Un anno al MAXXI

Poco più di un anno fa, apriva i battenti il Maxxi, accolto con grande entusiasmo e caricato fin da subito di tante, legittime aspettative. Artribune ha fatto due chiacchiere con Anna Mattirolo, direttrice della sezione Arte del museo.

Anna Mattirolo - photo S. Cecchetti

Anna Mattirolo, negli ultimi tempi al MAXXI è aumentata molto la frequenza delle iniziative collaterali alle mostre, come incontri, conferenze, talk con gli artisti. Lei stessa ha più volte indicato come strategico in questo contesto il MAXXI B.A.S.E, il centro di ricerca del museo, inaugurato lo scorso febbraio…
Sì, è strategico nella misura in cui le attività scientifiche, di ricerca e di studio sono il “motore” dell’attività del museo. Al MAXXI B.A.S.E. si svolgono gli incontri, le conferenze, le presentazioni di libri. Tutte iniziative che mirano a coinvolgere chiunque abbia bisogno di confrontarsi con i temi della contemporaneità.

L’esperimento di mescolare architettura e arte contemporanea (e anche design) in un’unica struttura è un progetto sostenibile oppure, magari ogni tanto, vi pestate un po’ i piedi? Non ci dica sempre che va tutto bene…
Mi dispiace deludervi, ma le cose vanno benissimo, e per due motivi. Prima di tutto, il Maxxi Architettura e il Maxxi Arte hanno propri ambiti precisi, definiti già in fase di progettazione. È da molti anni che sappiamo con chiarezza in quali spazi sviluppare le rispettive programmazioni. Inoltre, con Margherita Guccione – direttore del Maxxi Architettura – abbiamo condiviso la nascita e la realizzazione del Maxxi dalle fasi preliminari fino alla conclusione del cantiere, lavorando per anni verso un obiettivo comune e, vi assicuro, con non poche difficoltà! Figuriamoci se oggi ci può preoccupare un problema del genere.

Il Maxxi di Zaha Hadid - photo Simone Cecchetti

Parliamo di acquisizioni. Il museo ha una collezione che ancora non è all’altezza di quello che ci si aspetta di trovare all’interno di una delle architetture più famose del mondo. Cosa, quando e come comprerete nei prossimi anni?
Anche sulla collezione mi sembra che il bilancio sia del tutto positivo: circa 300 opere acquisite a vario titolo in poco più di sei anni, per un valore che si aggira intorno ai 20 milioni di euro, rappresentano uno sforzo senza precedenti per la nostra amministrazione. Ora la crescita della collezione si orienta soprattutto verso una committenza specifica, ad esempio attraverso il Premio Italia Arte Contemporanea. Cerchiamo di pianificare le acquisizioni in rapporto sia con l’attività espositiva, sia con le caratteristiche degli spazi del museo.

Lei dirige la sezione Arte del Maxxi, dunque si confronta con questioni allestitive e logistiche. Dopo un anno di rodaggio alla grande, quali sono i pro e i contro della struttura progettata da Zaha Hadid?
I contro sono stati digeriti durante gli anni di cantiere: spazi sinuosi e linee curve senza soluzione di continuità ci avevano inizialmente spaventato. In seguito, la consapevolezza del fatto che Zaha Hadid ci stava consegnando un progetto che cambiava radicalmente il rapporto opera/spazio su un piano di grandissima qualità, e aver avuto di conseguenza, la possibilità di ripensare il modello museografico, ci ha appassionato. Il fatto di entrare in uno spazio insolito, spiazzante e anche un po’ disorientante privilegia il rapporto con l’opera d’arte, che diventa più intenso ed esclusivo. La stessa architettura è un’opera e questo aggiunge valore all’esperienza. Credo che i risultati si comincino a vedere e la soddisfazione dei visitatori è uno dei segnali che ci indica che siamo sulla strada giusta.

