La verità dell’esperienza

Annotazioni sulla fotografia espansa. Ovvero, Alfredo Cramerotti riflette su come la fotografia non sia più né un genere né suddivisibile in generi. Ben di più: è un “alfabeto”, un “archivio”. Anzi, la vita stessa, oramai.

Michael Wolf, Paris Street View

L’idea di fotografia espansa è un tentativo (uno fra tanti) di interpretare la fotografia “in eccesso”, di capire come questa trascenda la sua definizione prestabilita. Prende in considerazione il fatto che la fotografia non possa essere più suddivisa e discussa in base ai suoi generi ma sia piuttosto una sorta di alfabeto e archivio visivi.
Le sue svariate categorie sono state significativamente riconfigurate, confondendo i confini tra fotografia scientifica, giornalistica, personale, commerciale e artistica. È come se la nostra società avesse liberato la realizzazione dell’immagine da applicazioni specifiche e reso l’immagine fotografica un soggetto autonomo di per sé, distaccata da qualsiasi funzione o legame.
Inoltre, non può più essere attribuita unicamente a un’attività basata sulla macchina fotografica, tipica di un certa tradizione della fotografia, visto che ora l’atto di realizzare, manipolare, distribuire e “digerire” le immagini è ibridizzato da apparecchi come telefoni cellulari e computer ma anche da occhiali (Polaroid), televisori, console di giochi e così via.

 

Michael Wolf, Tokyo Compression

Il Fotografico
È visibile a tutti, nelle proprie attività quotidiane, che la fotografia si è dissolta in un magma di immagini; in altre parole, sta perdendo la sua specificità storica e di mezzo espressivo e sta espandendo la sua portata. È ciò in cui siamo immersi quotidianamente. In quante immagini siamo stati inclusi oggi, e quante ne abbiamo assorbito, innescato o generato? Siamo tutti, più che mai, “implicati” nella fotografia, che ci piaccia o no; costruiamo noi stessi, sia in quanto individui, sia in quanto comunità, attraverso questo alfabeto e archivio visivi, una lingua che non è né parlata né scritta, ma visiva – e digitale.
Potremmo definire questo linguaggio costitutivo e visivo come “il fotografico”. Tracciando un parallelo (ma con un proprio differente carattere) dalla nozione di cinema espanso, questo modo di ragionare implica la fotografia come una caratteristica multipla ed espansa del nostro modo di vivere, che si riferisce in maniera incrociata a campi come i mass-media, l’economia, la politica, il diritto e le scienze sociali.
Il fotografico è un intero corpo d’esperienza che abbraccia (ed è mediato da) una grande varietà di relazioni, interessi e possibilità, per diventare la principale manifestazione e l’elemento costitutivo della nostra condizione umana nel Ventunesimo Secolo. Questo processo non sta avendo luogo solamente nella ma anche attraverso la sfera pubblica. La visualizzazione delle nostre azioni, delle nostre storie e dei nostri pensieri è ciò che costituisce al momento il discorso principale della sfera pubblica. Non esiste sfera pubblica senza la condivisione di esperienze e opinioni e nella nostra epoca quello che condividiamo di più sono le immagini. Sono diventate una merce di scambio. Commerciamo la nostra esistenza in immagini, e diamo forma a noi stessi attraverso di esse.

Michael Wolf, Transparent City

Abbiamo bisogno di riferirci a immagini (e alla realizzazione di immagini) in modo da agire politicamente, socialmente, culturalmente. Una fotografia espansa è l’insieme di condizioni che agevola la nostra consapevolezza di strati così interconnessi – un sistema visivo che ricerca, trova e mette in atto il significato mano a mano che lo costituisce (con o senza macchina fotografica). Ricordate, immaginate o esistenti, le fotografie contribuiscono alla nostra conoscenza e percezione del mondo e di noi stessi. Così la fotografia espansa è un approccio alla vita che passa tuttavia attraverso fasi diverse, diversi sistemi visivi, diversi segni e formati. Il fotografico funziona come “hyperimage”(l’equivalente visivo dell’hypertext), la traduzione e la codificazione (visiva) delle informazioni da un formato all’altro.

