Acacia, mecenatismo collettivo

Inaugura domani 11 aprile a Milano, a Palazzo Reale, una mostra che parla di una grande collezione tutta italiana, quella di Acacia – Associazione Amici Arte Contemporanea. Ne abbiamo parlato con la presidente Gemma Testa che, insieme a Giorgio Verzotti, cura l’evento. Senza lasciarci scappare l’occasione di scambiare con lei due battute su Milano e sul sistema dell’arte.

Gemma De Angelis Testa

Partiamo innanzitutto dalla scelta curatoriale di questa mostra: perché è caduta esclusivamente su artisti italiani?
Esprime la mission di Acacia: promuovere, sostenere e alimentare la giovane arte contemporanea italiana. Quando nove anni fa nacque l’associazione, in Italia si avvertiva una grave carenza di istituzioni che supportassero l’arte contemporanea. Acacia ha sin da subito scelto di sostenere, non solo economicamente, i giovani artisti e di promuoverne il talento. A questo proposito mi viene in mente la mostra Invito, che apre le porte delle case dei collezionisti per ospitare personali di giovani artisti da me curate.

Di che si tratta?
Di una scommessa reciproca: il collezionista svela il microcosmo segreto del suo nido, mentre l’artista interagisce con un ambiente già connotato da una precisa identità e che già ospita delle opere. Una scommessa che, sin dalla prima edizione, nel maggio del 2003, siamo sempre riusciti a vincere con successo grazie alla capacità e all’approccio propositivo di artisti e collezionisti.  Poi tutti sappiamo quanto sia importante tenersi aggiornati sugli ultimi sviluppi dell’arte internazionale e viaggiare il più possibile. Per questo la nostra associazione ha istituito il premio Acacia ti fa volare, che ha dato la possibilità a giovani artisti italiani di confrontarsi con vivaci realtà internazionali.

Roberto Cuoghi – Senza titolo – 2009 – coll. ACACIA

Le opere in mostra raccontano in un certo qual modo la storia di Acacia…
Nasciamo nel 2003 per mia volontà, con obiettivi ben precisi: dialogare con le istituzioni affinché venga realizzato il Museo d’arte contemporanea cui avremmo donato la nostra collezione. Insieme all’associazione nasce il premio, che inizialmente ammonta a 15mila euro (oggi 20mila), con l’idea di sostenere i giovani artisti italiani, sia con un riconoscimento economico, sia attraverso il prestigio che ne deriva.

E poi che è successo?
Negli anni Acacia è riuscita a integrarsi all’interno di un anello mancante nel sistema dell’arte contemporanea, quello di congiunzione tra pubblico e privato, rappresentato dai collezionisti. Mi piace definirlo una forma di “mecenatismo collettivo”, che negli anni ci ha portato a realizzare diversi progetti dialogando con le istituzioni cittadine, tra cui il fortunatissimo ciclo di conferenze Che cos’è l’arte contemporanea, tenute al Pac da Germano Celant, Angela Vettese, Carolyn Christov-Bakargiev e Massimiliano Gioni, la mostra di libri d’artista della Collezione Consolandi a Palazzo Reale e, ancora al Pac, la mostra Armando Testa il design delle idee.

Paola Pivi – One cup of cappuccino – 2007 – coll. ACACIA

Inizialmente la sua passione era l’arte moderna. Come si è avvicinata al contemporaneo?
Il mio occhio ha iniziato ad allenarsi all’arte contemporanea negli Anni Settanta, quando la fatalità mi ha fatto incontrare Armando Testa al Festival della Pubblicità di Venezia: è stato amore a prima vista, insieme abbiamo visitato la Biennale, sposandoci dopo alcuni anni e non lasciandoci più fino alla sua scomparsa. È stato per me un maestro singolare, aprendomi a questo nuovo mondo che abbiamo condiviso viaggiando e visitando tante mostre: grazie a lui ho imparato a osservare le opere. Se non tiravo fuori il meglio (ed era bene che lo facessi per non deluderlo), lui interveniva con considerazioni sempre puntuali e pertinenti. Con lui ho avuto la possibilità di fare molta pratica dell’arte del passato e questo oggi mi permette di capire quando gli artisti odierni si confrontano consapevolmente con la storia dell’arte e quando ingannano, copiando spudoratamente.

