Ripetizione indifferente

Sulle definizioni delle opere regna un’economia della penuria. Oggi vi sono sempre più opere e meno concetti per designarle. Una volta, in epoca postmoderna, si poteva dire che erano belle, brutte, trasgressive, ironiche, cool, trans, post…

Sherrie Levine, Fountain (after Duchamp), 1991
Sherrie Levine, Fountain (after Duchamp), 1991

C’era una volta l’utopia di un capitale illimitato del linguaggio, specchio della proliferazione vertiginosa dell’economia virtuale, della quale stiamo subendo il crack in tempo reale. Ripetere le stesse formule di fronte alla proliferazione esponenziale di opere è indice di una sterilità dei concetti. D’altra parte, si potrebbe obiettare che anche le opere non fanno altro che citarsi l’un l’altra. Ciascuna è lo specchio dell’altra. Remake, revival, ossessiva ripetizione di formule e di forme a cui il linguaggio risponde con altrettanta ossessiva ripetizione delle sue formule concettuali. Rifrazione ondulatoria di tutte le forme nella superficie liquida del reale, di cui si tenta in tutti i modi di possedere l’immagine.
Di fronte a questo stato di cose, anche le definizioni sono un simulacro del linguaggio. Le parole rivolte all’arte rivelano l’arbitrarietà dei criteri con cui si approccia ad essa. Esiste un criterio oggettivo e universalmente valido per valutare l’arte d’oggi? No. Allora bisogna pur dire che anche il criterio è una finzione del pensiero, non una realtà. Una finzione spesso necessaria: scelgo un vino al posto di un altro. Ma dire che non esistono criteri oggettivi significa pure dire che l’arte oggi è un gran bazar, un suk, un supermercato, dove si sceglie una cosa al posto di un’altra.

David Salle, Picture Builder, 1993

Nell’accezione comune, un criterio è ciò che consente di fare distinzioni tra cose, persone e nozioni. Il criterio è dunque ciò che rende possibile in qualsiasi momento un giudizio di gusto, che è anche implicitamente un giudizio d’esclusione. Un’opera può essere buona per un museo ma non per la vendita. Può andar bene per una casa privata ma non per uno spazio pubblico ecc. Eppure, spesso la confusione è dietro l’angolo. Non è raro vedere opere esposte in spazi pubblici (“ambientate”) che forse dovrebbero stare altrove o non esistere affatto.
Quanta dose di individualismo (e affarismo) deve sopportare lo spazio pubblico quando è invaso da “opere” che non hanno alcuna ragione per stare dove sono? Questa sfasatura tra ambiente e opera genera una forma di dogmatismo insito nello sfrenato pragmatismo che segna l’arte d’oggi.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5

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Marcello Faletra
Critico d'arte, artista, saggista. Fin dagli Anni Settanta è stato attivo con iniziative culturali e di controinformazione col collettivo Radio Aut, creata da Peppino Impastato e Salvo Vitale e con la Comune di Terrasini fondata da Carlo Silvestro. Nel 1977 si trasferisce a Roma, dove partecipa attivamente ai movimenti di protesta. Negli Anni Ottanta e Novanta vive tra Napoli, Roma e Milano, dove svolge un’intensa attività artistica, partecipando a numerose mostre di pittura e fotografia. In seguito abbandona la pittura per dedicarsi con continuità alla filosofia e alle teorie dell’arte contemporanea. Numerosi saggi e articoli sono apparsi in riviste specializzate e in cataloghi di mostre e pubblicazioni collettanee. È stato animatore e redattore di Cyberzone, rivista di arte, filosofia e nuove tecnologie. Tra le sue ultime pubblicazioni: "Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell'arte contemporanea" (Solfanelli) e "Graffiti. Poetiche della rivolta" (Postmedia Books). Attualmente insegna Estetica dei New Media e Fenomenologia dell'Immagine all'Accademia di Belle Arti di Palermo.
  • the critical argument may tend to objective criteria. The critical argument can contain many subjective to become so objective.

