Expat per forza o per amore

Ormai sono un piccolo reggimento, solo che nessuno ne aveva mai parlato. Sono i critici, i curatori, gli intellettuali italiani che lavorano fuori dal Belpaese con ruoli di responsabilità. Direttori di museo, capo-curatori, responsabili di importanti istituzioni. Chi meglio di loro ci può dire dove passa la differenza tra il lavorare in Italia e il farlo all’estero?

Massimiliano Gioni

Massimiliano Gioni
associate director del new museum di new york – direttore artistico della fondazione trussardi di milano

Non mi piace mai contrapporre America ed Europa o America e Italia. In generale ci si aspetta che l’Italia sia sempre un passo indietro e che l’America sia la terra delle mille opportunità. Per mia esperienza personale – e forse è stata solo una questione di fortuna – posso dire che in Italia ho fatto delle esperienze e delle mostre complicate e molto rischiose che non avrei mai potuto fare in America – dai bambini impiccati di Cattelan agli animali vivi di Paola Pivi, passando per il pallone di Pawel Althamer, ad esempio… Forse è semplicemente la fortuna di lavorare con una committente come Beatrice Trussardi, che è un modello assai coraggioso e atipico in Italia, ma mi sono ritrovato a operare in una situazione molto veloce, agile, senza burocrazie inutili e in cui tutte le energie sono davvero messe a servizio dell’arte, degli artisti e del pubblico. L’America, a volte, è invece vittima di macchine museali intricate, pesanti, in cui ci sono rapporti di potere e di competizione interna, ed è anche molto più cauta nelle scelte che possono disturbare il pubblico o il comune senso del pudore. D’altra parte in America – o forse dovrei dire a New York – l’arte contemporanea fa parte di un sistema e di un dibattito pubblico che è assai più esteso che in Italia. E in generale si riconosce agli artisti, alle istituzioni e a tutti i protagonisti del sistema una professionalità e un’autonomia che sono sinonimo di scientificità e di indipendenza. In America non succederebbe mai che un politico o un assessore cerchi di intromettersi nella gestione di un museo. E il sostegno all’arte è materia di orgoglio non solo per le istituzioni pubbliche, ma anche per tantissimi privati che donano somme ingenti senza necessariamente sognarsi di influenzare il programma di musei o spazi espositivi.

Massimo Scaringella

Massimo Scaringella
direttore del museo energia (laene) d’arte contemporanea di buenos aires

Un incomparabile livello dei rapporti è sicuramente la differenza principale fra le istituzioni culturali di Buenos Aires e quelle italiane. C’è una più massiccia presenza, in particolare per il contemporaneo, di fondazioni che fanno capo a singoli collezionisti o a imprese private (molto attivi gli istituti bancari) o anche di grandi aziende pubbliche che, attraverso questo strumento, alimentano non solo un programma molto vivace di esposizioni, ma anche una serie annuale di premi, quasi sempre di acquisizione opere. Tutto questo permette non solo di promuovere gli artisti, ma anche di alimentare un collezionismo d’impresa che rimarrà presente nel tempo e fruibile sempre dal pubblico. Molto spesso le acquisizioni vengono fatte appositamente per la donazione di opere ai musei pubblici  che, come in tutto il mondo, hanno scarse risorse. Si spera che la recente legge sul “mecenasgo” incentivi in futuro il connubio virtuoso tra pubblico e privato.

Lorenzo Benedetti

Lorenzo Benedetti
direttore del sbkm/de vleeshal di middelburg

L’arte contemporanea è fortemente legata a una ricerca internazionale. Le istituzioni museali straniere sono più aperte verso una situazione di scambio tra i diversi Paesi. Nei Paesi Bassi, ad esempio, ci sono molti direttori di musei che sono stranieri. Ecco, in Italia i luoghi che fanno veramente ricerca sono ancora troppo pochi per fare in modo che gli artisti e le produzioni espositive possano essere competitive. Ed è più un problema dovuto a una grave carenza di strutture istituzionali e consapevolezza politica che della qualità delle singole persone che operano nell’arte, che spesso sono costrette a lavorare e vivere all’estero. Soluzioni? Non è facile, ma credo sia fondamentale cercare di accentuare in Italia una rete di istituzioni più aperte a uno scambio internazionale.