Come è nata la voglia di collezionare?
Per me collezionare è una missione. A tre anni avevo una certa dimestichezza con i libri d’arte che c’erano in casa, edizioni anche preziose che la mia famiglia mi lasciava sfogliare e che mi affascinavano molto incutendomi, nello stesso tempo, grande rispetto. Ancora oggi conservo con amore questi volumi, seppure un po’ provati, e talvolta mi ritrovo a sfogliarli. Da adulta ho continuato a coltivare questa passione studiando e visitando mostre in tutto il mondo senza però sentire la necessità di acquistare opere, pur avendo rapporti diretti con artisti e curatori internazionali, che non di rado si sono tramutati in amicizia. Solo negli Anni Ottanta, tra l’altro contro la volontà di mio marito, è avvenuto il mio primo acquisto di un’opera dedicata a un mitico eroe ellenico che avevo amato da adolescente: Vengeance of Achille del 1962 di Cy Twombly.

Grazia Toderi – Semper Eadem – 2004 – coll. ACACIA

Un primo passo verso la collezione. Ma quando ha iniziato in maniera più sistematica?
Dieci anni dopo, nel 1993. Ho cominciato secondo un progetto ben preciso: mi sono avvicinata maggiormente al Castello di Rivoli e, dopo aver constatato che era sprovvisto di una collezione permanente, mi sono adoperata per colmarne la lacuna, acquistando personalmente un nucleo di opere da dare in comodato. La mia collezione nasce come un gesto sociale e culturale a favore del pubblico, ma anche un atto di orgoglio nei confronti dei musei stranieri che, contrariamente ai nostri, straripano di opere. Collezionare è stata negli anni un’avventura intellettuale molto eccitante, che continuo a portare avanti con passione e curiosità, un impegno a tempo pieno con prestiti a mostre e musei di tutto il mondo, oltre alla ricerca di nuovi acquisti. Ora che vivo a Milano e che mi sento profondamente legata a questa città, spero di poter ripetere l’esperienza di Rivoli, dialogando con il futuro museo di arte contemporanea di Milano.

Qual è stato il primo artista emergente che ha inserito nella sua collezione?
Nel 1996 Grazia Toderi è stata la prima artista emergente a entrare a far parte della mia collezione con l’opera Prove per la Luna, una videoproiezione unica, seguita poi da una scultura di Gabriel Orozco e dal primo video di Francesco Vezzoli: An Embroidered Trilogy.

Francesco Vezzoli – Francesco & Francesco Happily ever after – coll. ACACIA

Qual è l’opera della sua collezione a cui è più legata?
Quella di Cy Twombly a cui accennavo prima. Amo Twombly in maniera incondizionata, un amore che è cresciuto negli anni, a differenza del numero delle sue opere nella mia collezione.

Il mondo, e inevitabilmente il mondo dell’arte, sta affrontando notevoli trasformazioni. Cosa manca oggi in Italia in termini di promozione culturale?
Credo che l’Italia abbia bisogno di “fare sistema” attorno al suo immenso patrimonio culturale. Le tante punte di diamante che abbiamo nell’arte, nella moda, nel design, nel cinema non possono essere abbandonate come cattedrali nel deserto, ma devono essere supportate valorizzate dalle istituzioni.

Se parliamo di giovani artisti italiani, pensa che il sostegno istituzionale che ricevono sia sufficiente?
I giovani artisti italiani sono fortunati perché vivono in museo a cielo aperto, ovunque guardano incontrano grandi opere… senza pagare il biglietto d’ingresso! Ma questo non basta, c’è bisogno di fare di più per sostenere le università e le accademie: il ruolo degli insegnanti deve essere valorizzato, sia economicamente che moralmente. Solo così potranno ritrovare l’energia e la propositività per formare una nuova generazione di grandi artisti italiani, come Mario Airò, Vanessa Beecroft, Gianni Caravaggio, Roberto Cuoghi, Lara Favaretto, Paola Pivi…, che sono usciti dall’Accademia di Brera. Oggi gli artisti italiani che vogliono aggiornarsi sono costretti a partire per Londra o New York. Un altro punto sul quale si potrebbe agire è l’assenza di spazi liberi, o a poco costo, per gli emergenti: dovremmo prendere come esempio quanto avviene a Berlino, città generosa nell’offrire luoghi ai giovani creativi, che contraccambiano con la vivacità e il fermento delle loro ricerche.

