Un ministro che ci capisce?

Da Sandro Bondi a Giancarlo Galan. Ovvero, dalla padella alla brace? Già così qualcuno mormora. Però la pensa diversamente chi lo ha conosciuto “sul campo”, in Veneto. Certo, di doman non v’è certezza, ma…

Punta della Dogana
Punta della Dogana

Se non lo conoscete, subito direte, con un ghigno intellettuale: “Altre due braccia rubate all’agricoltura“. Il nuovo ministro della cultura arriva infatti dalla coltura. Ma stavolta non bisogna farsi ingannare da facili sillogismi e abbinamenti.
Ho conosciuto dal vivo Giancarlo Galan sei anni fa. Quando in Veneto cominciò un “curioso” e inaspettato avvicinamento ai temi della cultura contemporanea. Suggeritore dell’attuale ministro era Franco Miracco, storico dell’arte, pensatore sopraffino e tessitore, che gli faceva da portavoce. E che ancora lo segue. Furono anni appassionati e unici in cui la Regione del Veneto diventò un punto di riferimento italiano per la vivacità delle proposte artistiche. Anni di possibilità e sperimentazione. Di tentativi e aperture ai territori di confine.

Giancarlo Galan

Ricordo operazioni come Una nave pirata, una due-giorni di incontri per riformare la Biennale di Venezia, o il sostegno alla nascita di C4, il primo centro di formazione italiano al contemporaneo con Luca Massimo Barbero. Le agende di fine anno della Regione che diventavano Moleskine con i giovani artisti o il sostegno alle mostre di Chiara Bertola alla Fondazione Querini Stampalia. Lo studio del distretto culturale evoluto di Pier Luigi Sacco come le battaglie con il Guggenheim per Punta della Dogana. E le operazioni continue con tantissime piccole, micro associazioni culturali che nel frattempo crescevano nei territori.

Il C4 di Caldogno

Io curai la stanza del Veneto alla Biennale di Architettura nel 2006. Era una stanza che fotografava la situazione dell’ambiente e del territorio in modo duro. Non era di certo uno spot turistico. Non ebbi nessuna intromissione, ma completa libertà d’azione. Galan aveva capito che doveva confrontarsi con il proprio futuro contemporaneo per sopravvivere. Che la cultura non è una questione di mostre ed eventi. Non è catering. La cultura è il motore economico e sociale del Paese. Come ci spiega Sacco. Più cultura uguale più pane. Direbbe lui, al contrario del suo amico-nemico al Tesoro, Mister Tremonti.

Sandro Bondi

Questa non è un’apologia di Galan. È la mia esperienza che partiva inizialmente da una posizione molto critica. Galan ha dalla sua che ci capisce. Che capisce quello di cui parliamo. Che è già moltissimo. Ha imparato la nostra lingua. Comprende le esigenze. Quello che saprà fare non lo sappiamo. Sappiamo che abbiamo però un ministro contemporaneo. Purtroppo senza portafogli. Ma aperto alle nostre richieste.

Cristiano Seganfreddo

  • a. p.

    senza denari non si cantano messe

  • Ricky Chi

    Siamo proprio fortunati. In Italia abbiamo persone che capiscono di cultura e di avicoltura. In una sola settimana, passare dall’occuparsi di sementi geneticamente modificate alla gestione di uno o più festival del cinema, ha del sorprendente.
    Sì, siamo decisamente fortunati ad avere simili burocrati.

  • Gian Maria Tosatti

    Prendo nota della posizione di Artribune.
    Non conosco personalmente l’operato di Galan, ma Seganfreddo fornisce argomentazioni. Dunque gli si può dar fiducia.
    L’aver preso posizione sulla questione dei due festival l’ho trovato semplicemente l’espressione di un pensiero sensato. Che la Festa del Cinema di Roma sia un’inutile farsa è chiaro a tutti. Se gli sponsor privati decidono di pagarla sono liberi di fare tutti i circhi che possono permettersi. Ma a un baraccone inutile è bene che non vada nemmeno un euro di fondi pubblici. Al limite il contributo più che statale può essere comunale perché fra luci e lustrini magari si promuove l’immagine di Roma (comunque secondo me nel modo sbagliato). Ma non è in nessun modo affare del ministero.
    E poi si dica una volta per tutte che i soldi non sono importanti. Avere cento milioni di euro da disperdere malamente è una sciagura. Avere dieci milioni di euro da investire con lungimiranza è una benedizione. Il problema dell’Italia non è stato mai quello diavere pochi soldi, ma di averli distribuiti guidati da nepotismo e incompetenza. Avere pochi soldi può essere una occasione per ricalibrare la logica di ottimizzazione del denaro. Se lo facciamo avremo anche diritto a chiedere di più. Ma se i soldi alla cultura servono per darli alle amanti dei ministri (è successo due legislature fa e lo portò agli onori della cronaca il Vittorione nazionale) allora i tagli vanno benissimo.

  • Mastino

    che sia dia al galan la chance del neofita e al suo miracco consigliere la possibilità di consigliare, tanto peggio del crollo psichico del Bondi e di Pompei non si poteva andar…

  • Redazione

    E’ invece è un affare del ministro nel momento in cui un altro festival – seppur pagato da privati e seppur efficace nel marketing territoriale di una data città – erode pubblico e visibilità e ruolo al festival su cui lo stato e il governo investono fior di milioni. Non è dunque soltanto un problema di soldi, ma di ruoli, di caselle da riempire, di posizionamento. Ecco perché Galan ha fatto bene ad uscirsene sul Festival di Roma come se n’è uscito. Indipendentemente dal fatto che il suo dicastero versi o non versi soldi a quella rassegna.

  • Bibi

    la festa del cinema di Roma è solo uno spreco di soldi pubblici il Festival del Cinema di Venezia è una rassegna a respiro internazionale e con una storia alle spalle che tutti ci invidiano speriamo che Galan continui su questo piano……
    Mi chiedo però cosa deciderà per quanto riguarda la presidenza della Fondazione La Biennale, per restare in ambito veneto……

  • Com’è bella la scelta che ha fatto il governo. Come dire: siamo passati dall’allevamento di polli da batteria, all’agri- cultura di merci artistiche, coltivate all’interno di serre- musei. I quali si dimostrano bene asserviti a una logica regressiva di politica- clienterale, improntata a una funzione di controllo e di distribuzione di pacchetti di artisti preconfezionati a tavolino. La domanda è: quanto questo tipo di cultura può cambiare la vita reale degli artisti e del pubblico? Non è casuale che in Italia la ricerca atistica si è chiusa in un salotto piccolo borghese, conforme al “politicamente corretto”. Una finta idea di partecipazione mediatica, che non fa che mistificare la realtà, nella quale risalta l’idiozia e il pressapochismo di tanta innocua arte e cultura contemporanea.