Franziska Nori

Franziska Nori
direttore del centro di cultura contemporanea – la strozzina di firenze

Nella mia esperienza all’estero ho riscontrato una maggior consapevolezza dell’importanza della cultura. Giocano a favore la presenza di strutture formative rivolte al contemporaneo, una maggiore indipendenza dalla politica e una solida rete di collaborazioni internazionali.  Inutile dire che ci sono investimenti più mirati, che in Italia sono molto carenti pur non mancando certo preparazione e professionalità, ma spesso confinate in circuiti autoreferenziali che non vedono la cultura come una risorsa della società nel presente e per il futuro. Io ho scelto l’Italia proprio perché c’è ancora molto lavoro da fare: produrre entusiasmo, fare formazione per il pubblico e restituire alla cultura un ruolo attivo e propositivo per la società.

Paolo Colombo

Paolo Colombo
co-curatore della biennale di salonicco

In Italia ho lavorato per un’istituzione pubblica (Maxxi) e ho curato solo una mostra per un’istituzione privata (Pinacoteca Agnelli). La mia esperienza è ridotta. Nel primo caso, ho l’impressione che si guardi spesso all’evento e meno all’arte, che il funzionario di riferimento venga soprattutto da un’esperienza burocratica, che sia dunque molto spesso preso dai meccanismi di funzionamento dell’istituzione e da una sua visione del ruolo pubblico dell’istituzione. Questo sguardo è volto al consenso e alla semplificazione. Nella mia esperienza del privato in Italia, un’unica mostra dedicata al Museum of Everything, l’unica cosa che contava era l’arte, l’allestimento opera per opera, il trovare un contesto espositivo preciso e specifico per ogni minimo disegno, un catalogo “non di collana”, ma pensato appositamente per le opere e gli artisti, nato per riflettere l’arte e la mostra e non l’istituzione. Ugualmente all’estero, nei Paesi dove ho lavorato e lavoro: Svizzera e Stati Uniti in passato; Turchia e Grecia adesso: l’arte è la ragione di essere ed è il centro dell’esperienza al museo. La Turchia è più gerarchica, il sistema museale è simile a quello anglosassone. La Svizzera è sobria, attenta alle finanze. Nelle Kunsthalle non esistono comitati scientifici, mostre che nascono da concorsi, la necessità di distribuire favori per ottenere consensi, ma il dovere del curatore di esprimere una visione. In Grecia, lavoro e ho lavorato benissimo, con un museo finanziato dallo stato (il Benaki) e altrettanto bene con dei musei istituzioni private (Fondazione Onassis, Greek Festival, Biennale di Salonicco e Museum of Cycladic Art). Anche qui l’arte, non altro, è al centro dell’esperienza e dell’incarico.

Fabio Cavallucci

Fabio Cavallucci
direttore del centro per l’arte contemporanea zamek ujazdowski di varsavia

La Polonia è in questo momento il Paese europeo che più scommette sulla cultura e sull’arte. Ha un programma di collezioni pubbliche e di realizzazione di nuovi musei d’arte contemporanea che uno dopo l’altro vengono inaugurati: dopo Lodz e Torun, pochi mesi fa è stata la volta del nuovo Museo di Arte Contemporanea di Cracovia, poi arriveranno Wroclaw, Poznan e Varsavia. Appena tre mesi fa, il Primo Ministro Donald Tusk ha firmato un accordo con Obywatele Kultury (un’associazione indipendente di cittadini) impegnandosi a portare il budget annuo per la cultura all’1% (dallo 0,46 attuale) nel corso dei prossimi quattro anni. Certo, ci sono le elezioni, e dunque si tratta di una promessa elettorale… Ma in quale altro Stato il presidente pensa di impegnarsi sulla cultura per essere rieletto? Ovviamente questi fatti affondano le radici nella storia di un popolo. Penso soprattutto alle vicende travagliate di questo Paese, sempre diviso e dilaniato dalle potenze vicine, che nella cultura ha trovato un formidabile strumento di formazione dell’identità. Dunque, qui si lavora in un ambito – visto dall’Italia sembra quasi un miraggio – in cui nella cultura ci si crede veramente. Chiaro che lavorare in Polonia presenta anche difficoltà. Si tratta di un lavoro molto difficile, ma anche molto promettente. Il Centro deve essere in qualche modo ristrutturato e rilanciato, e questo comporta un’enorme fatica, ma forse altrettanta ne occorrerebbe in Italia. I finanziamenti pubblici (il CCA dipende dal Ministero) anche qui non sono sufficienti, e stiamo attivando una larga operazione di fundraising per allargare il budget. La differenza sta nelle potenzialità: se ci sarà un Paese in cui la cultura e l’arte contemporanea saranno centrali in Europa nei prossimi anni, questo Paese è la Polonia.