Come giudica il collezionismo privato a Milano oggi?
Esistono centinaia di collezionisti con le loro appassionate storie e sono in aumento, ma c’è molta strada da percorrere, poiché c’è ancora tanto individualismo. I grandi progetti artistici richiedono ingenti somme di denaro e attualmente la categoria dei mecenati è rappresentata dagli stilisti, dalle fondazioni, dalle banche: oggi come ieri infatti il mecenatismo è anche un segno di visibilità, di ricchezza e di potenza per alcuni. Sono fermamente convinta che bisognerebbe cooperare.

Museo del Presente: qual è lo stadio attuale del progetto e le vostre previsioni?
Seguiamo con attenzione e curiosità l’evolversi della situazione, aspettando un annuncio che non potrà che arrivare dalle istituzioni. La collezione Acacia del resto nasce come un atto di fiducia, un’utopia. Nel 2003, quando ancora il Museo del Presente era solo un lontano miraggio, Acacia ha iniziato a raccogliere le opere che meglio rappresentavano la vivacità dei giovani artisti italiani, col preciso intento di donarle a un museo… che ancora non esisteva, e di cui ancora oggi aspettiamo la realizzazione. L’attesa comunque non ci scoraggia.

Vanessa Beecroft – VB48 – 2001

PAC: pensa che questa struttura continui a svolgere la funzione per la quale era stata creata?
Credo che il PAC svolga un ruolo meraviglioso nella divulgazione dell’arte contemporanea internazionale a Milano. In una metropoli sempre più accesa da culture differenti, diventa imprescindibile una programmazione di mostre internazionali. Affinché Milano possa godere della giusta credibilità, trovo auspicabile introdurre un direttore artistico di fama internazionale che prenda contatti con i musei di tutto il mondo, instaurando un dialogo ancora più serrato.

Museo del Novecento: il museo che mancava?
Sicuramente è un museo di cui la città aveva bisogno. Mancava, proprio a Milano, una casa per i futuristi. Mi auguro che col tempo le raccolte possano arricchirsi e che si possano vedere sempre con maggior frequenza anche le opere dei depositi, grazie a un adeguato sistema di mostre e rotazioni.

Com’è possibile che un’istituzione come la Fondazione Pomodoro sia giunta alla chiusura? Quali circostanze potrebbero portare a rilanciare lo spazio?
Io credo che il polo museale debba essere situato in centro. I milanesi sono pigri, come del resto lo sono un po’ tutti gli italiani. Quando viaggiamo all’estero siamo infaticabili ma, nelle nostre città, ci muoviamo molto meno. C’è poi un altro aspetto: le fondazioni private svolgono un ruolo importante  per la nostra città, donando mostre memorabili, spesso frutto di progetti economicamente impegnativi. Ritengo comunque indispensabile che fondazioni e associazioni private abbiamo la capacità di sostenersi autonomamente con le proprie forze. È il privato che deve essere una risorsa per il pubblico.

Rosa Barba – Theory in order – 2011 – coll. ACACIA

Quali prospettive per Milano nei prossimi anni?
Milano deve puntare a essere la capitale dell’arte contemporanea italiana in tutte le sue manifestazioni. Penso alla moda, al design, alla pubblicità, all’architettura e al ruolo svolto in questi ambiti da importanti istituzioni, come la Triennale e il Museo del Design e al richiamo internazionale di eventi come il Salone del Mobile. Negli ultimi anni c’è stata inoltre una crescente attenzione per la fotografia. La città che guarda all’Expo del 2015 deve diventare la polis della contemporaneità italiana più vivace; deve sostenere, alimentare e promuovere con una vocazione internazionale tutte le manifestazioni dello scenario culturale dell’Italia di oggi.

