Geografie immateriali, tra danza e pittura

Si è appena conclusa la diciottesima edizione del Festival Danza Urbana di Bologna. Uno dei luoghi che lo ha ospitato, il Complesso di Santa Maria dei Servi, è stato attraversato dallo spettacolo “Siena” della compagnia spagnola La Veronal.

Siena, La Veronal - foto di Renzo Zuppiroli

Nello stanzino appartato, le cui pareti si vennero coprendo a poco a poco di mappe inverosimili e di grafici favolosi, gli insegnò a leggere e scrivere e a far di conto, e gli parlò delle meraviglie del mondo non solo fin dove arrivavano le sue nozioni, ma forzando fino all’incredibile i limiti della sua immaginazione”: il visionario Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez pare adatto a introdurre la diciottesima edizione del Festival Danza Urbana di Bologna, nel cui titolo-guida, Geografie immateriali, risuona l’indicazione di poetica del direttore artistico Massimo Carosi: “Sottraendosi a qualsiasi traduzione cartografica, il paesaggio è esperienza soggettiva di un luogo e al contempo espressione di una moltitudine di singolarità”.
Nove compagnie, provenienti da Italia, Spagna, Israele e Corea del Sud, hanno tracciato una mappa sensibile di Bologna, interagendo con il Complesso di Santa Maria dei Servi, con il Museo del Patrimonio Industriale, con il Canale Navile e con vari altri spazi pubblici e privati della città.

Siena, La Veronal - foto di Renzo Zuppiroli
Siena, La Veronal – foto di Renzo Zuppiroli

Il Festival è stato inaugurato da una riflessione teorica sul rapporto tra geografia, identità e paesaggio a cura del geografo Franco Farinelli, di due performer che a diverso titolo si stanno interrogando sulla relazione tra corpo e spazio urbano o naturale (Alessandro Carboni e Leonardo Delogu) e della paesaggista Annalisa Metta.
Tra gli spettacoli in programma, vale segnalare almeno la creazione di Alessandro Carboni per il Canale Navile e Ballroaming, “performance urbana partecipata” a cura di CollettivO CineticO.
Grande attesa per Siena della compagnia spagnola La Veronal, sesto capitolo di un ciclo di dieci opere che il cineasta e coreografo Marcos Morau ha dedicato all’arte e alla cultura italiana: “Siena si sviluppa su più piani: quello estetico, che attraversa la storia dell’arte italiana, quello drammaturgico, che è affidato alle parole di Pablo Gisbert e quello coreografico, per una danza geometrica, che traccia linee fisiche e traiettorie emotive”.
In Siena cinque danzatrici si intrecciano con sapiente, algida precisione, a comporre strutturatissime coreografie eseguite davanti a grandi tele: paesaggi cupi e figure austere, un movimento segmentato, energico, pulitissimo. L’azione è accompagnata da una serie di registrazioni: sorde campane a morto, risate, applausi, discorsi di uomini politici, audio-guide da museo e molto altro.

Siena, La Veronal - foto di Giancarlo Donatini
Siena, La Veronal – foto di Giancarlo Donatini

La sovrapposizione di queste tre manifestazioni estetiche, nei solenni spazi del Complesso di Santa Maria dei Servi (eccezionalmente aperto grazie alla collaborazione con la Delegazione locale del FAI), crea un cortocircuito stratificato e prismatico: le cinque performer in divisa da schermidrici potrebbero essere considerate la trasposizione coreutica delle altrettante figure dell’arcinoto Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso: incarnazioni anti-mimetiche, taglienti e angolose dell’ineludibile pluralità della (rap)presentazione.
La glaciale, distaccata bellezza dell’insieme è la cifra (e forse in parte il limite) di Siena, spettacolo della compagnia spagnola La Veronal, per la prima volta a Bologna grazie al raffinato Festival Danza Urbana.

Michele Pascarella

http://www.danzaurbana.it/