Hauser & Wirth “si prende” Venezia dentro e fuori la Biennale. Storia di una conquista

La galleria Hauser & Wirth, una delle megas mondiali, è stata tra le grandi protagoniste dell’ultima Biennale di Venezia con 14 artisti internazionali coinvolti in mostre dentro e fuori la Biennale ed un antico palazzo veneziano affittato per intero e utilizzato come quartiere generale. Una occupazione militar-commerciale tutta da studiare.

Mappa degli eventi di Hauser & Wirth durante la Biennale d'arte di Venezia
Mappa degli eventi di Hauser & Wirth durante la Biennale d'arte di Venezia

La Biennale di Venezia è l’evento più importante dell’art-world. È l’Olimpo dell’arte, la vetrina più ambita. Per un artista essere selezionato per la mostra del Direttore o in uno dei Padiglioni nazionali può significare dare una spinta notevole alla propria carriera e alle proprie quotazioni. È innegabile che un evento di tale portata sia fonte di grandi interessi anche economici oltre che culturali e noi che siamo da sempre attenti a guardare oltre l’apparenza per analizzare i fenomeni in atto nel mondo dell’arte non potevamo non notare come l’ultima Biennale d’arte abbia ribadito il ruolo predominante nell’art-system della galleria svizzera Hauser & Wirth che ha dominato la manifestazione portando a Venezia un parterre de rois di altissimo livello. La presenza della galleria svizzera in questa edizione della Biennale è stata notevole con 12 artisti internazionali coinvolti in altrettante mostre dentro e fuori l’Arsenale. Non solo, la galleria svizzera ha stabilito il suo quartier generale a Palazzo Barbaro, splendida dimora del 1400 affacciata su Canal Grande, che ha ospitato la mondanissima cena post-inaugurazione della mostra di Philip Guston, artista rappresentato da Hauser & Wirth, che ha dato il via di fatto alla kermesse veneziana. È chiaro che in un sistema dove i fondi pubblici sono sempre più scarsi, le risorse immense investite dalle mega gallerie sono fondamentali per sostenere manifestazioni di tale portata. Fondata a Zurigo nel 1992 da Iwan e Manuela Wirth con Ursula Hauser, oggi la galleria ha sedi anche a Londra, New York, Somerset, Gstaad, Los Angeles, a cui se ne potrebbe aggiungere un’ottava nella splendida riserva naturale dell’Isla de Rey. Un vero e proprio colosso che rappresenta oltre sessanta artisti di primissimo piano e che possiede gli archivi di alcuni degli artisti più importanti del secolo scorso. Spazi espositivi che assomigliano a musei, uno staff immenso, la capacità di catalizzare l’attenzione degli addetti ai lavori sui propri artisti in maniera impareggiabile, risorse pressoché illimitate e un modo unico di intendere la promozione e la vendita dell’arte contemporanea hanno portato la galleria a scalare la vetta delle istituzioni più potenti dell’arte contemporanea secondo la classifica dei Power 100 stilata da ArtReview.

GLI ARTISTI DELLA GALLERIA A VENEZIA

Tre gli artisti di Hauser & Wirth scelti da Christine Macel per la mostra Viva Arte Viva: Anri Sala con l’opera All of a tremble (Encounter I) e Takesada Matsutani con Venice Stream all’Arsenale e Andy Hope 1930 con Gooey 1-Eye ai Giardini. Decisamente più incisiva la presenza di artisti della galleria nei padiglioni nazionali con Mark Bradford in gran spolvero per il padiglione degli Stati Uniti, Phyllida Barlow per il padiglione britannico, Geta Brătescu per la Romania, Zhang Enli per il padiglione antartico. È negli eventi collaterali alla Biennale che è stato coinvolto il maggior numero di artisti di Hauser & Wirth. In primis Philipp Guston alle Gallerie dell’Accademia, tra le mostre più belle in città; Paul McCarthy alla Fondazione Cini; Pierre Huyghe all’Espace Louis Vuitton; Ellen Gallagher a Palazzo Pisani e Berlinde de Bruyckere nella collettiva di Palazzo Fortuny.

