del mercato dell’arte contemporanea – questo è uno dei temi, non il principale. La due vere rivoluzioni dell’ultimo ventennio sono l’avvento del digitale, con tutto ciò che questo ha comportato in termini di realizzazione, diffusione, comunicazione, e la globalizzazione, che ha aperto non solo i mercati, ma anche e soprattutto la conoscenza di intere aree culturali, sino a ieri pressoché sconosciute, dall’Asia all’Est Europa, dall’Africa all’India.

William Lake Prince - Don Chisciotte nel suo studio - 1855 - Londra, Victoria and Albert Museum

Quali sono i limiti oggi del sistema della fotografia? In Italia più che altrove gli stessi “fotografi puri” tendono a considerarsi un gruppo autosegregato e vedono con diffidenza l’ingresso della fotografia tra le discipline dell’arte contemporanea. Si perderà la specificità della fotografia? È una perdita o un arricchimento?
In Italia oggi la situazione è molto migliore rispetto a vent’anni fa. Una collana come questa sarebbe stata impensabile, ad esempio. Autori italiani sono ormai stabilmente presenti sulla scena internazionale. La fotografia è ormai definitivamente approdata nei corsi di studi accademici e universitari. Certo, paghiamo ritardi storici e la consueta assenza dello Stato, ma non mi pare che questo sia un problema che investe solo la fotografia.

Esiste un vuoto critico e teorico nel campo della fotografia? Dopo Barthes e Sontag, sempre citati più che letti e applicati, è azzardato dire che l’ultimo contributo epocale sulla fotografia come disciplina dell’arte contemporanea è la teoria dell’indice di Rosalind Krauss?
No, non credo assolutamente, anzi, mi pare che la riflessione sia quanto mai vivace; diversi sono i temi, non la profondità delle riflessioni. Ci sono stati contributi importanti in questi ultimi anni, penso ai volumi di Geoffrey Batchen, Clement Chéroux e David Levi Strauss, per citarne solo tre facilmente reperibili, che affrontano la fotografia da punti di vista assai importanti relativamente alla sua natura attuale. E anche se si vuole restare in ambito puramente artistico, un libro come quello di Michael Fried sull’importanza della fotografia come opera d’arte, per quanto discutibile, rappresenta sicuramente uno sforzo significativo.

Roger Fenton - L’abbazia di Rievaulx - 1854 - Londra, Victoria and Albert Museum

La diffusione della fotografia fece temere alla pittura di dover scomparire, soppiantata dal legame più stretto della foto con la realtà. Oggi la fotografia rischia di diventare invisibile come mezzo artistico dato il proliferare obnubilante di immagini fotografiche e di sintesi corrive, commerciali, illustrative?
Non penso debba scomparire, certo deve riflettere – come sta già ampiamente facendo – sui suoi statuti, sulla sua stessa identità, sulla sua ragion d’essere all’interno di un mondo delle immagini e della comunicazione che negli ultimi vent’anni si è profondamente modificato. La sovrapproduzione è un classico sintomo di successo, fra qualche anno rimarrà poco di tutto ciò, ma questo è nelle cose.

Stefano Castelli

La fotografia
a cura di Walter Guadagnini
Skira, Milano 2011
I. Le origini 1839-1890
Pagg. 304, € 60
ISBN 8857207179
www.skira.net

Piano dell’opera:
II. Una nuova visione del mondo 1891-1940 (ottobre 2012)
III. Dalla stampa al museo 1941-1980
IV. L’età contemporanea 1981-2010

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.
  • reds

    Skira… sempre ottimi lavori.

  • La fotografia è un linguaggio tecnologico che sin dalle sue origini ci ha dato la possibilità di connotare con significati sociali e filosofici la nostra comunicazione, al pari di tutti gli altri linguaggi tecnologici sopraggiunti dopo, compresi quelli contemporanei. La fotografia non è il linguaggio di subalternità linguistica ne di retorica: qualsiasi linguaggio usiamo deve contenere “comunicazione” etica e politica: non si può discriminare o settorializzare nessun linguaggio e sta all’uomo usarli per parlare agli altri. Antonio Tateo detto Tato, artista del sociale e direttore dell’OLDS