Tra performance e teatro. Il debutto italiano di Bridget Moser

“Things a Person is Supposed to Wonder” di Bridget Moser, in scena per la prima volta in Italia, è una raccolta di brevi lavori già presentati in Canada. Con ironia e uno sguardo poetico, l’opera racconta i fallimenti dell’individuo e la precarietà sociale, basi dell’estetica della giovane performer.

Bridget Moser. Photo Yuula Benivolski
Bridget Moser. Photo Yuula Benivolski

Si schiarisce la voce, indossa una tuta viola di ciniglia, occhi azzurri, capelli biondi. Intorno a lei la tavoletta di un water, un attaccapanni da montare, tappetini da bagno, uno sturalavandini. Si annoia, si arrabbia. È goffa, stravagante, ma anche angosciante, decadente. Il monologo di Bridget Moser, Things a Person is Supposed to Wonder, appare ironico, intriso di perifrasi, di giochi di parole che ricordano la letteratura dell’assurdo e che si sposano paradossalmente con gli oggetti di scena. Una performance basata principalmente sul grottesco e che unisce oggetti, parole, danza, poesia, teatro, performing art: un mix che si ispira a Beckett e alla prop comedy.
Con queste premesse diventa più facile spiegare perché Moser si mette la tavoletta al collo, il tappeto lo attorciglia intorno a una gamba (“I do not shave the leg where the hair contains a chemical history”) o lo poggia sulla testa mentre si cimenta in un breve esercizio di danza classica seguendo il tempo dell’aria Un bel dì vedremo di Madama Butterfly; “Il mondo è un vampiro”, dice, e allora la giovane performer canadese si costruisce una gabbia ricomponendo l’attaccapanni per incastrarci la testa e il busto mentre cita gli Smashing Pumpkins (“Despite all my rage I am still just a rat in a cage”).

Bridget Moser. Photo Yuula Benivolski
Bridget Moser. Photo Yuula Benivolski

UN MONOLOGO SORPRENDENTE

Elementi diversi tra loro che riescono a collegarsi e ad allontanarsi allo stesso tempo, dando vita a una colonna sonora delineata dalla voce, da tracce musicali spezzate, dai rumori casuali o studiati che nascono dall’interazione con gli oggetti, sottolineando la cura quasi “ansiosa” per ogni dettaglio di questa performance, che a primo acchito sembrava puntare alla mera improvvisazione. Un’ansia percepibile anche durante la messa in scena che Moser utilizza per mostrare ed enfatizzare la precarietà sociale. Un’ansia che si trasforma in impazienza, rabbia, furia. Il monologo sorprende, rileva riflessioni profonde e pone interrogativi a uno “you” metonimico che dovrebbe coinvolgere tutti, come già anticipava il titolo. Domande a volte ironiche a volte intime, che evidenziano i paradossi quotidiani, le vittorie a cui ambiamo e le sconfitte in cui siamo destinati a cadere, che ci stimolano a provare e a fallire, a riprovare e a fallire meglio, come direbbe Beckett.

Bridget Moser. Photo Yuula Benivolski
Bridget Moser. Photo Yuula Benivolski

NARRAZIONI ETEROGENEE

Things a Person is Supposed to Wonder è una raccolta di brevi e bizzarri lavori, potenti perché con l’alternanza tra poesia e humour riescono a intrufolarsi nell’intimo grazie a un approccio “ambiguo” che apre diverse possibilità di espressione e lettura. Virtuosismi e inadeguatezze umane, vicine alla realtà. Gesti ordinari, oggetti quotidiani, dunque, decontestualizzati e risemantizzati, che si incastrano perfettamente creando una narrazione eterogenea capace di divertire, spiazzare, emozionare. Come quando Moser si “stura” la pancia e il viso, quando dice “What would you do?; what I would do; ‘going bad’, rotting from the inside” o quando, stesa a terra come un insetto, esce di scena ripetendo e urlando affannosamente: “A Very Reflexive Acid: acidic or basic; I have seen your base and now I want to be a very reflexive acid”.
Un gioco, dunque, che con leggerezza scava, cerca nuove vie usando l’ordinario che passa inosservato, pur essendo così presente da risultare sempre davanti ai nostri occhi.

Alessandra Corsini

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AutoreBridget Moser
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Alessandra Corsini
Alessandra Corsini è laureata in Dams Teatro, è stata blogger per “La danza nella città 2015” (blog ufficiale della Biennale Danza), ha scritto per “Altre Velocità” e ha aperto un'associazione culturale con altre tre colleghe da cui è nato “BlaubArt – dance webzine”. Prima danzava, ora vorrebbe inghiottire un vocabolario per avere sempre le parole giuste.