Cosa sogna per la sua città?
Se dovessi scegliere un progetto in particolare, tra i molti che negli anni abbiamo presentato alle istituzioni, mi sento molto legata a quello della Cerchia delle fontane, che risale al 2006. Il mio sogno è quello di far rivivere l’antico fascino dei Navigli, che in passato sedusse molti celebri ospiti della città, da Leonardo a Stendhal. Penso a un itinerario di “fontane d’artista”  che si snodi in prossimità dell’antico percorso del Naviglio, una successione di installazioni multidisciplinari che si aprono a contaminazioni musicali, evocando anche lo storico legame che unisce la nostra città alla musica. Questi interventi sul territorio urbano diventerebbero “la mano lunga” del futuro museo pubblico d’arte contemporanea, una forma di nomadismo dell’arte che esce dal museo per andare incontro al cittadino.

Martina Gambillara e Santa Nastro

Milano // fino al 24 giugno 2012
Gli artisti italiani della Collezione ACACIA
a cura di Gemma De Angelis Testa e Giorgio Verzotti
PALAZZO REALE
Piazza Duomo 12
www.acaciaweb.it

  • morimura

    com’era carina la Gemma al liceo….

  • yasumasa

    la Gemma ha tutto il sacrosanto diritto alla banalità che spetta ai collezionisti.
    Pensa comunque a quello che Acacia è riuscita a fare in 10 anni: la mostra dei libri di Consolandi e quella di Armando Testa.

    E il tutto in questo museo all’aria aperta che è l’Italia e dove non si paga il biglietto.

    Complimenti per la trasmissione e a tutto lo staff.

    • Augusta

      Nel 2003 al Pac furono organizzati una serie di incontri con critici: Gianelli, Verzotti, etc che parlavano, presentavano l’arte contemporanea.
      Furono molto seguiti e molto interessanti. Acacia potrebbe ripeterli con aggiornamenti, per esempio.
      Vista la mostra, visto l’ottimo uffico stampa di Irma Bianchi, credo che Acacia potrebbe avere molte possibilità.
      Mi ripeto: una serie di conferenze, dibattiti, films, documentari sugli artisti, per esempio, che non sono divulgati, magari susciterebbe un certo interesse e non credo avrebbe dei costi spropositati!
      DVD che qui non si trovano ma si possono reperir a Berlino da spruth e mergers galleria che ha aperto un paio di anni fa una sezione video molto ricca e interessante.

  • Johnny

    Fate gli spiritosi, bravi, davvero. Sputate sui collezionisti, che sono quelli che danno da mangiare a tutti voi. Complimenti vivissimi.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Compito di un collezzionista è quello di collezzionare feticci o materiali al di fuori di un’applicazione pratica nella sfera spirituale delle persone. Li colleziona non per farne strumenti di educazione e trasformazione della propria e altrui vita, bensì per mera contemplazione o scommessa finanziaria.

      Diciamo, un consumo passivo, statico dell’arte che dimora nell’élit radical-chic, al di fuori della vita reale.

      Bisogna insegnare agli artisti a fare a meno di questi collezionisti di feticci. E’ necessario che gli artisti ci mettono più impegno per trasformare i collezionisti in “artisti”…, e fare il modo che la loro creatività individuale possa diventare modello di pratica artistica diffusa e momento di condivisione estetica nella vita pratica.

      In questo senso, gli artisti, possono fare a meno di collezzionisti e praticare mestieri più remunerativi.

      • Compito dei maestri/e delle elementari è insegnare l’ortografia

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          Compito dei maestri/e delle elementari è insegnare l’orticoltura…

          • SAVINO MARSEGLIA (artista)

            A cosa serve, chiede la maestra allo scolaro?

        • Monica Zanfini

          zz! :-)

      • Augusta

        Marchette?

      • Savino Marseglia “artista”,pensaci tu a sistemarli tutti: ne hai evidentemente tutte le doti necessarie.Se ti andasse chiedi pure lumi al Luca Rossi quotidiano che certamente e volentieri ti darà una mano.

        • SAVINO MARSEGLIA

          Mi domando quale sia, nell’odierno sistema malato dell’arte contemporanea, la migliore strada da seguire per favorire la propaganda, il successo dei progetti di Luca Rossi e la partecipazione popolare.