    lr

  • L’assenza di criteri oggettivi per valutare l’arte (e non solo l’arte ma le decisioni politiche, le scelte economiche, i comportamenti sociali…) è frutto dello spaesamento collettivo di un’umanità con un piede ancora nella postmodernità e uno appena dentro il nuovo millennio. Manca chiarezza sulle finalità da perseguire. La massa è disorientata e non percepisce distintamente lo scopo della propria esistenza. Ogni definizione di valore non può prescindere dalla relazione con scopi e finalità. Il valore di un’opera d’arte non è universale e non può essere definito in maniera oggettiva. Il valore esiste in relazione a un fine. Come ogni atto dell’uomo sulla terra, la creazione artistica persegue uno scopo, che è ogni volta diverso a seconda delle intenzioni dell’artista, del contesto di fruizione dell’opera, della sensibilità del pubblico. Quanto più l’arte si avvicinerà all’obiettivo sulla base del quale la si valuta, tanto più avrà valore. Se, ad esempio, l’obiettivo è il compiacimento estetico, avrà maggiore valore l’opera più armonica nelle forme e nei colori. Se il fine è politico, avrà maggiore valore l’opera in grado di condizionare le opinioni del pubblico. Compito della critica è esplicitare i criteri di valutazione sulla base di chiare finalità e scopi precisi. Gli obiettivi, poi, non devono essere necessariamente condivisi da tutti. Per questo motivo esistono gusti differenti, certa arte piace e altra no. L’importante è che il pubblico capisca perché qualcosa incontra il suo gusto: un’opera non può piacere solo perché qualcuno ha deciso che deve essere così.

    • Francesca Piragine

      Caro Vincenzo,
      non potevi esprimere con parole più chiare quello che è il mio pensiero sui giudizi di valore in campo artistico e sul momento che stiamo vivendo.

  • “Esiste un criterio oggettivo e universalmente valido per valutare l’arte d’oggi?”
    Caro Faletra permettimi di proporti, in cambio, e proporre ai lettori questa domanda :
    “E’ mai esistito un tempo specifico, in cui fosse dato un “criterio oggettivo universalmente valido per valutare l’arte di [quell’] oggi” ?
    Perche’ continuiamo a dimenticare o facciamo finta d’ignorare, che l’arte e’ sempre stata, al momento della sua produzione, “arte contemporanea” e che, come tale, ha subito critiche, fraintendimenti ed incomprensioni da parte dei prorpi “contemporanei” ?
    …questo , ovviamente, se parliamo di Arte con la A maiuscola, quella che ha resistito, poi, al giudizio del tempo…

  • Angelov

    Condivido quello che dice Luciano.
    Infatti anche nella Scienza ci si è resi conto che un Oggetto osservato o analizzato, subisce un mutamento dato appunto dal fatto di essere osservato, quasi che si creasse una interazione o interattività tra soggetto e oggetto.
    La cosa rende il giudizio obbiettivo impossibile, sopratutto verso quegli organismi in quel momento viventi.
    Forse è sempre troppo presto dare un giudizio.
    Come diceva Kafka, il Peccato Originale consiste proprio nel non saper aspettare.

  • Chi afferma che non esistono criteri validi su cui fondare un giudizio dovrebbe, per coerenza, astenersi dal giudicare. Chi invece è tenuto a formulare un giudizio (in primo luogo il critico) o anche semplicemente chi desidera esprimere la propria opinione (come fa un pubblico consapevole e attento) dovrebbe sempre esplicitare i criteri in base ai quali valuta. Senza pretesa alcuna di oggettività, ma con una chiara idea degli scopi e delle finalità che persegue attraverso la propria scelta.

