Ronconi e il panico di chi si sottomette

In scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano, “Il panico”, dal ciclo sui sette peccati capitali del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd. Una commedia farsesca e amara, sotto il segno di un realismo magico in cui vivi e morti si confondono e la follia della precarietà serpeggia.

Luca Ronconi, Panico, 2013 - photo Laselva

Dopo essersi già cimentato con La modestia, Luca Ronconi mette in scena Il panico, altro capitolo dell’eptalogia sui sette peccati capitali del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd (l’ispirazione si deve al dipinto di Bosch I sette peccati capitali). Il panico del titolo è l’inquietudine di una precarietà che serpeggia costantemente, una destabilizzazione sottile e costante che dà leggere ma insopportabili vertigini. Ma è anche da intendersi – lo dichiara Spregelbund stesso – come simbolo dell’accidia, che oggi prende la forma di un’accettazione supina delle sovrastrutture sociali e degli abusi del potere.
I personaggi della commedia sono in evidente crisi d’identità, così come lo sono la società di cui fanno parte (l’Argentina della crisi finanziaria) e un’intera epoca, la nostra. E il risultato di questo spaesamento ha effetti comici a tratti irresistibili: le atmosfere del realismo magico tipico della letteratura e del teatro sudamericani si sposano con un’acuta ironia fatta di paradossi, equivoci, ridicole e tenere debolezze ostentate come fossero punti di forza. I morti non sanno di esserlo, i vivi sono impotenti come fossero già morti: all’origine dell’intreccio c’è la morte di Emilio, che però passeggia ancora come se nulla fosse nella sua casa e in quella dell’amante. La sua famiglia non ha tempo di piangerlo, perché deve cercare la chiave della sua cassetta di sicurezza per disporre dell’eredità. Da qui hanno origine le situazioni parossistiche di cui vive l’opera, popolata da agenti immobiliari insicuri, sensitivi sessualmente sregolati, psicanalisti sfiniti. E da personaggi immotivatamente tronfi, come la sedicente coreografa d’avanguardia.

Luca Ronconi, Panico, 2013 - photo Laselva
Luca Ronconi, Panico, 2013 – photo Laselva

Ma mai la satira sfocia nel qualunquismo. L’inadeguatezza dello psicanalista, della coreografa e della goffa ballerina dipende, infatti, da loro stessi e dal contesto in cui si trovano ad agire. Non vengono dileggiate la psicanalisi o l’arte d’avanguardia in sé, come il luogo comune e la ricerca facile della risata vorrebbero. La messa in scena di Luca Ronconi è di disarmante qualità tecnica e gli attori sono tutti straordinari, anche quelli impegnati in ruoli minori. La decisione di far recitare gli attori su un piano inclinato è, poi, perfettamente simbolica dell’instabilità morale che viene descritta.
Ma un minimo di perplessità c’è, alla fine delle tre ore di uno spettacolo comunque fuori dal comune. Il contenuto è in parte messo in ombra dalla forma perfetta, il significato metaforico dell’opera è un po’ sacrificato all’esuberanza della narrazione e dell’espressività. E anche la scelta di una recitazione sempre sopra le righe finisce per rivelarsi un’arma a doppio taglio: se tutto è metalinguistico alla fine nulla lo è, e si sfiora il virtuosismo estetico.

Stefano Castelli

Milano // fino al 10 febbraio 2013
Il panico di Rafael Spregelburd
regia di Luca Ronconi
PICCOLO TEATRO STREHLER
www.piccoloteatro.org

CONDIVIDI
Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.