          Personalmente sono giunto a questa conclusione: prima di tutto è necessario accendere una candela a tutti i progetti di luca rossi; poi spostare gli stessi progetti dal loro tradizionale centro di gravità “fisico-spaziale” (musei, gallerie, fiere) ad un centro silenzioso(sepolcreto).

  • Caro M. E. Giacomelli non basta!!!

    Il compito principale di un maestro è insegnare a riflettere e indicare come si può fare arte in questo palcoscenico caotico da Luna Park dove tutto e possibile e tuttavia non troviamo nessuna via d’uscita. Ne convieni che l’ortografia è l’ultima cosa a cui pensare. Piuttosto, perché non proviamo a buttare via il superfluo e incominciamo a riflettere su cosa è veramente utile a questa società di “cartoni In/animati”. Da bravi giornalisti, per un attimo, cerchiamo di non dare alcuna importanza a certe notizie inutili da quattro soldi. Poi, magari, si potrebbe davvero ricominciare.
    Cordialmente, Sandro Bongiani

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Bisogna fare un corso di ortografia veloce per comprendere il Luna Park dell’Arte…
      In alternativa, chi non sa l’ortografia può insegnare le arti ginniche…

      • Tiziano

        Nell’arte, l’ortografia resta una delle cose più importanti per cui vale la pena di vivere..

    • Notizia inutile perchè? Io l’ho trovata interessante come molte altre, certamente piú di alcune altre. Una mostra della collezione Acacia a Palazzo Reale non mi pare fosse una notizia che Artibune potesse ignorare e l’intervista con la De Angelis Testa è una buona intervista … comunque visto che tu la pensi diversamente perchè non incominci col suggerire uno o piú argomenti per te “interessanti” ?

  • Siamo diventati tutti dei presentatori alla Mike Bongiorno?

    Caro Gerini, non credo che tu abbia bisogno dei miei personali suggerimenti, non ti bastano quelli che tu reputi interessanti svolti da qualsiasi redazione che tratta l’arte contemporanea.

    P.s. “Per qualsiasi redazione”, intendo che ormai qualsiasi rivista che tratta il contemporaneo in Italia, ha assunto un atteggiamento che io considero “mordi e fuggi”, immediato, provvisorio, superficiale, vedi le recensioni che spesso si riducono a riportare il comunicato stampa e a divenire quasi dei “Necrologi” dando spazio ad un dibattito adulterato che tuttavia non porta a niente visti i risultati. La critica, la capacità di superare il provvisorio e il banale, l’ argomentare un dato problema senza cadere nel ridicolo dove sta?

    • …scusa la mia pochezza ma non ho capito il riferimento al povero Mike R.I.P. ! Comunque… tu hai detto “articolo inutile”… bene o ti chiedo perché non proponi un esempio di articolo utile, tutto qui! Non c’era e non c’e’, nessun intento canzonatorio nella mia proposta. Sono d’accordo che spesso vengano proposti (non mi riferisco in particolare ad Artribune ma n genere alla “stampa specializzata”) articoli più attenti al gossip che alla notizia e che spesso le “recensioni” siano un’eco un po’ sbiadita dei comunicati stampa. A mio vedere abbiamo due possibiita’ non necessariamente alternative: l’una smettere di leggere la “stampa specializzata” (personalmente ho ridotto drasticamente a poche “testate” la mia lettura), l’altra suggerire, appunto, dei temi e fornire degli spunti di quello che riteniamo, invece, interessante (e qualche volta qui nei commenti e’ successo fino a far diventare il “commentario” di gran lunga più interessante dell’articolo). La critica senza l’appoggio di “proposte” a me pare un po’ sterile e velleitaria… ma questa e’ solo la mia opinione.

      • SAVINO MARSEGLIA (idraulico)a)

        Allora caro Luciano, perché non parliamo della funzione del collezionismo, del torbido mercato dell’arte, della funzione di musei, gallerie, fiere, etc. Della valutazione e svalutazione delle opere d’arte, della funzione della critica d’arte, del ruolo oramai marginale se non addirittura inesistente dell’artista nella società (del resto è normale in una visione generale dell’arte completamente priva di ogni legame con la vita vissuta) essendo ormai l’opera d’arte ridotta solo a merce di consumo o, se vogliamo, a un monolite solitario che parla solo a se stesso. Qualche anno fa sviluppai una performance la cui trama narrativa è essenzialmente questa: una grande piazza piena di gente, nel mezzo della piazza una grande cartello con sopra scritto “ARTE CONTEMPORANEA”, la gente che passa lì davanti assolutamente noncurante, continua a parlare dei propri problemi, non riesce neanche a vederlo, eppure è lì davanti agli occhi di tutti. Ad un certo punto la gente via via se ne va, sparisce come se non fosse stata mai lì davanti.