  • Vorrei aggiungere un’altra considerazione su quanto scritto da Faletra :
    “D’altra parte, si potrebbe obiettare che anche le opere non fanno altro che citarsi l’un l’altra. Ciascuna è lo specchio dell’altra. Remake, revival, ossessiva ripetizione di formule e di forme…”
    E chi lo dice? ovviamente, esistono ripetizioni, citazioni, “d’après”, remakes, revivals e quant’altro ma io vedo attorno a me anche tantissima arte fresca, nuova, “originaria” . Certo, per vederla, bisogna anche un po’ abbandonare i solitoi circuiti e percorsi, le solite frequentazioni. Magari bisogna anche muoversi un po’ (parecchio!) per studi di giovani e men giovani, ma sopratutto di quelli men noti o ignoti. Essere abbastanza curiosi da informarsi e non scartare a priori il “nome mai sentito” e le mostre fuori dal “gran tour”, visitare anche siti web, social networks, blogs, gallerie virtuali ecc. sapendo in partenza che di cento solo per due o tre ne sara’ valsa la pena. Forse bisogna pure abbandonare certi “elitarismi” ed affrontare con serenita’, apertura mentale e buona volonta’ anche eventi come i famigerati “Padiglione Italia” (idea che sta’, per altro, facendo “scuola” o forse solo “tendenza” anche altrove).
    Detto questo, comunque, anche nel “circuito migliore” non mi pare che si possa dire che sistono solo ripetizioni e copiature!
    @Vincenzo – personalmente mi astengo quasi sempre, in questi commenti, dal giudicare i lavori altrui e, le rare volte che ho espresso dei giudizi (generalmente positivi), l’ho fatto motivandolo. Del resto non sono un “critico” e non ci terrei affatto ad esserlo e, come “spettatore” il mio criterio e’ quello che discende dall’idea che ho di arte quale “comunicazione dell’inefabile” (non elaboro perhce’ l’ho gia fatto molte altre volte in questi commenti), che e’ per me un criterio “valido” anche se non trovo, nelle mie “scelte” alcuno “scopo o finalità” da perseguire.
    La mia osservazione a Faletra era appunto sulla domanda relativa a “criteri oggettivi universali”, posta, per giunta, in modo tale da sottintendere che essi manchino “oggi” mentre siano stati presenti “ieri” o possano esserlo “domani”.

  • marcello faletra

    Ringrazio il Gerini, il Merola e Angelov, per alcune osservazioni relative al mio Ringrazio il Gerini, il Merola e Angelov, per alcune osservazioni relative al mio intervento, perché mi sembrano giuste ed opportune. Il mio editoriale è incompleto. Come tutti gli editoriali. E soprattutto non ha alcuna pretesa di verità.
    Occorre sempre precisare un punto: quando vengono pubblicati gli editoriali online, questi sono costretti ad esistere in un terreno tipografico che nel caso di Artribune cartaceo è di 2200 battute. Affrontare argomenti complessi e tuttavia non eludibili come quelli che investono la politica del “giudizio”, la pratica dei “criteri” o le mode delle “definizioni”, richiede quanto meno un ciclo di seminari. Tutte le specificazioni sono troncate, costrette ad esistere nello spazio lapidario del frammento, e dunque costrette al rischio di esporsi alle polemiche e alle giuste contro-deduzioni. Ma questa non vuole essere una giustificazione.
    Semmai sottolineare il fatto che gli editoriali – almeno per me – non hanno valore normativo, non pretendono di ratificare alcunché, ma hanno il valore di sottoporre dubbi, di interrogare in modo “indisciplinato” le certezze.

    Occorre, per questo, fare uno esercizio della scrittura non come spiegazione, ma come incursione, destinando altre cose, non meno importanti, in secondo piano, che poi, naturalmente, sono quelle prese facilmente di mira.
    Il mio intervento pone alcune questioni che qui riprendo in altro modo:
    1) la proliferazione senza fine delle definizioni che spesso o quasi sempre diventano il campo di gioco del linguaggio nella sfera dell’arte. Parto dal presupposto che ogni “definizione” è un processo di identificazione. Dare identità a qualcosa che – almeno per me – tenta di sfuggire all’identità, come una certa idea di arte, è un modo per neutralizzare l’alterità dell’arte, che poi ci sono artisti che stanno a questo gioco, remake, revival ecc, è una questione di scelta di campo. Ma questo non potevo che dirlo in una forma strangolata, come uno strappo.
    2 – Alla luce di questa constatazione sorge la domanda: che valore assume la pratica del giudizio? L’assenza di un criterio oggettivo significa – nel mio intervento – che la nozione di “criterio” è dal punto di vista di un’economia politica del linguaggio, alla mercè di uno stato aleatorio, come accade con le fluttuazioni monetarie che da un giorno all’altro decidono il crollo o il successo di un titolo. Io non parlo di criterio di “validità”, come mi rimprovera il Merola, ma di criteri “oggettivi”, i due concetti non vanno identificati come fa il Merola. E’ oggettivo un terremoto, una montagna, un assassinio, non un criterio di gusto che è sempre “soggettivo”.