Chiara Ciolfi

www.fondazionemaxxi.it

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Chiara Ciolfi
Chiara Ciolfi (Roma, 1987) è laureanda in Storia dell’Arte presso l’Università di Roma La Sapienza. Si interessa di arte contemporanea in tutte le sue forme, con un accento particolare sull’editoria e le riviste di settore. Ha collaborato con Exibart dal 2008 al 2011 fino all’avvento dell’ “era Artribune”. Attualmente sta costruendo il suo percorso tra stage e collaborazioni con fondazioni orientate alla ricerca (Nomas Foundation) e gallerie collaudate (Gagosian Gallery), con il sogno di farne un lavoro vero.
  • A mio parere le forme del Maxxi sono ridicole, vogliono ostentare ossessivamente una certa idea di futuro, quanto meno arbitraria e appunto ridicola. Tutto aereodinamico, ma tutto tragicamente fermo…..il bancone dei biglietti sembra un bob che debba partire da un momento all’altro….stessa cosa le poltroncine scomodissime….

    E anche i contenuti e la loro installazione lasciano molto a desiderare. Il rischio è che questi musei siano solo della grandi insegne per dimostrare la presunta modernità della città o di un luogo. Mi vengono in mente il Madre a Napoli o il Mambo a Bologna. Meglio per i contenuti il Museion a Bolzano.

    In italia prima di fare i musei e gli artisti forse bisognerebbe fare un pubblico; non certo quello da multisala ma il minimo sindacale, oggi il pubblico del contemporaneo è formato solo da addetti ai lavori e pochi curiosi. Ma ovviamente queste cose non si possono dire e non si vogliono sentire.

    • Caro Luca tu, da tempo, batti su questo punto :”fare un pubblico, non da multisala ma almeno il minimo sindacale”. Quello del pubblico formato solo da “addetti ai lavori” e pochi curiosi è certamente un problema serio ed importante e, come ben sai, non sei l’unico a portelo e tentare di trovare o proporre soluzioni. Detto questo, peró, in tutta onestà dimmi : l’arte che fu contemporanea, al suo apparire, ebbe mai un pubblico che raggiungesse il “minimo sindacale”? Ci fu mai un’etá d’oro in cui l’arte al suo apparire radunasse folle e suscitasse consensi in una porzione “significativa” del potenziale “pubblico”?

      • Secondo me sì,

        ma il fatto che in passato non ci sia stato questo ruolo dell’arte centrale non deve farci rinunciare OGGI. Che discorsi sono? Anche Massimiliano Gioni mi scrive che sovraproduzione di opere c’è sempre stata…e quindi??? Dobbiamo rassegnarci a vedere quintali di opere inutili??? E comunque dopo il 2000 la sovraproduzione visiva e creativa ha raggiunto massimi storici mai visti prima….pensa solo all’idea del blog….

        La sovraproduzione non è un male di per se stessa, ma lo diventa quando pone in crisi la rappresentazione e rende il ruolo dell’artista e dell’opera marginale ed autoreferenziale….e oggi questo non è più accettabile…

