“Upside Down”. La danza secondo Xavier Le Roy

Il Centre Pompidou e il Teatro della Città Internazionale di Parigi hanno invitato l’artista francese per una “Rétrospéctive” e un focus sulla sua carriera. Vi raccontiamo chi è Xavier Le Roy.

Xavier Le Roy, Self Unfinished - photo Katrin Schoof

Biologo di formazione, a partire dal 1991 Xavier Le Roy ha deciso di consacrarsi interamente alla danza. Oggi il pensiero coreografico dell’artista francese ha trovato il suo spazio specifico nel canale istituzionale dell’arte contemporanea. A cavallo tra febbraio e marzo scorsi, Xavier Le Roy è stato infatti protagonista di uno dei più attesi appuntamenti coreografici parigini, il Nouveau Festival del Centre Pompidou, e di un Focus dedicatogli dal Teatro della Città Internazionale di Parigi, di cui è anche artista in residenza. Qui Xavier Le Roy ha dunque messo in scena il trittico 3 SOLI – Self Unfinished, Produit de Circostances, entrambi del 1999, e Le Sacre du printemps del 2007. Nella Galleria sud del Centre Pompidou ha invece presentato Rétrospective, creazione esposta nel 2012 alla Fondazione Antoni Tàpies di Barcelona e visibile prossimamente al TheaterWorks di Singapore e al PS1 di New York.
Quello che conta è la composizione”, afferma il coreografo con fermezza. In effetti, a più riprese Le Roy parla di montaggio, di collage, di giustapposizione di cose di natura differente, innestandosi in quell’estetica che i surrealisti presero in prestito dal conte di Lautréamont. “Bello come l’incontro fortuito su una tavola di dissezione tra una macchina da cucire e un ombrello”.

Xavier Le Roy, Produit de Circostances - photo Katrin Schoof
Xavier Le Roy, Produit de Circostances – photo Katrin Schoof

In Produit de Circostances s’alternano senza soluzione di continuità due azioni, due luoghi e due visioni del corpo in movimento. Il parlare si giustappone al fare, un leggio da conferenziere posto davanti a uno schermo per la proiezione di diagrammi scientifici fa da contraltare a una sedia, che è per Le Roy un elemento della vita quotidiana e un riferimento a Chair/Pillow della coreografa americana Yvonne Rainer. Infine a un corpo mosso dal discorso della scienza si alterna un altro corpo, quello silenzioso che danza. Il tentativo, ci spiega Le Roy, è quello di non separare, di non gerarchizzare, di apprendere un’« oggettività soggettiva » e viceversa una “soggettività oggettiva” convinto che “muoversi è pensare”. Il movimento, la danza di Produit de Circostances è allora questo va e vieni continuo, questa moltitudine di relazioni tra oggetti differenti che non esistono l’uno senza l’altro.
In Rétrospective quest’idea investe il concetto stesso di storia o meglio di biografia. Le Roy ha chiesto infatti a diciannove performer di comporre una partitura coreografica risultante dal montaggio di pezzi espunti dal suo repertorio personale e da quello stesso dei danzatori. Per otto ore al giorno lungo l’arco di venti giorni, il pubblico ha assistito allo svolgersi di una storia della danza che si costruisce come un caleidoscopio di frammenti di movimenti, suoni, discorsi, stratificazioni di forme del tempo di volta in volta diverse. Per Le Roy si tratta di “ricostruire una storia che è la mia, tutta personale” e insieme di inventare un dispositivo che metta in questione gli schemi spazio-temporali della narrazione biografica. Questo lavoro è l’occasione rara per noi d’osservare la storia della danza dal punto di vista del corpo, di produrre un pensiero sulla storia che solo il corpo sa generare. Xavier Le Roy ha il merito di aver contribuito a creare questo spazio storico, politico ed estetico per un corpo che lui definisce “contaminato”, incapace di trasformarsi completamente in teoria, ma che tuttavia produce continuamente forme e movimenti. La sua danza è allora per noi simile a quella sedia, topos di molti dei suoi lavori.

Xavier Le Roy, Le Sacre du printemps - photo Vincent Cavaroc
Xavier Le Roy, Le Sacre du printemps – photo Vincent Cavaroc

La sedia del primo trittico, Narcisse flip (1997), in cui il corpo si muove a pezzi senza alcuna pretesa di unità. La sedia di Produit de Circostances, luogo esilissimo dell’ignoto che bilancia il piedistallo solenne della scienza. La sedia infine di Self Unisched, da cui il corpo prima si avventura verso le proprie zone d’indiscernibilità, là dove si perdono le coordinate cartesiane dello spazio-tempo e non si sa se si è una pianta o un animale o un’altra particolare forma di vita; e dopo il luogo da cui il corpo contempla quel paesaggio di trasformazioni, all’inverso. Upside down di Diana Ross è il pezzo con cui Le Roy ci lascia alla fine della pièce ad ascoltare le nostre di trasformazioni, messi sottosopra dalla sua danza.

Marco Villari

www.centrepompidou.fr

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Marco Villari
Marco Villari è nato a Messina. Si è laureato in Storia dell'arte contemporanea presso l'Università di Roma La Sapienza. Ha sempre nutrito la ricerca teorica sull'immagine attraverso una tenace pratica delle arti sceniche. Ha partecipato alla Stoa, la scuola sul movimento ritmico che Claudia Castellucci ha diretto al Teatro Comandini. In questo contesto ha scritto e pubblicato un denso studio all'acqua: “Jets d'eau. L'analisi dell'acqua. Bernini, Bacon, Hitchcock”. Ha animato in seguito un corso d'arte contemporanea per gli allievi delle scuole sperimentali, dirette da Claudia Castellucci, in Sardegna e per la Biennale d'arte urbana di Bordeaux. Ha inoltre collaborato con il gruppo Barokthegreat di Sonia Brunelli e Leila Gharib. Vive attualmente a Parigi, dove svolge una ricerca sulla visione aerea da Omero ad Ambrogio Lorenzetti. Ha fondato con tre amici un progetto d'editoria indipendente: ivi.publications. Progetta con loro un viaggio nell'antica Madras, città delle scuole d'arte indiane.