    3 – Sorge a questo punto la domanda decisiva: che cos’è un criterio? E qual’è la sua legittimità nello stabilire una temporalità che, metiaticamente, viene ascritta alla generica e astratta definizione “arte contemporanea”? Se l’arte è una produzione di una determinata società, allora questa domanda si trasforma così: quando c’è arte oggi – non “cos’è l’arte”, questione metafisica legata all’idea di verità – e quali sono le condizioni per rendersi conto che ci troviamo di fronte a oggetti, immagini e altre cose che ci vengono sottoposte come “arte”? E’ sempre più evidente che spesso è il luogo più o meno istituzionale a darci, nell’immanenza della percezione, l’esperienza che si sta per assistere ad un fenomeno classificato come “arte”. Il luogo da questo punto di vista ha preso il posto che un tempo aveva il santuario che certificava la presenza del sacro. Non diversamente oggi certi oggetti, certe immagini e certe performance – ripeto “certe” non tutte – per essere vissute come “fatti artistici”, necessitano di un luogo, anche se questo luogo viene istituito al momento come accade in certa arte ambientale.
    4 – Sembrano questioni ovvie. Ma non lo sono per niente visto la proliferazione di definizioni, di opere non classificabili e non riconducibili a parametri normativi e di posizioni “critiche” se non a partire dal luogo. Insomma da questo punto di vista regna un salutare quanto ideologico pluralismo. Salutare, se si pensa ad una concezione temporale dell’arte organica e omogenea che non da spazio ad altre esperienze dell’arte. Ideologico, nella misura in cui il pluralismo, per certi aspetti, ha molte analogie con la diversificazione del prodotto commerciale. Semplici analogie? Una lettura attenta di questo fenomeno ci restituirebbe delle belle sorprese.
    5) – Quanto poi all’osservazione del Gerini che: “per vederla, [l’arte non ufficiale] bisogna anche un po’ abbandonare i soliti circuiti e percorsi, le solite frequentazioni.” Beh, non posso che rispondere che da molto tempo, fra le altre cose, non solo mi occupo proprio di fenomeni dell’arte “non ufficiale”, ma che faccio una rivista – “Cyberzone” – che negli ultimi dieci anni , giusto per limitarmi ad una data, ma che esiste dalla metà degli anni Novanta – non ha fatto altro che occuparsi di tutte quelle realtà che nulla hanno a che vedere con quei fenomeni che generalmente riempiono le cronache…come dire…ufficiali, normative, quelle su cui tutti si sincronizzano per cercare un certificato di attualità….La copertina dell’ultimo numero, ad esempio, è di un artista spagnolo – Bernardi Roig – oggi più in vista in certi spazi “ufficiali, mentre per la prima volta abbiamo pubblicato in italiano alcune poesie di una grande poetessa israeliana molto critica verso l’attuale amministrazione del suo paese. Nel numero precedente, ad esempio, abbiamo pubblicato un portfolio di uno dei più significativi, per noi naturalmente – artisti digitali ungheresi – Istvan Horkay – che da anni è corteggiato da Peter Greenaway, col quale infine ha realizzato diversi video.