        • Tu mi dici “secondo me si'” ma nonni indichi nessun preciso momento storico ma non voglio “polemizzare” con te, apprezzo il tuo lavoro ed i tuoi commenti, anche se non spre li condivido (e mi pare giusto ). Il punto, secondo me è che è arte tutto ció che l’artista ha deciso esser tale. Se l’artista è un “copiator dei copiator d’Omero” avrà probabilmente successo ed apprezzamento (basto, men vasto o minuscolo) immediato perchè i suoi lavori rientrano nei “gusti” già consolidati nei “consumatori”. Se è un “creatore di mondi” i suoi lavori saranno accolti con indifferenza o derisione o indignazione, mai (o rarissimamente) avrà l’attenzione ed approvazione e dei contemporanei (quantomeno dei contemporanei dell’opera). Nei tempi passati, come al giorno d’oggi, ci sono altre figure (mecenate/intellettuale/critico/curatore/gallerista) che “tentano di fare pubblico” ma, non essendo essi “l’artista” non lo “fanno” in funzione del messaggio, del concetto, della comunicazione di questi, ma infunzione dei loro particolari interessi (che sono sempre gli stessi : denaro e potere)
          Da questo discende necessariamente che l’ “arte cotemporanea” ha pochi “spettatori” piú che altro “addetti ai lavori” e curiosi e che quella che sopravviverà (almeno per un lasso di tempo ragionevolmente lungo da avere imposto, grande o minuscolo, nella futura storia dell’arte) è quella che verà “capita” domani meglio ancora dopodomani.
          C’e modo di cambiare questo dato di fatto? Chi potrebbe e dovrebbe farlo? Ma se lo facesse e ci riuscisse non finirebbe semplicemente per far diventare “appettibile” l’arte “fresca di giornata” col risultato di spingere “l’artista” a creare altri mondi nuovissimi” “indigesti” al pubblico cui è stato fare lo sforzo di “digerire” quelli freschi di giornata ?
          Il problema che sottolinea Gioni, l’eccesso di produzione artistica” è indubbiamente l’altro grande problema cui, temo sia ben difficile (o impossibile o fianco dannoso) porre rimedio, ma questo è un altro discorso che meriterebbe da solo un lunghissimo dibattito. Artribune aveva detto che “forse” avrebbe aperto un “forum” su cui potessero essere proposti temi non vincolati ai articoli… chissá speriamo …

          • I criteri d’artisticità

            “Il punto, secondo me è che è arte tutto ció che l’artista ha deciso esser tale”. Puoi spiegare meglio?
            Che tutto possa essere arte è condivisibile – e io lo condivido – ma ciò non significa che possa esserlo a qualunque condizione (la differenza è sottile in apparenza,ma enorme nella sostanza). Devono esistere criteri di artisticità, e se i termini che occorrono in una lingua devono avere significato condiviso (chè il linguaggio è, di necessità, dimensione collettiva), allora anche tali criteri devono essere condivisi culturalmente: a questo servirebbe un po’ più di discorso teorico.

          • L’arte e’ cio’ che l’artista ha dichiarato essere tale. Artista e’ colui che si propone come tale.
            Questi sono gli unici termini accettabili di artisticita’ di un’opera, necessari e sufficienti a definirla opera d’arte.
            Questo non significa minimamente che tale “oprea d’arte” sia una “buona” o “valida” opera d’arte, ma questo non e’ piu’ un problema dell’artista (o se vuoi di definizione ed identificazione dell’opera d’arte) ma e’ il problema dello spettatore o del critico (e quindi non di identificazione e definizione ma di valutazione e gradimento). Qualunque cosa pero’ possano essi decidere al riguardo, l”opera e’ e continua ad essere “opera d’arte”.
            Solo un’ultima chiosa al tuo commento : sei proprio sicuro che i termini che occorrono in una lingua abbiano sempre un significato condiviso? E sino a che punto? Prova a chiedere a dieci persone di diversa “estrazone” social-culturale dei una stessa comunita’ sia pur ristretta (il tuo condominio ad esempio, se vivi in un condominio, o quelli che prendono lo stesso autobus o treno alla mattina) di definire termini comunissimi come “democrazia”, “benessere”, “liberta’” “razzismo” “correttezza” e via discorrendo… poi mi sai dire)