Alfredo Cramerotti

Alfredo Cramerotti
direttore designato mostyn wales – senior curator quad derby – co-direttore agm culture

Differenze tra il lavorare in Italia e il lavorare all’estero? C’è una differenza etica, prima di tutto. Se qui (nel Regno Unito, dove sono ora) sbagli, ti dimetti prima e chiarisci dopo. Per qualsiasi cosa: dall’appalto di un contratto (che coinvolge anche le istituzioni culturali) allo status imbecille sul profilo Facebook di tua sorella, per dire. E riesci a chiarire in tempi brevi, non mesi o anni. Se il chiarimento è efficace e convincente, riprendi la corsa. C’è poi una differenza strategica. Oggi le arti e la cultura sono uno strumento economico, politico e sociale. Questo vuol dire che sono in evidenza nell’agenda degli amministratori. E se si taglia, si trovano mezzi per produrre comunque (corsi pubblici di fundraising, seminari per imprenditori sulla corporate responsibility, programmi per facilitare il volontariato, lavoro in programmi culturali che sono parte di corsi universitari). Insomma, la cultura non è un fine ma un mezzo. E questo è anche un problema, sia chiaro. Perché gli artisti, i curatori, i direttori delle istituzioni hanno un occhio alla creazione sì, ma anche uno ben fisso sul marketing, sociale e professionale. C’è a chi piace e si diverte e chi si sente disturbato.

Marco Antonini

Marco Antonini
direttore della non-profit natureart di brooklyn

Escludendo alcuni progetti e sporadiche pubblicazioni, non ho mai lavorato nel campo dell’arte in Italia. Mi sembra di capire che il sistema dell’arte italiano sia sproporzionatamente piccolo e inefficiente rispetto al numero di artisti, curatori e altri operatori attivi nel settore. Questa disproporzione porta a una serie di comportamenti negativi e completamente improduttivi. Rivalità, gelosie, pettegolezzi, certo, ma anche sodalizi e collaborazioni che non hanno motivo di esistere se non perché strumentali all’implementazione di basse strategie. Le varie parrocchie hanno buoni motivi per cercare di rimanere coese, ma la logica della sopravvivenza propria di questo tipo di networking a corto raggio non m’interessa. Il modello americano è basato su valori e possibilità che non esistono più e su un concetto di filantropia che nei casi migliori è romanticamente fuori moda e nei peggiori è legato a interessi che poco hanno a che fare con l’arte e la cultura contemporanea. Imitare un modello già in difficoltà mi sembra assurdo. Penso che l’Italia sia un Paese latentemente fascista e culturalmente arretrato, ma anche ricco di tensioni ed energie inespresse. È ora di accollarsi la responsabilità e ricominciare a costruire. Quello che più serve è una ristrutturazione delle logiche e delle finalità relative al fare e presentare arte: una transizione che risponda direttamente e, dove possibile, anticipi il cambiamento della nostra società e dei nostri valori culturali. La pratica artistica è ancora una delle poche forme di devianza possibili. Renderla provocatoria, imprevedibile e aperta al confronto con il pubblico (qualunque esso sia) è la sfida che tutti noi siamo chiamati a raccogliere. Qualunque altro approccio sarà percepito come un rumore di fondo e destinato a scomparire.

Davide Quadrio

Davide Quadrio
fondatore e direttore di arthub asia

Nel mio caso, le esperienze con istituzioni in Italia sono state limitatissime a confronto con quelle in altri Paesi europei e asiatici. Le mie esperienze con Artissima sotto la direzione di Andrea Bellini, con la Strozzina a Firenze e recentemente con la Fondazione Gervasuti a Venezia sono state eccellenti grazie alle persone che gestivano le varie strutture; tutte, guarda caso, reduci da esperienze professionali all’estero. Il problema vero, però, non è tanto l’istituzione in sé, ma chi la gestisce, e il coraggio di fare, di osare e di mettersi in discussione. L’Italia in questo senso mi sembra essere immobile in meccanismi di potere e compiacenza di quest’ultimo, che vanno a discapito della creatività non dico di questa generazione, ma almeno delle ultime tre. Questa fossilizzazione delle strutture artistiche italiane occupate più a sopravvivere alle pressioni economiche e politiche non lascia certo molta speranza in un futuro migliore. Un Paese che non scommette sui giovani è un Paese morto. Il Padiglione Italia a Venezia ben rappresenta questa idea del tutto e del niente, del bello e del brutto, chiuso a guardarsi un ombelico impaurito, ma ben difeso (unico padiglione ad avere due guardie giurate all’ingresso e all’uscita). Ci sono tantissime realtà indipendenti, collettivi, luoghi che sfidano questa decadenza senza ritorno. È qui che trovo i miei referenti migliori, nelle province e nelle attività a latere del sistema istituzionale italiano. Il fatto che non siano ancora sulle pagine dei giornali non vuol dire che non siano importanti e necessarie e – parafrasando Eroina, recente progetto di Diego Perrone e Christian Frosi – eroiche!