    E cosi via.
    6) – Per quanto riguarda l’affermazione del Merola secondo cui: “Chi afferma che non esistono criteri validi su cui fondare un giudizio dovrebbe, per coerenza, astenersi dal giudicare”, beh, non abbiamo la stessa esperienza della parola “criterio”, perché mi sembra evidente che nella sua espressione questa parola viene cementificata in un blocco inamovibile. Un mio caro amico, molto più grande di me, ormai deceduto, che patì le sorti di Buchenwald, un giorno mi disse: “chi dice una bugia ai nazisti dice la verità”. Ecco, questa terribile espressione mette in gioco la nozione di criterio che abbiamo ereditato dalla metafisica e che si utilizza spesso in campo estetico indipendentemente dal contesto storico, il quale è decisivo per determinare cos’è un criterio,, e senza il quale questa parola non ha alcun senso. Un criterio senza contesto è come una farfalla senza atmosfera. Metafisica pura. Vi è criterio la dove vi è necessità di stabilire forme di classificazione, ecc. Il criterio è una modalità conoscitiva, non un a-priori come l’aria che respiriamo, dunque è suscettibile di variazioni in funzione della posta in gioco. Altrimenti scambiamo questa parola con una verità assoluta come “Dio”.
    Il problema sorge e si complica quando si associa alla parola “criterio” la parola “giudizio”. Ecco una miscela teoricamente e praticamente repressiva. Perché il giudizio, a mio avviso, non è stato altro, nella storia, che un debito della coscienza verso particolari forme di moralismo e più in là di messa in pratica di feticismo: religioso, artistico, mercantile. In un seminario Deleuze disse che il giudizio coincide con la logica del prete. E l’arte non ha bisogno di preti. Ma spesso vi sono “critici” e anche “artisti” che di fatto assolvono questa funzione. Celebrano le opere o se stessi come si celebra una messa.
    E nell’arte il giudizio ha assunto un ruolo decisivo nella misura in cui si scelgono “opere” al posto di altre, e questo sia come privati cittadini sia come spettatori. Da questo punto di vista sarebbe interessante interrogare Kant, poiché è stato davvero uno straordinario interprete della nozione di giudizio, soprattutto quanto ha affermato che il bello è piacere senza concetto, convalidando antelitteram , e forzando un po il suo pensiero, anche quello che oggi ci sovrasta come Kitsch o banale: dal momento che da tempo vi è un pubblico che è stato educato a meravigliarsi davanti a un cagnolino di Koons, ecc. Arte senza concetto.
    Ma Kant – è bene specificarlo – fu anche un teorico del sublime… e qui le cose si complicano. Anzi: si fanno più interessanti. Perché per il sublime l’idea di giudizio potrebbe pure non esistere. Un’altra storia. Più intrigante.
    Per finire: il mio editoriale chiude con alcune cose che non sono minimamente state prese in considerazione e che invece credo siano decisive. Oggi abbiamo una proliferazione di artisti autoreferenziali – attenzione dico una proliferazione “non tutti” – , le cui opere parlano spesso e solo dell’individuo, non di un fatto collettivo. La memoria collettiva sembra essere un referente perduto, colonizzato da narcisismo isterico di una certa immagine dell’artista che non sa rinunciare a se stesso per mettersi a disposizione di un contesto più ampio. Kentdrige o Bill Viola, giusto per fare due nomi, vanno nella direzione opposta. Ma non sono soli. Si tratta di una minoranza. Per il resto un fracasso di “artisti” che non vedono l’ora del successo. Fra dimensione pubblica e dimensione privata si è verificato un divario, che segna fatalmente il modo di percepire l’arte oggi.

    • Grazie, inanzi tutto, per il lungo intervento, l’ho letto con interesse e tornerò a farlo. Mi permetto solo, “a caldo”, alcune osservazioni
      – capisco la necessita’ di rispettare il limite di “battute” imposto dall’editore ma credo che, senza il lungo intervento successivo, difficilmente l’articolo potesse esser interpretato e compreso nel senso che, appunto, solo col secondo intervento, si riesce se non a “capire appieno” almeno ad intravedere (sia chiaro, non sono ne’ un “critico d’arte” ne’ un teorico del linguaggio, pero’….)
      – anche se al verbo “valutare” sostituiamo il verbo “esistere”, mi pare che rimanga comunque inevasa, la mia prima domanda ““E’ mai esistito un tempo specifico, in cui fosse dato un “criterio oggettivo universalmente valido per valutare l’arte [inteso come “affermare l’esistenza di arte”] di [quell’] oggi?”
      – il mio ““per vederla, [l’arte non ufficiale] bisogna anche un po’ abbandonare i soliti circuiti e percorsi, le solite frequentazioni” non aveva affatto come soggetto sottinteso “l’arte non ufficiale” bensi’ l’arte “fresca, nuova ,non imitativa, non di maniera, non ripetitiva ecc.” … che sia “ufficiale” o meno poco importa, detto questo,
      – il mio invito di andarla a cercare nei luoghi non “soliti” non era rivolto (in particolare) a Faletra ma era un invito generico, conseguente alla mia affermazione “io ne vedo tanta in giro”. Pur non essendone un assiduo lettore conosco Cyberzone come conosco, abbastanza il suo lavoro, detto ancor questo, per altro,
      – non e’ che l’essere da dieci anni l’artefice di Cyberzone e l’occuparsi di arte “non ufficiale” (termine questo che forse necessiterebbe di un po’ di “disambiguazione”) dia automaticamente garanzia di “vedere il nuovo il fresco il non imitativo e non di maniera” e non finisca invece per creare altri, diversi, “circuiti’, percorsi, frequentazioni” sia pur nel mondo dell’arte “non ufficiale” (qualunque essa sia) credo che non si possa non riconoscere che anche questa seconda e’ una possibilità plausibile…
      Come ho detto all’inizio rileggerò con calma l’intervento e cercherò di comprenderlo e “digerirlo” con calma e forse avrò poi altre domande da porre, ancora, sinceramente, grazie!