          • il materialismo

            @luciano gerini: a me può stare anche bene che – in un certo senso – arte sia ciò che l’artista ha deciso sia arte, ma l’artista applicherà dei criteri di artisticità per compiere tale selezione; altrimenti non è scegliere è tirare una monetina.
            per quanto riguarda il discorso sulla lingua, va fatta la distinzione tra ciò che è “de iure” e ciò che è “de facto”; o meglio, tra ciò che a cui si anela e ciò che si riesce a ottenere. la lingua esiste come strumento di comunicazione, e dunque ciò a cui si anela è la trasmissione dell’informazione da un emittente a un ricevente; che poi, tale trasmissione sia difficoltosa non ci piove, questo dipinde anzitutto dalla condivisione di esperienza tra i parlanti. capita così che persone diverse abbiano idee diverse di un medesimo termine, ciò non toglie che, se usiamo la lingua per comunicare e non per fini “onanistici”, gli atteggiamente idiosincratici andrebbero messi un po’ da parte.
            vogliamo che l’arte faccia parte della nostra cultura? bene, parliamone – un po’ di sano discorso teorico – e decidiamo cosa vogliamo che essa sia; ma collettivamente. altrimenti a che pro parlare tra noi utilizzando la parola “arte” se ciascuno di noi attribuisce ad essa un significato diverso? non ci capiremo mai

  • manlio

    ‘fare un pubblico’ è espressione che poco mi piace, puzza lontanto un miglio di totalitarismo
    meglio fare i musei e renderli vivi, attraenti e ricchi di contenuti

  • vivi e attraenti e ricchi di contenuti rispetto a che cosa???? Al Madre di Napoli hanno messo una ragazza seminuda a dare babbà….la cosa può anche funzionare ma reisce a competere con la realtà del 2011??? Fare il pubblico non significa educare o ammaestrare ma dialogare, e quindi definire scale valoriali…cosa ha valore e cosa no, e perchè….

    se il pubblico non viene stimolato dal dialogo i musei di arte dovranno sempre offrire contenuti al ribasso e facile pop per andare incontro al pubblico; tutto bene se non fosse che su questa strada ci sono strumenti e mezzi molto più efficaci dei musei, e quindi il museo perde sempre…..

    In italia l’unica attività “museale” interessante è quella della fondazione trussardi che riesce sempre a trovare un ottimo equilibrio tra qualità e gusti del pubblico….

    in italia il pubblico del contemporaneo è analfabeta…..sono formati ed interessati solo gli addetti ai lavori (tra cui metto anche i collezionisti) in italia…poi ci sono i curiosi….

    queste cose nessuno le può dire e a nessuno importa nulla, io lo faccio sono perchè all’Aquila non c’è niente da fare tutto il giorno

  • manlio

    che palle con questa storia del contemporaneo che va reso fruibile per gli ‘analfabeti’!
    mia nipote ha 14 anni, e capisce e apprezza Boetti, Nauman, Dibbets e Baldessari
    gli artisti bravi non sono così astrusi! non più di Carpaccio o Bronzino!

    • Non si capisce perche l’arte, come ogni disciplina, non debba essere approfondita e ragionata…..non intendo un educazione totalitaria ma un dialogo…forse tua nipote avrebbe bisogno di dialogare su quello che ha capito di Boetti….perchè forse non ha capito NIENTE…..e nel mondo c’è la Qualità….non è che “va sempre tutto bene”….finiamola con questo relativismo sessantottino che c’ha portato nella palude di oggi….

      i CCCP cantavano che “è una questione di qualità”……

      Sto lavorando ad un progetto concreto proprio su questo, vedremo.

      • la teoria della relatività

        con il relativismo non si fa cultura; cultura è anche l’insieme dei concetti che una collettività condivide. desiderare che “l’arte”, il concetto di “arte”, l’idea di “arte” faccia parte della nostra cultura e, al contempo, pretendere che ciascuno, in modo idiosincratico, sia libero di riferire al termine “arte” i contenuti che più gli aggradano è contraddittorio e irrealizzabile.
        in italia, soprattutto in italia, c’è un deficit enorme di discorso teorico ed è anzitutto per questo che manca una cultura dell’arte. come si può stabilire la qualità di un’opera, sapere come relazionarsi ad essa e così via, se non si posseggono gli strumenti culturali per distinguere, concettualmente anzitutto, arte da ciò che arte non è?