        Ad un certo punto la piazza diventa metafisica, la scritta rimane lì, passa il tempo e la scritta svanisce: questa è la metafora dell’arte contemporanea, incapace di parlare al mondo, di interpretare la vita, indifferente a tutto se non a se stessa, l’indifferenza che è ripagata con l’indifferenza…

        Su questo dovremmo riflettere non sul gossip, ma su dove sta andando l’arte in generale, quella che non conosce etichette. Il problema è serio perché tutto questo non è iniziato ora, ma ai primi del novecento e continua, continua e oramai non c’è quasi più nessuno a farsi spettatore di questa agonia, che sta diventando solitaria.

        • Caro Savino, incomincio a rispondere a questo tuo primo post:
          “della funzione del collezionismo” … mi pare che questo articolo trattasse appunto di un collezionista e del suo ruolo.
          “della funzione di musei, gallerie, fiere, etc” ; mi pare che qui su Artribune se ne parli molto (a me, a volte, pare sin troppo)
          “del torbido mercato dell’arte” … non vedo perché “torbido”, comunque , e’ un mercato, segue le regole generali ed ha i difetti di qualsiasi mercato ed e’ sempre esistito
          “Della valutazione e svalutazione delle opere d’arte” anche di questo m pare che si parli molto, forse, troppo, ma forse questa mia dea dipende dal fatto che sono due argomenti che mi lasciano indifferente.
          “della funzione della critica d’arte,” questo sarebbe indubbiamente un argomento da approfondire. Anzi credo che sarebbe molto interessante dare più voce “ai critici” e far loro raccontare come svolgono il loro “lavoro” e quali siano i principi ed i concetti che lo informano.
          “del ruolo oramai marginale se non addirittura inesistente dell’artista nella società (del resto è normale in una visione generale dell’arte completamente priva di ogni legame con la vita vissuta) essendo ormai l’opera d’arte ridotta solo a merce di consumo o, se vogliamo, a un monolite solitario che parla solo a se stesso”
          Ecco su questo punto io non sono d’accordo con te. Io non sono cosi’ pessimista. Credo che l’artista ed il suo operare abbiano il medesimo ruolo e la medesima “incisività” sul loro contemporaneo che avevano cinquant’anni fa, o cent’anni fa o centocinquant’anni fa … il che’ vuol dire che hanno un ruolo ed una incisività in un ambito limitato e che solo con il trascorrere del tempo, con lo “storicizzarsi” di quanto sopraavvivera’ dell’arte di oggi

          • quel ruolo e quell’incidenza sulla società si farà sentire (come e’ accaduto nel passato)
            Una piccola nota sulla tua “performance” … se tu avessi scritto su quel cartello “Il jackpot del SuperEnalotto ha superato 100.000.000.= di Euro” avresti ottenuta la stessa manifestazione di sovrana indifferenza (quel che sta’ scritto su un cartello in una piazza pubblica ha scarsissima possibilità di attirare l’attenzione dei passanti) Sono invece convinto che se tu in quella piazza ti fossi messo a disegnare per terra come un “madonnaro” in breve saresti stato circondato da un bel capannello di persone interessate e probabilmente molti ti avrebbero fatto domande, rispondendo alle quali, avresti potuto dir loro qualche cosa sull’ “arte contemporanea”

        • dikipop(disoccupato)

          a riguardo della tua osservazione, sul mondo dell’arte contemporanea, convengo con te, sul fatto che una insensibilità accresciuta da parte del pubblico , probabile fruitore dell’arte di oggi, sia una delle cause dell’incomunicabilità di questa, che chiamiamo ARTE CONTEMPORANEA … ma da cosa è dovuto tutto ciò ? questa è la domanda che dovremmo porci; se poi, è una risposta quella che stiamo cercando, oppure la cosa non ci interessa affatto… io una mia idea me la sono fatta nel tempo, ma non mi pare questo il posto per discuterne, in fondo convengo con te che ci troviamo ai fianchi di un capezzale di un “essere” agonizzante, clinicamente morto, ma (come nel caso del capitalismo), nessuno per adesso ha il coraggio (interesse) di staccare la spina, aspettiamo che esca il feretro…ma queste sono solo piccole idee di un disoccupato che condivide quelle di un idraulico.