  • Dopo aver letto con piacere il lungo e generoso commento di Marcello Faletra, che chiarisce alcuni spunti del suo editoriale, vorrei precisare il senso di alcune mie affermazioni.
    Il Faletra mi dipinge come moralista, prete e conservatore: un ritratto che credo poco mi si addica. Sono pienamente d’accordo sulla soggettività dei criteri di gusto e nei miei precedenti commenti ho chiaramente ribadito che “Il valore di un’opera d’arte non è universale e non può essere definito in maniera oggettiva”. Ho solo tentato di stabilire un legame tra la definizione di un criterio di valutazione e i concetti di scopo e di finalità. Un criterio non dovrebbe certo essere un blocco di cemento inamovibile, ma nemmeno sfuggire a ogni principio normativo, altrimenti svanirebbe ogni sua utilità. Non vedo un modo migliore del puntuale riferimento agli scopi e alle finalità per connettere il criterio al contesto in cui viene elaborato. Proprio la chiarezza nell’esplicitazione del fine che giustifica l’esistenza del criterio lo rende una modalità conoscitiva. Senza un terreno comune fatto di codici condivisi e regolamentati la conoscenza sarebbe impossibile. Venendo poi all’utilità della pratica del giudizio, che non ha nulla di repressivo a mio parere, non vedo come una società potrebbe ispirarsi a principi di meritocrazia rinunciando a ogni valutazione. La vita è fatta di scelte e ogni scelta si basa su un giudizio: non si tratta solo di decidere se un’opera d’arte incontri il nostro gusto, ma anche di stabilire per chi andare a votare, ad esempio. Non vedo perché la ricerca di un criterio, per quanto soggettivo, di valutazione debba essere bollata come operazione metafisica. L’editoriale di Faletra si chiude in fondo con un severo GIUDIZIO sull’opera di artisti autoreferenziali, individualisti, che non sanno rinunciare a se stessi per mettersi a disposizione della collettività. Egli individua poi nel suo commento uno SCOPO prioritario: colmare il divario fra dimensione pubblica e dimensione privata. Infine VALUTA positivamente l’opera di un paio di artisti perché non ossessionati dalla ricerca di autoaffermazione, quindi in relazione alla finalità del recupero della memoria collettiva.
    Un contesto sociale privo di criteri, norme e regole condivise mi sembra maggiormente esposto a quelle derive autoritarie e antidemocratiche che Faletra giustamente stigmatizza. Va bene il relativismo, ma cerchiamo almeno di recuperare una piccola dose di “Realismo Negativo”, per citare ancora Eco. Mettendo da parte per un attimo l’elaborazione teorica, nella pratica quotidiana sussiste la necessità del giudizio in molti settori. Come insegnante, sono tenuto a esplicitare i criteri con cui assegno i voti ai miei alunni e ad attenermi a precise griglie di valutazione. Senza voler neutralizzare l’alterità dell’arte e limitandomi a una visione puramente pragmatica, mi chiedo: non dovrebbe accadere qualcosa di simile quando si selezionano artisti? Quanti autorevoli operatori, critici e curatori si attengono a procedure altrettanto trasparenti? Per rendere l’idea del grado di approssimazione con cui si valuta il lavoro degli artisti contemporanei, soprattutto degli emergenti, in Italia, porto come esempio due dei concorsi a premio più noti, puntualizzando che non intendo mettere in dubbio la serietà, la professionalità e la buona fede degli organizzatori, ma solo riflettere su questioni metodologiche. Cito dal bando del Premio Combat, in cui gli unici riferimenti ai criteri di selezione sono i seguenti: “Criteri fondamentali di selezione saranno la qualità, la ricerca, l’originalità e contemporaneità dell’opera” (Sezione pittura); “Criteri fondamentali di selezione saranno la qualità, la progettualità, la ricerca, l’originalità e contemporaneità dell’opera” (Sezione grafica); “Criteri fondamentali di selezione saranno la qualità formale e l’originalità concettuale, senza limiti di soggetto” (Sezione fotografia). Nel bando del Premio Celeste invece si specifica che “La qualità, la ricerca, l’innovazione e la contemporaneità saranno i criteri fondamentali della selezione delle opere finaliste”. Si illustrano poi le modalità di selezione e di voto, senza ulteriori riferimenti a criteri di valutazione. Forse qualcuno dei partecipanti gradirebbe un piccolo sforzo in più per comprendere su che base è fondato il giudizio delle autorevoli giurie.