        • i finaziamenti pubblici

          si pretendono finanziamenti pubblici per l’arte, ma come si può finanziare collettivamente qualcosa se collettivamente non esiste? se remiamo nella direzione di una moltiplicazione del concetto di arte in milioni di concetti diversi, uno per ogni testa pensante, allora ciascuno di noi sarà legittimato a esporre ciò che – idiosncraticamente – definisce arte e a pretendere la propria quota di finanziameno. definire l’arte significa anche stabilire chi abbia diritto al pubblico denaro e chi no.

          • Infatti se io fossi il ministro della cultura per l’arte contemporanea fare tagli molto attenti, oggi gli addetti ai lavori pensano solo al loro ennesimo progettino e a cercare fondi a fondo perduto……forse bisognerebbe pensare anche al pubblico….

            In italia l’unica attività continuativa privata ma di portata pubblica è quella della fondazione trussardi.

            Ripeto non significa educare il pubblico. Poi se c’è pubblico (che non è scemo come pensano alcuni operatori provinciali milanesi, per esempio) ci sono anche finanziamenti privati e pubblici, c’è anche un sistema politico attento e non imbambolato come in questo video tra galan e sgarbi:

            http://whitehouse.splinder.com/post/24320531/es-un-padiglione-nuevo

        • Giustissimo. C’è un problema formativo nelle scuole, basti pensare che gli studenti meo brillanti vengono convogliati verso le discipline artistiche…..

          L’arte gode di uno status basso, a meno che non sia il passato….

          Non penso a programmi educativi ministeriali ma al dialogo che può anche finire col dire che non abbiamo bisogno dell’arte, paradossalmente. Sicuramente non servono a nulla musei aereodinamici con contenuti vecchi e staccati dalla realtà (tipo maxxi di roma ultimamente).

          • Scusa Luca ma, anche qui, non son tanto d’accordo. Che i ragazzi meno “dotati” vengano dirottati verso l’artistico è un male e non ci piove ma i tre quarti di coloro di cui parla la storia dell’arte erano autodidatti o comunque non provenivano dalle accademie e credo che che altrettanto accadrà alle storie dell’arte di domani e dopodomani. Casomai ci potrebbe essere un problema di “efucazione artistica” nelle scuole dell’obbligo (e indubbiamente c’è) Ma, anche qui, se ben osserviamo (e qui rispondo ad altri commentatori come Manlio e Miao) i bambini sono molto piú “ricettivi” e “comprendo” (nel senso piú immediato del termine) l’arte contemporanea con maggior immediatezza degli adulti. Sarà forse perchè (per parafrasare una frase celebre) “a che giova avere arte contemporanea se non si hanno occhi nuovi per guardarla?” (e forse anche il tuo gatto ha occhi piú nuovi dei tuoi ;-) )

          • il materialismo

            una concezione dell’arte materialistica, quella di serenovariabile, che non condivido e che – mi pare – non può spiegare il fenomeno del ready-made: utilizzare un orinatoio come orinatoio è applicare a esso un occhio artistico? se è così, allora i nostri criteri di valutazione della qualità artistica dovrebbero essere, chessò, il fatto che l’orina defluisca velocemente e senza intoppi. Io reputo più plausibile che il mio gatto, quando arrota le unghie sulle tele dei quadri, pensi “che ottimo tiragraffi!” e non “che ottima opera d’arte!” ;)
            per questo, credo, servirebbe un po’ di educazione artistica: comprendere quali siano i criteri d’artisticità e quali no, quale sia il modo di relazione da intessere con l’opera d’arte IN QUANTO opera d’arte e non in quanto tiragraffi, orinatoio, scolabottiglie ecc.
            ovviamente i criteri non vanno imposti, come dice giustamente Rossi, serve un dialogo mediante il quale stabilire collettivamente a cosa ci riferiamo e quali criteri adottiamo quando pensiano all’arte IN QUALITA’ DI arte.

