Pubblico e privato. La sfida tedesca

All’estero fanno diversamente. Già, ma come fanno? Ce lo siamo chiesti anche noi, interrogandoci sulla relazione tra pubblico e privato in ambito culturale, in una delle economie più stabili del momento, quella tedesca. E ne abbiamo parlato, in occasione della sua visita in Italia, con Stephan Frucht, musicista e direttore della Commissione Cultura dell’Associazione Federale delle Industrie Tedesche.

Stephan Frucht

Poche settimane fa la Germania è stata attraversata da un vero e proprio “scandalo culturale”, dovuto alla pubblicazione di Der Kulturinfarkt, di cui Artribune ha parlato lungamente. Perché, a suo parere, questo libro è stato così discusso e quali sono state le sue riflessioni in proposito?
Penso che la proposta che il libro fa, ovvero di tagliare metà dei finanziamenti pubblici alle istituzioni culturali, non sia molto appropriata, dal momento che è non è basata su una esatta analisi (qualitativa e quantitativa) della situazione. Inoltre credo si tratti soltanto di una delle ragioni per cui il libro è risultato così controverso. Ad esempio, il testo critica severamente le istituzioni culturali pubbliche che ricevono finanziamenti, chiedendo loro un approccio molto più imprenditoriale, mentre queste tendono a vedere se stesse molto più come soggetti creativi o art manager.

La sua posizione qual è?
Personalmente, non credo che sia così importante discutere del futuro dei finanziamenti pubblici alle arti, dal momento che la spesa pubblica in tutte le aree verrà criticamente valutata molto presto, e al momento circa il 90% delle arti sono finanziate dal pubblico. Tutti i soggetti coinvolti – artisti, istituzioni culturali, governo federale, regioni, comunità, fondazioni, onlus, cittadini e affari – devono discutere circa le forme future di sostegno culturale. Se consideriamo il sistema del welfare tedesco, federale e sociale, le aliquote fiscali alle quali sono soggette le imprese private (e con le quali già sostengono indirettamente la ricca offerta culturale del Paese) sono relativamente alte. Ciò fa sì che non si possa prescindere dal sistema dei finanziamenti pubblici come grande pilastro del mondo culturale, sebbene la spesa pubblica in arte ammonti solo all’1% del totale delle famiglie tedesche, comunque.

La cover di Der Kulturinfarkt

Quali sono oggi le reali condizioni delle politiche culturali in Germania? Crede che siano aggiornate o che ci sia realmente un regime di spreco in corso?
Ci sono sempre cose che andrebbero riformate. Tutto sommato, ci possiamo ritenere fortunati con il nostro sistema. Specialmente la forza culturale delle nostre regioni e comunità costituisce un vantaggio. La classe politica dovrebbe apprezzarlo.

Lei è un consulente e nello stesso tempo un musicista. Nella sua opinione, cosa dovrebbe aspettarsi un artista dalle istituzioni e dai privati?
Essere un artista significa non aspettarsi nulla, tranne il rispetto. Arnold Schönberg ci disse: “Kunst (i.e. arte) proviene da ‘können’ [i.e. can, potere in italiano, N.d.R.], ma ‘arte’ proviene da ‘müssen’ (i.e. must, dovere)!”. Gli artisti devono fare il loro lavoro, indipendentemente dalle circostanze. Ma gli artisti devono, inoltre, essere messi nelle condizioni di lavorare sulla propria ricerca liberamente. Questo è ciò che la politica, le istituzioni e i privati devono garantire. L’arte deve essere indipendente. La questione dei finanziamenti non deve definire la qualità dell’arte.

Stephan Frucht alla direzione di orchestra

In questa cornice, dunque, quale dev’essere il ruolo dei privati? Come le imprese e le istituzioni possono lavorare insieme?
Come le dicevo prima, in Germania il 90 % delle arti sono in questo momento finanziate dal pubblico. Questo ha a che vedere con una lunga tradizione – parte integrante del nostro welfare – basata sull’idea che l’arte ha una sostanziale importanza sullo sviluppo civile della società e che deve essere pertanto sostenuta da tutti, nella forma del governo prescelto. Di conseguenza, le tasse in Germania sono abbastanza alte proprio per permettere allo Stato di assolvere i suoi doveri. Le corporation sono inoltre molto tassate, quindi indirettamente già sostengono l’arte con le loro tasse. A causa della nostra tradizione e delle tasse, così consistenti, il pubblico tedesco e le aziende private credono che il sostegno pubblico debba rimanere il pilastro del finanziamento alle arti e che il finanziamento corporate debba consentire al massimo progetti selezionati per soprammercato.

E col sopravvenire dei tagli?
Nel momento in cui, in futuro, i finanziamenti pubblici saranno tagliati, sarà molto importante che pubblico e privato realizzino una sana azione complementare, per il bene della scena dell’arte. Inoltre, le aziende e le istituzioni pubbliche dovrebbero lavorare molto di più insieme, per esempio avvalendosi delle competenze specifiche dell’uno e dell’altro, piuttosto che parlare esclusivamente di “aiuti finanziari”. Questo per esempio già avviene nelle imprese che sostengono iniziative di volontariato sociale o che stanno iniziando nuovi progetti culturali nelle loro regioni, insieme a istituzioni culturali.

Museo Zwinger - Dresda

Lei è stato recentemente in Italia, su invito di Elisa Bortoluzzi Dubach, che ha ospitato una sua conferenza nell’ambito del suo corso all’Università IULM di Milano. Si è fatto un’opinione della scena culturale italiana?
La scena artistica tedesca deve molto alla cultura italiana, che l’ha influenzata a fondo. Personalmente, per me è sempre un grande piacere ritornare con il pensiero a queste origini culturali in Italia e allo stesso tempo assaporare l’Italia di oggi con il suo personale imprinting culturale. Sono consapevole però del fatto che anche in Italia il finanziamento pubblico ha subito dei tagli e che anche importanti siti del patrimonio nazionale come il Colosseo sono conservati con l’aiuto delle imprese. A mio parere, la classe politica in Italia non si deve dimenticare che il vostro Paese è una delle nazioni culturali più importante del mondo. E questo richiede anche i soldi dallo Stato.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • Purtroppo in Italia manca ancora il concetto di ‘rete’.
    Rete fra pubblico e privato, ma anche rete fra privato e privato.
    Il mondo della cultura italiana deve capire una volta e per tutte che se non ci si mette insieme a lavorare in un’unica direzione, si rischia il ‘fallimento’.
    Solo mettendo insieme forze e idee si riuscirà a creare un sistema culturale così forte da non dover più essere così dipendente da ‘mamma-stato’ ma in grado di camminare e sostenersi con le proprie gambe.
    Ci sono molte aziende disposte a collaborare e a sponsorizzare la cultura.
    Ma purtroppo l’incapacità di chi gestisce la cultura di rapportarsi con il mondo dell’impresa regna ancora sovrana.
    Questo anche perché la ‘meritocrazia’ non è di casa in questo paese. E le istituzioni come i grandi eventi continuano ad essere gestiti dagli ‘amici di’ invece che da manager e professionisti.
    E’ urgente un cambio di tendenza…

  • Francesco

    “In Italia, la borghesia si illumina quando è qualcun altro a pagare la bolletta.” (Valentino Parlato)