 

Noi, Quelli che Lo Fanno Accadere
Relazioniamo comunemente la nostra idea di fotografia all’immaginazione, alla verità, alla memoria e alla storia, indipendentemente dal fatto che si tratti di fotografia inscenata, spontanea, di studio o di strada. Ma a mano a mano che ci muoviamo nello spazio (in luoghi fisici, immaginari o virtuali) e nel tempo (lineare o non), la fotografia ci permette di creare nuove connessioni tra le forme di comunicazione e di espressione dell’Io.
Un concetto espanso di fotografia – come le pratiche filmiche e video del cinema espanso – altera la cosiddetta “architettura di ricezione”, trascendendo l’esperienza storica e culturale dello spettatore. Essa aiuta anche a cambiare gli aspetti generativi della realizzazione di immagini in sé, trasformando la pratica fotografica in qualcosa di eterogeneo, di performativo, di ininterrotto e di infinito. Questo è più che scattare semplicemente una foto o inventare un’immagine; come sopra accennato, si tratta di costituire l’Io visivamente.

Michael Wolf, Tokyo Compression

I produttori, i mediatori e i ricettori agiscono tutti allo stesso modo in quanto traduttori – non agendo direttamente con i loro soggetti, ma con le narrazioni a cui le vite di queste persone sono profondamente legate. Questo è il punto preciso in cui prende forma la sfera pubblica, visto che questa viene generata, plasmata e compresa da questi atti di traduzione. Invece di assumere che la fotografia è un meccanismo che trasforma la realtà in immagini, siamo in grado di invertire i termini e vedere il fotografo in quanto traduttore e agevolatore di narrazioni.
La ricezione della fotografia è un processo di formazione, uno spazio fluido di interessi, pratiche, aspettative e idee che s’intrecciano. Il fatto che le fotografie possano essere stampate e passate di mano in mano, riprodotte in libri, giornali e riviste, proiettate in gallerie, centri sociali e spazi pubblici, mandate in onda in tv, streaming online o persino elaborate tramite il software che converte impulsi audio e sonori in immagini, rivela che la fotografia è chiaramente una questione di diffusione e non di genere.
Se oggi l’elemento importante non è “quale” informazione viene fornita, ma “come”, allora ciò che è essenziale alla comprensione sono le forme di comunicazione che ci forniscono l’informazione. E’ la fotografia nella sua dimensione espansa che gioca per lo più questo ruolo.

Michael Wolf, Architecture Density

In definitiva, è una questione di prospettiva che cambia: comprendere lo spettatore come il generatore dell’immagine, che ‘lavora’ sull’immagine e la trascende, portando se stesso/a nell’immagine mentre viene assorbito e mostrato ciò di cui l’immagine tratta. Noi prendiamo parte al lavoro di immaginazione e rappresentazione, ognuno di noi interviene nella realizzazione dell’immagine e reclama spazio per se stesso/a nel racconto del testimone, nell’archivio, nella relazione del giornalista, nella presentazione dello scienziato.
Non c’è più “l’esterno” al visibile, dal momento in cui noi siamo costituiti da esso. L’immagine e lo spettatore sono incastrati in un rapporto infinitamente reciproco.

 

Il Qui e l’Adesso, Attualizzati
Il processo di realizzazione dell’immagine è sempre e necessariamente la “realizzazione del significato”. Il processo fonde continuamente passato, presente e futuro, cognizione ed emozione.
La fotografia espansa richiede che il fotografico entri in un rapporto reciproco con le altre economie tra cui l’arte, i mass-media, l’architettura, la scienza e il diritto, mutando costantemente la percezione della società di se stessa attraverso discipline non fotografiche. I suoi veicoli di comunicazione sono la pratica curatoriale, l’istruzione, i media e l’editoria, ma riguarda progetti che sono “implicitamente” piuttosto che “esplicitamente” fotografici.