  • VITTORIO DEL PIANO

    Il seguente giudizio di Marcello lo condivido; “Un’opera può essere buona per un museo ma non per la vendita. Può andar bene per una casa privata ma non per uno spazio pubblico ecc. Eppure, spesso la confusione è dietro l’angolo. Non è raro vedere opere esposte in spazi pubblici (“ambientate”) che forse dovrebbero stare altrove o non esistere affatto.
    Quanta dose di individualismo (e affarismo) deve sopportare lo spazio pubblico quando è invaso da “opere” che non hanno alcuna ragione per stare dove sono? Questa sfasatura tra ambiente e opera genera una forma di dogmatismo insito nello sfrenato pragmatismo che segna l’arte d’oggi.”, e desidero aggiungere un esempio “concreto” di uso e abuso dello “spazio” pubblico da parte di alcuni (vedi) lo “spazio violentato” dell’opera dell’artista “C. N.”: PIAZZA FONTANA nella Città di Taranto (realizzata nel “Centro antico” ), rovinando il paesaggio “urbano” con “moduli” d’acciaio sproporzionati e invadenti…e con un forzato cattivo gusto complessivo. Recentemente il critico prof. Gillo Dorfles è rimasto incredulo dinanzi
    all’opera concordando con il giudizio del sottoscritto, inoltre, l’ha definita anche “una ‘cosa’ grande bruttura…”.-

    [email protected] – (25/04/2012-Vittorio Del Piano di Taranto)

  • Complimenti per le rispostee le aggiunte all’articolo scritto da Faletra. Se non ci fossero state delle aggiunte così determinanti, l’articolo saerebbe stato troppo semplicistico e facile. Naturalmente non frainttendete gli agettivi utilizzati. Quello che mi sento di aggiungere da modesto insegnante di Storia dell’Arte, è che bisognerebbe, tra una definizione e l’altra (di ‘giudizio’ e di ‘criterio’), trovare il discrimine e le differenze tra un’opera e l’altra, e non solo da un artista e un’altro artista. Con questo voglio dire che non tutte le opere fatte da Kentridge o Viola, rispondono a quel criterio guida che qui si rimette alla ‘memoria collettiva’, e che, in seconda istanza, in una situazione di globalizzazione della cultura, spesso si tendono a comprimere, se non addirittura a far sparire i valori di una cultura locale e particolare, che senza soluzione di continuità sono spesso anche collettivi. Quindi torna di nuovo la difficoltà di giudizio e definizione di criterio di cui sopra. Non ultimo condivido il fatto che spesso coloro che sono chiamati a giudicare e selezionare dei lavori e degli artisti per una mostra, non si prodighino in un ‘criterio’, sia pur discutibile, assolutamente trasparente e dichiarato. Nessuno ci chiede di essere assoluti e collettivi, ma è importante essere trasparenti e parziali (assolutamente). MAtteo

  • Angelov

    Vorrei, se mi permettete aggiungere qualcosa al mio breve commento precedente.
    L’argomento è così vasto, che richiederebbe una invocazione tipo:” O Musa ispirami e guidami …etc”
    Accennavo al fatto che in ambito scientifico, si era giunti alla conclusione che una interazione anche minima, tra soggetto osservante ed oggetto osservato, falsava l’esperimento. Ma tutti sappiamo che l’ambito della Scienza e quello dell’Arte sono agli antipodi: due mondi separati da sempre, a parte delle sporadiche eccezioni, che comunque confermano la regola.
    Quindi nell’Arte succede il contrario di quanto enunciato: è proprio dalla interazione tra l’osservatore esterno e l’artista e il suo lavoro, che si alimenta poi tutto l’ambaradam di quello che ruota intorno alla cultura contemporanea.
    Ed è quindi ovvio che tutto questo sia difficile, se non impossibile da definire e, per la natura stessa della velocità e delle trasformazioni con cui s’esprime, darà sempre l’impressione di qualcosa che sfugge alla comprensione.
    L’artista trarrà ispirazione e stimoli dal suo critico per il suo lavoro, che dovrà comunque avere un espressione visibile; l’intellettuale d’altra parte trarrà dal lavoro dell’artista stimoli per poter “rilanciare” a sua volta, evitando che questo Circolo Virtuoso, possa scadere in un Circolo Vizioso: saranno altri fattori a subentrare, d’ordine etico sopratutto, a rimediare a questo pericolo.