          • la strumentazione

            le persone, caro Rossi, non si avvicinano all’arte anche perché gli strumenti che potevano essere applicati, un tempo, alla maggiorparte delle opere – mi riferisco anzitutto agli strumenti estetici – oggi si rivelano perlopiù spuntati, inapplicabili ai testi artistici. da un lato, dunque, abbiamo questa inapplicabilità, dall’altro non sono stati forniti, culturalmente, strumenti alternativi in grado di leggere l’arte per le qualità che le sono proprie. così finisce che la gente non va nei musei perché si trova disorientata non avendo i mezzi di relazione appropriati.
            a questo servirebbe un’educazione, e tu fai bene a lamentarne la mancanza.

      • Jens Stoltenberg

        Rossi sei tristissimo, vai a un concerto dei Take That o di tuo padre Vasco Rossi se vuoi il pubblico.

  • miao

    caro manlio, il mio gatto ha 6 anni, anche lui apprezza i dipinti che ho in casa (quando mi distraggo); a quanto pare li trova davvero interessanti per affiliare le unghie sulla tela. potrei dunque concludere che per il fatto di “fruire” dei dipinti (arrotando le unghie) egli ha consapevolezza artistica? non credo.
    un dipinto, una scultura o ciò che è si possono apprezzare in mille modi, ma non tutti i modi si riferiscono ai valori artistici che l’opera veicola.

  • clio

    hai ragione da vendere SerenoVariabile!

    non esageriamo col mito dell’educazione e della formazione in ambito artistico!
    è un aiuto, punto
    anzi… c’è il rischio che si riveli un AIUTINO!

    NON si ‘fanno’ i pubblici come non si ‘fanno’ gli artisti
    e PER FORTUNA!

    sopravvive questo mito del ‘sistema’, ahinoi, persino nelle cose dell’arte!

  • il linguaggio e l’educazione

    clio, tu puoi comprendere ciò che ha scritto Rossi e rispondere a lui coerentemente, e io posso comprendere ciò che hai scritto tu e risponderti coerentemente solo se condivido con te i significati dei termini che occorrono nel linguaggio che condividiamo; a tale condivisione veniamo culturalmente educati, non è questione di aiutini. se “arte” è un segno dotato di significato, e se noi vogliamo che occorra nei discorsi che facciamo, dobbiamo condividerne il significato. altrimenti la comunicazione è impossibilitata.

    • Come ho gia’ detto (credo sempre a te anche se continui a cambiare il nik) non e’ affatto vero che i termini che usiamo abbiano un significato “condiviso”: I realta’ i i “termini” che noi usianmo sono piu’ simili a delle “nuvole semantiche” che a dei cartelli stradali, come piacerebbe a te.
      La definizione di arte che tu dai, ad esempio (“arte e’ un segno dotato di significato”) nella sua apparente chirezza e semplicita’ scientifica e’ in realta’ estremamente vaga perche’ bisogna capire che cosa intendi tu e per converso il tuo intelocutore p[er “segno” e per “significato”. E’ inoltre tutt’altro che esaustiva di cio’ che e’ arte perche’ ci sono opere d’arte che non si estrinsecano in un “segno” (vedi “suoni”, “luci” per non parlare di tutto il mondo delle “performances”) e ce ne sono altrettante (e forse molte piu’) che non sono affatto dotate di un “significato” ma che creano o evocano “emozioni”, “sensazoni”, “sentimenti”

      • la scelta dell’artista

        luciano, abbi pazienza, ma se noi parliamo è perché riteniamo di capirci. e per capirci è necessario condividere i significati dei termini che utilizziamo. a volte sarà più probabile, a volte meno. ma la speranza di entrambi e che vi sia una condivisione di significati. perché, dunque, nel caso del significato di “arte” non si dovrebbe sperare vi sia condivisione di significato tra i parlanti?