Michael Wolf, Architecture Density

Quando gli artisti, gli editori, i produttori, i mediatori culturali e i curatori aprono uno spazio per attraversare i confini con altre sfere della società, si materializza improvvisamente un terreno arduo. Infatti, i produttori e i consumatori diventano ugualmente dei partecipanti attivi nel processo, dal momento in cui entrano a far parte della catena di informazioni, un segmento della sequenza di “conoscenza”.
Inscrivere se stessi nell’immagine e nel processo di realizzazione dell’immagine è l’unico modo residuo per partecipare alla vita; spostandosi verso l’interno dell’immagine, nel lavoro e nel discorso che sta dietro all’immagine, diventando parte di essa e del mezzo espressivo. La fotografia espansa riguarda, quindi, la verità dell’esperienza.

Alfredo Cramerotti

Estratto da “Notes on Expanded Photography”, pubblicato in “Format11 International Photography Festival Catalogue”, marzo 2011
Traduzione italiana pubblicata su “DigiMag” 66, luglio-agosto 2011
www.digicult.it


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Alfredo Cramerotti è un critico, curatore e artista di base nel Regno Unito. Il suo lavoro esplora la relazione tra realtà e rappresentazione attraverso una serie di media e collaborazioni tra le quali TV e radio, pubblicazioni, internet, festival mediatici, fotografia, critica e cura di progetti artistici. Nel 2011 Cramerotti è stato nominato Direttore del Mostyn, la principale galleria pubblica d’arte contemporanea del Galles. In passato è stato Co-Curatore di Manifesta 8, la biennale europea di arte contemporanea (2009-10) e Curatore Senior al QUAD di Derby (2008-11). Al di fuori dei suoi impegni istituzionali, Cramerotti e’ Candidato Ph.D. presso il Centro Europeo per la Ricerca in Fotografia, University of Wales, Newport, Co-Direttore dell’agenzia curatoriale itinerante AGM Culture, e Co-Curatore di CPS Chamber of Public Secrets, unita’ di produzione artistica e mediatica. E’ Visiting Lecturer in varie università europee tra le quail NTU Nottingham Trent University, University of Westminster e DAI Dutch Arts Institute, e Curatore della collana Critical Photography per Intellect Books. Sue pubblicazioni recenti comprendono i libri Aesthetic Journalism: How to Inform without Informing (2009) e Unmapping the City: Perspectives of Flatness (2010).
  • Molto centrale questo pezzo. La verità dell’esperienza.

  • Andrea Maia

    Incredibilmente vero!!!

  • Splendido articolo !! Da leggere, rileggere e conservare per meditarci sopra. Grazie Cramerotti e grazie ad Artribune!

  • Davvero un articolo notevole ed un argomento che veramente mi picarebbe potesse essere approfondito ed arrichito da un bel numero di commenti.
    Sara’ forse perche’ io sto proprio lavorando su fotografia e linguaggio o, se si vuole, sul linguaggio della fotografia.
    Proprio nei prossimi giorni, su questo tema, partira’ un mio nuovo progetto collettivo su FaceBook, dal titolo ” …HO VISTO, HAI DETTO…” spero che Artribune non me ne voglia se riporto qui di seguito il link ma, tengo a chiarire e precisare, e’ uno dei miei “lavori a perdere”, nel senso che da esso non ricavero’ proprio nulla, anzi daro’ pure, a coloro che collaboreranno con esso piu’ assiduamente, dei premi (sia chiaro, modesti) rappresentati da degli “oggetti d’arte” legati al progetto stesso, Se ne faccio “pubblicita’”, quindi, posso almeno dire che non e’ per un “bieco interesse venale”. Se a qualcheduno puo’ interessare saperne di piu’ (e spero proprio che questo possa essere il caso) ecco il link:
    https://www.facebook.com/event.php?eid=28542324481653

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