  • Angelov

    Trovo che in questi Dibattiti Telematici, la cosa che li rende così stimolanti, è la Trasgressione. Chi scrive, protetto diciamo da una sottile maschera di anonimato, può eludere quelle che sono le aspettative che si richiederebbero dal ruolo che normalmente ricopre nella Realtà.
    Intendo che, se sei un Artista, la cosa che meno ti deve interessare e da cui devi veramente stare lontano, è tutto quello che ruota e si riferisce ai meccanismi che stabiliscono il Prezzo di Mercato di un’Opera d’Arte. Non ti deve riguardare. Dovresti avere accanto qualcuno che, facendo da intermediario e promuovendo il tuo lavoro, in realtà non fa che proteggerti.
    Se sei un Critico, dovrai essere in grado, attraverso le tue conoscenze, di attribuire, a quelle determinate Opere di quell’Artista, ed in base alla tua Cultura, ma anche al tuo gusto, una valutazione che non è che un’indicazione per chi dovrà diciamo, maneggiare le opere e portarle fuori dagli studi.
    Se sei un Collezionista……….
    Se sei un Gallerista……..
    Se sei un Curatore………..
    E via di seguito.
    Ma in questi Dibattiti ognuno, a me sembra voglia intervenire in qualche modo invadendo le competenze altrui, di cui lui stesso non ha conoscenza.
    Ed è per questo che, come dicevo sopra, sono così interessanti.

    • SAVINO MARSEGLIA (benzinaio))

      LA BENZINA PER DISTRUGGERE NON L’ARTE MA L’ANTI ARTE

      A questo punto ritengo sia necessario, per quanto possibile, svelarmi:non sono un artista, non sono un cane col pedigree, non sono un curatore di morti viventi e quanto meno un bellimbusto radical chic da salotto bene, ma sono Savino il Benzinaio e getto benzina (priva di accise) utile ad accendere il fuoco della polemica, per altro non mi occupo di attribuzioni, perché in quel caso non parliamo più di arte contemporanea, del resto la fissazione del pedigree dell’autore è tipicamente contemporanea, mentre nel passato etichettare era più difficile perché l’opera d’arte era un’opera d’arte collettiva.

      Quando si parla di arte e non finirò mai di dirlo, bisogna parlare principalmente di quei valori condivisi in cui l’uomo di un certo tempo si poteva rispecchiare. Quando il bello aveva un valore legato anche a ciò che è buono. Per esempio il mondo greco parlava di kalokagathia (kalòs kai agathòs) ovvero un ideale di perfezione umana, che coinvolgeva la sfera etica ed estetica.

      Ora nel tempo tutto questo è andato perdendosi, nel senso che oggi siamo più interessati all’artista che all’opera d’arte. L’arte contemporanea è paradossalmente inattuale, perché non è aderisce più alla vita: tutto infatti si gioca sul teatro psicologico dell’artista, di cui poi alla fine non interessa niente a nessuno….

      Quindi è necessario portare binzina come combustibile utile a distruggere ogni psicologismo legato all’arte. In altre parole la vera arte è antipsicologica. Bisogna superare anche l’estetica della critica, nel senso che è importante ritornare all’opera d’arte, in quanto oggetto. L’autore deve tornare a parlare e per parlare non deve più parlare di se stesso, ma deve rappresentare la realtà e tutta una serie di valori positivi o negativi che in un certo tempo la società esprime.

      Per finire un quadro del cinquecento era contemporaneo perché esprimeva i valori di quell’epoca, anzi talora quei valori continuano a parlare ancora oggi e superano la contemporaneità stessa. L’arte contemporanea oggi non può dirsi tale perché non esprime la contemporaneità e men che mai riesce ad assurge a valori metastorici. In altre parole è un fenomeno assolutamente antiartistico, un fenomeno da distruggere non perché arte, ma perché non-arte.