        • E’ chiaro che se parliamo e’ perche’ pensiamo di capirci ed, in effetti, cio’, il piu’ delle, volte accade. Questo non significa affatto che i termini che noi usiiamo abbiano davvero lo stesso identico preciso significato per ciascuno di noi ma, solo, che ne rappresentano una accettabile approssimazione sufficiente a farci intendere, per questo prima ho parlato di “nuvola semantica”, una nuvola non disegna nel cielo una figura geometrica definita o definibile ma rimane, un “oggetto” cospicuo cui posso far riferimento ed indicare ad un altro anche se non sono in grado di “definirla” in maniera precisa: se ti dico guarda quel nuvolone nero, tu non hai dubbi a guardare l’oggetto che ti indico anche se non mi e’ possibile dirti dove esattemente incominci e diove esattamente finisca . Per farti un altro esempio: se tu conosci molto bene un’altra lingua sei in grado di leggere un testo sia nella lingua originale che nella sua traduzione Italiana. Se e’ un testo “poetico”, per fare l’esempio estremo, ti accorgerai che i termini della traduzione, spessissimo, non sono la traduzione piu’ “ovvia” (e spesso neppure quella piu’ “vicina” come significato) a quelli del testo originale, e cio’ non ostante tu, pur leggendo la traduzione (se e’ una “buona” traduzione), comprendi benissimo non solo il significato del testo originale ma anche il “pensiero” e le “emozioni” dell’autore.
          Qunato ad “arte”, con la definizione che te ne ho data sopra, sparice ogni incertezza sul signioficato. Il fatto e’ che tu confondi (inendo nel senco “unisci”) “l’essenza” con il “valore” (estetitco o economico che sia) mentre “l’essere” (atto costitutivo dell’artista) precede e non puo’ che essere cosi’, “l’aver valore” (giudizio del pubblico, della critica, del mercato) e totalmente prescinde da esso.

          • la condivisione

            luciano, condividere la portata semantica di un segno è, certo, una questione di approssimazione, lo so bene. ma tale approssimazione diminuisce all’aumentare della condivisione di esperienze e del dialogo. è per questo che, io credo, sarebbe auspicabile una ripresa del discorso teorico in seno alla riflessione ontologica sull’opera d’arte.
            per quanto riguarda il porre un nesso tra “essenza” e “qualità”, continuo a sostenere che esso vi sia eccome: interrogati su quali criteri addotti per stabilire la qualità di ciò a cui ti stai relazionando e perverrai alla sua identità ontologica.

            al di là di tutto, grazie per lo scambio di opinioni

            un saluto.

      • …scusami, riprendo…
        Non solo ma, la definizione che tu dai, in realta’ non circoscrive (definisce) affatto “l’opera d’arte”. Ad esempio i cartelli stradali (e tutti quelli indicatori in genere, dall’omino e la donnina stilizzati dei gabinetti alle segnaletiche entrate in vigore con le norme sull’anti-infortunistica e cosi’ via) che citavo prima, sono proprio il paradigma del “segno dotato di significato” e non sono, ovviamente opere d’arte… a meno che’ un artista non ne “costituisca” uno come tale.

        • i cartelli stradali

          dici bene, luciano. non sono opere d’arte FINTANTO CHE non vengono PENSATE = “costituite”, per usare la tua terminologia) come opere d’arte. Ma, appunto, serve un’idea di ARTE per poter pensare qualcosa IN QUALITA’ DI arte.
          un’idea di arte è quel che manca nella nostra cultura, per chiudere il cerchio del discorso (poi ti saluto, debbo uscire, scusa), ed è per questo che la gente non si rivolge all’arte.
          un saluto : )