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #2

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  • L’italia oggi è squisitamente contemporanea. Pensiamo solo alla precarietà dei musei: una grande opportunità per ripensare i musei, e così per ogni cosa. Ogni luogo è per definizione internazionale. Una sfida interessante è lavorare fuori dal Belpaese pur essendoci dentro. Vista la crisi internazionale del linguaggio (che nessuno ha il coraggio di ammettere fino in fondo) molto meglio la precarietà rispetto a rituali e strutture cristallizzate. Il problema è che gli operatori italiani preferiscono scimmiottare il sistema internazionale (esterofilia, traumi formativi anni 90) e mettere radici e natura sotto il tappeto.

    lr
    http://www.whlr.blogspot.com

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      In questi tempi di disoccupazione di massa e di imbarbarimento culturale, l’unico modo di mostrarsi artista libero, è quello di rifiutare ogni compromesso con questo subdolo sistema dell’arte.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Occorre liberarsi delle scorie di curatori che offuscano la vista, come nugoli di zanzare: sono solo insetti fastidiosi dei quali gli artisti liberi non hanno più bisogno.

      • paolo

        ma come parli? e cosa dici ?

      • helga marsala

        savino, ma che discorsi! ancora con questa retorica qualunquista anti-curatori, ma che noia.

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          TAGLIAMO LA CASTA CURATORIALE !!!

          Cara Helga, la mia non è una retorica qualunquista anti-curatori, o contro tutti i curatori italiani.., ma una constatazioine oggettiva sul ruolo che occupa oggi la figura di curatore all’interno dei centri d’arte pubblici.

          Fra gli aspetti del contesto artistico contemporaneo italiano, il curatore appare sempre più asservito e subordinato agli stati sovrani: intendo il potere politico istituzionale che lo nomina e che lo finanzia nell’attività museale.

          Purtroppo, bisogna pure affermare che tutto ciò che viene allestito all’interno di questi centri d’arte, viene in gran parte finanziato con contributi statali, pochi con contributi privati. Ciò implica per il curatore, una legittimazione del suo controllo e della sua eventuale beneficia in termini di potere e d’immagine.

          Il curatore una volta nominato responsabile in uno di questi musei pubblici, viene spogliato da ogni protocollo di responsabilità amministrativa. Agli effetti pratici è risaputo che quando un museo pubblico è sull’orlo del fallimento ci sono dei responsabili che devono rispondere dei debiti contratti? Chi risponde dei debiti contratti del Madre, del Mambo del Macro ed altri musei? Lo Stato, il Ministro della Cultura, o come sempre i soliti cittadini?

          Detta passività e inefficienza amministrativa, andrebbe ricondotta ad una mala gestione dei cda e del curatore che elargiscono lauti compensi a se stessi, stipenti d’oro ai curatori e allestimenti diospendiosi o inutili cerimonie mondane a quello o quell’altra starletta di artista di turno raccomandato da potentati del mercato dell’arte, in cui il successo dei soldi è l’unico parametro di valore.

          Penso che sia giunta l’ora di puntare il dito proprio su questi responsabili che hanno ridotto i musei italiani in carrozzoni mangiasoldi, fantasmi di se stessi.

    • Tom

      Bellissimi pensieri. “molto meglio la precarietà rispetto a rituali e strutture cristallizzate”

  • “Una sfida interessante è lavorare fuori dal Belpaese pur essendoci dentro.”
    Eh! si… ma anche il contrario e’ una sfida non da poco.
    L’articolo, e’ focalizzato sulla figura del curatore-direttore, sarebbe interessante fare analoga intervista a degli artisti e valutare i punti di contatto e di divergenza tra le due.