    • Tiziano

      evviva la divisione dei ruoli e del lavoro…

  • Domenico Ghin

    Penso che senza andare a ritroso fino al Cinquecento ci siano artisti più vicini a noi, mi vengono in mente per esempio Marc Chagall o Mimmo Paladino che oltre a essere contemporanei sono con il loro repertorio iconografico straordinariamente metastorici, quello che non mi verrebbe di dire a riguardo di Maurizio Cattelan o Damien Hirst che sono straordinariamente contemporanei ma inesistenti dal punto di vista metastorico….

    • SAVINO MARSEGLIA (mercante)

      Per chi abita come me, un pò fuori mano, andare a cercare la “metastoria” è come andare a visitare il mercato delle vanità…

    • Non per essere pignoli ma Chagall mi pare che debba essere considerato più un “moderno” che non un contemporaneo, ripeto non e’ pignoleria ma solo la constatazione che tutti (o quasi tutti) gli artisti che la storia ha oramai confermato quali “Grandi Maestri” possono esser detti, di necessita’, anche “metastorici” .
      Quello di cui io non sarei, invece, troppo sicuro e’ che Cattelan o Hirst siano “inesistenti dal punto di vista metastorico”. A prescindere dal fatto che un giudizio definitivo sul loro lavoro e su quello degli altri “artisti contemporanei” non saremo probabilmente noi a formularlo ma i nostri nipoti, non vedo, nei lavori (nella maggior parte di essi o almeno nei migliori) di Cattelan ed Hirst una tal “contingenza” o “aderenza al tempo presente” da far escludere che essi siano in grado di comunicare efficacemente anche ai posteri.

  • Tiziano

    Associare il retroterra culturale di Chagall, la novità artistica, la capacità di guardare al suo tempo, al dramma degli ebrei della diaspora nei villaggi russi a Mimmo Paladino mi sembra un po’ troppo… Non mi sembra in quest’ultimo caso vi sia molta aderenza al vissuto, alla contemporaneità, per non parlare di quel che è metastorico, ovvero non mi sembra proprio di immaginare Paladino parlare ad ogni epoca…

  • And

    Invece di postare altre scemenze, perché nessuno ha il coraggio di dire: CHE PALLE! Sempre gli stessi artisti, gente strafamosa che si becca migliaia di euro con la scusa che sono emergenti… ma quali emergenti? Cattelan, Beecroft, Toderi..? E non avete riportato la perla migliore che Gemma (senza) Testa ha sparato in conferenza stampa: “compito di Acacia è scoprire e sostenere i nuovi artisti, qui in mostra ve ne presentiamo alcuni che sono famosi anche a livello internazionale…”
    Eccovi l’elenco completo: Rosa Barba, Vanessa Beecroft, Gianni Caravaggio, Maurizio Cattelan, Roberto Cuoghi, Lara Favaretto, Francesco Gennari, Sabrina Mezzaqui, Marzia Migliora, Adrian Paci, Paola Pivi, Ettore Spalletti, Grazia Toderi, Luca Trevisani, Marcella Vanzo, Nico Vascellari e Francesco Vezzoli.
    Proprio dei novellini, che investimenti coraggiosi che fa Acaciua….

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

      Ma sono artisti con le gambe d’argillla? Intanto il catafalco dell’arte addomesticata viene sepolto con l’assistenza del medico-curatore..

  • Pingback: Love saves (contemporary art’s) life | exhibityourself()

  • Chiacchiere da salotti…arte come veicolo di lusso (e desiderio di eleganza..) e accessi privilegiati come i giardini milanesi, altro che museo all’aperto.. Cultismi puri..E lo dico per esperienza diretta.
    Mecenatismo “inter nos”…ma ce la mettono tutta, ce la mette tutta la Signora De Angelis, non c’è dubbio, solo che ha voluto appartenere a quel mondo lì ed è così…il salotto..

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

      l’idea che si acquista potere su un oggetto d’arte, impossessandosi di esso, ma lo spirito è anche considerato come materia vitale, spirituale vera e propria da mettere in una teca?