IL CASO DEL PADIGLIONE INGLESE

Phyllida Barlow, classe 1944, fino a 10 anni fa era un’artista poco conosciuta, le sue opere avevano quotazioni bassissime e senza nessuna galleria a rappresentarne il lavoro. La svolta è arrivata quando la Barlow è entrata a far parte della scuderia di Hauser & Wirth. Da quel momento la sua carriera ha conosciuto un’ascesa inarrestabile: mostre in spazi pubblici e privati, un’opera commissionata dalla Tate Britain, una retrospettiva alla Kunstalle di Zurigo ed infine la scelta per rappresentare il padiglione della Gran Bretagna alla Biennale 2017. Un caso emblematico il suo che dimostra come l’ingresso in una delle gallerie più potenti del pianeta abbia catalizzato l’attenzione di curatori e collezionisti sul suo lavoro. La 73enne artista inglese che ha vissuto tutta la sua vita d’artista come outsider del sistema dell’arte, che realizzava opere con materiali riciclati per mancanza di fondi per la produzione, che spesso regalava i suoi lavori per le strade di Londra, oggi è una delle artiste più quotate d’Inghilterra con un grande studio nella capitale inglese e cinque assistenti che la seguono ovunque.

L’ARCHIVIO D’ARTISTA NUOVO FILONE DEL MERCATO DELL’ARTE

Uno dei punti di forza di Hauser & Wirth? Possedere tantissime opere di artisti ormai deceduti e di controllarne il mercato di fatto in regime di monopolio. Hauser & Wirth si è specializzata nel settore degli archivi, che si sta delineando come un filone del mercato dell’arte, che consente la gestione e il controllo di una parte consistente delle opere di un artista. La galleria svizzera controlla, infatti, gli archivi di Philip Guston, Mike Kelley, David Smith, Leon Golub, Eva Hesse, Allan Kaprow, Lee Lozano, Fabio Mauri, Fausto Melotti, Jason Rhoades, Dieter Roth, Mira Schendel, Philippe Vanderberg. Se dal punto di vista economico quest’aspetto genera introiti potenzialmente illimitati, dal punto di vista culturale gli archivi consentono di realizzare mostre di livello museale difficilmente realizzabili senza fondi privati. La mostra Philip Guston and The Poets a Venezia è esemplare in questo senso. Curata da Kosme de Barañano, massimo studioso dell’opera del maestro, è organizzata dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia in collaborazione con l’Estate of Philip Guston e la galleria Hauser & Wirth. 50 le tele e 25 disegni, divisi per nuclei tematici, raccontano la ricerca di uno dei massimi esponenti dell’arte americana attraverso la relazione con i modelli e le fonti che lo hanno ispirato.

Qualcuno grida alla conquista dei privati e al primato dell’interesse commerciale. Qualcun altro fa notare come questi interessi economici in prima battuta servano innanzitutto per produrre mostre importanti e costosissime, che gli enti pubblici non potrebbero mai realizzare e che, senza l’apporto degli imprenditori, i visitatori non potrebbero mai vedere.

-Mariacristina Ferraioli

 

www.hauserwirth.com

 

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Mariacristina Ferraioli
Mariacristina Ferraioli è giornalista, curatrice e critico d’arte. Dopo la laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte, si è trasferita a Parigi per seguire corsi di letteratura, filosofia e storia dell’arte presso la Sorbonne (Paris I e Paris 3). Ha conseguito il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vinto la Residenza per Curatori della Dena Foundation for Contemporary Art presso il Centre International d’Accueil et d’Echanges des Récollets di Parigi. Ha lavorato al Centre Pompidou collaborando alla realizzazione della mostra “Traces du Sacré” e ha pubblicato un testo critico sul catalogo della mostra. Ha coordinato l’ufficio Master dell’Accademia di Belle Arti di Brera e ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Redattrice di Artribune, collabora stabilmente con Cosmopolitan Italia e Icon Design. Sta conseguendo un dottorato in Comunicazione e mercati: Economia, Marketing e Creatività presso l’Università Iulm di Milano ed è docente a contratto presso diverse istituzioni tra cui l’Accademia di Belle Arti di Brera.