  • @ il materialiasmo Credo proprio che tu non abbia ben compreso la concezione di “arte” che propone SerenoVariabile e che condivido pienamente, perche’ e’ proprio l’opposto di quel che tu dici : non “utilizzare un orninatoio come orinatoio” ma casomai “utilizzare un orinatoio come opera d’arte” (e poi l’orinatoio pur essendo stato l primo “ready-made e’ anche il meno empblematico perche’ Duchamp lo espose capovolto, e quindi rendendolo inadatto al suo uso naturale e meno immediatamente “riconoscibile” e lo firmo’, sia pure con un “fake”, come direbbe hm, e dandogli un titolo ronico “Fountain”; casomai lo scolabottiglie, come esempio, e’ molto piu’ appropriato.
    Ripeto qui quanto ho scritto sopra, per chiarirti cio’ che SerenoVariabile intende ;
    “”L’arte e’ cio’ che l’artista ha dichiarato essere tale. Artista e’ colui che si propone come tale. Questo non significa minimamente che tale “oprea d’arte” sia una “buona” o “valida” opera d’arte, ma questo non e’ piu’ un problema dell’artista (o se vuoi di definizione ed identificazione dell’opera d’arte) ma e’ il problema dello spettatore o del critico (e quindi non di identificazione e definizione ma di valutazione e gradimento). Qualunque cosa pero’ possano essi decidere al riguardo, l”opera e’ e continua ad essere “opera d’arte”. “”
    Tu dici “allora i nostri criteri di valutazione della qualità artistica dovrebbero essere, chessò, il fatto che l’orina defluisca velocemente e senza intoppi. Io reputo più plausibile che il mio gatto, quando arrota le unghie sulle tele dei quadri, pensi “che ottimo tiragraffi!” e non “che ottima opera d’arte!”
    Da quanto ti ho detto sopra vedi che non e’ assolutamente cosi’ ma, molto piu’, vedi che “i critreri di valutazione” sono entita’ totalmente esterne, posteriori ed ininfluenti alla definizione di “opera d’arte”.
    Quanto al tuo gatto, purtroppo non pssiamo formular altro che delle ipotesi “plausibili” ma tra di esse ci sta’ pure quella che lo stile o i colori o le forme nei tuoi quadri diano a lui degli stimoli che lo portano a volersi arrotare le unghie su di essi, invece che sui braccioli del divano, il fatto che tu o il tuo gatto riconosciate ed accettiate quei lavori come “opere d’arrte” o meno ha lo stesso identico valore ed e’, egualmente, del tutto ininfluente all’essere o meno, le stesse, “opere d’arte”, mentre, evidentemente, ha grande valenza relativamente al “gradimento” (giudizio) che tu o il tuo gatto accordate alle stesse come “arredamento di casa” piuttosto che come “oggetto di ispirazione e meditazione culturale”, “bene da investimento”, “status-symbol” o “perfetto arrotaunghie”

    • la scelta dell’artista

      luciano, io ho anche domandato se l’artista utilizza criteri di selezione quando si propone di definire la propria opera d’arte… per es., duchamp scelse lo scolabottiglie e lo dichiarò “arte”, fin quì siamo d’accordo, ma perché lo scelse? cosa pensava quando lo scelse? avrà avuto un’idea di “arte” da applicare a quell’oggetto per poterlo dichiarare “arte”, non trovi? perché, appunto, altrimenti non è corretto parlare di scelta…

      • …posso solo risponderti citando quello che lui stesso disse : “non ho scelto i ready-mades per motivi di loro esteticita’ intrinseca o perche’ essi suscitassero in me particolari “emozioni”, ho scelto, al contrario, proprio deglio oggetti che non avessero ai miei occhio ne’ particolari doti di “bellezza” o di “brutezza” ma rappresentassero un perfetto equilibrio tra tali due estremi” (mi scuso ho virgolettato ma in realta’ riporto a memoria e quindi queste non sono certo le sue parole esatte ma ne sono sicuramente una onesta e corretta parafrasi)…

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