The Nomad’s way: Open for everything

I Rom sono la più grande minoranza etnica in Europa. Spesso vengono emarginati o perseguitati. Una coreografa sperimentale come Constanza Macras ora vuole farla finita con il pregiudizio. Per le musiche del compositore gitano Marek Balog e la gentile concessione del Vienna Festival.

Open for everything, foto Thobias Götz

Open for everything è un viaggio attraverso il degrado delle comunità Rom in Europa, persone per le quali le possibilità di vivere e lavorare come qualsiasi altro cittadino sono piuttosto basse. Un popolo le cui tradizioni itineranti sono state sostituite da una vita sedentaria miserabile accanto allo sradicamento del loro folclore. Erano una società di cantanti, ballerini, artisti, pensatori e si muovevano in tutto il mondo in conseguenza delle opportunità di far spettacolo e dar espressione al loro esistere. Perché quello era il loro lavoro. Le musiche del compositore Marek Balog vogliono riportare in scena quell’antica sapienza e coinvolgere il pubblico. La produzione sarà realizzata da Constanza Macras, in collaborazione con musicisti Rom, professionisti e dilettanti di ogni età, e la compagnia di danza DorkyPark, tutti provenienti da diversi paesi tra i quali provenienti da Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca, Israele, Germania, Paesi Bassi, Canada e Sud-Corea.

Open for everything, foto Thobias Götz

La gente ha paura degli zingari e in genere si teme ciò che non si conosce. Così il timore e l’ignoranza generano spesso pregiudizi e incomprensioni dalle quali è facile far germogliare i semi dell’odio e dell’intolleranza. Per sperare di poter creare un giorno una società meno razzista e “aperta a tutto” è necessario imparare a conoscere gli altri, i diversi da noi. E sarebbe fondamentale considerarli come portatori di una cultura, né migliore, né peggiore, ma semplicemente diversa dalla nostra. Indubbiamente capace di arricchirla. I Rom sono una minoranza malvoluta, la meno accettata dalla società occidentale secondo le statistiche. Se ci si sofferma a pensare (e ad ammetterlo) anche nell’immaginario degli italiani lo zingaro è rappresentato come l’uomo nero, il cattivo, il rapitore di bambini, il ladro, il rissoso: ma i veri Rom non sono un insieme omogeneo di banalità e stereotipi. E quest’opera si prefissa esattamente lo scopo di presentare al meglio questa comunità, la loro storia, la loro cultura e la loro musica, la loro particolare concezione del mondo e la loro umanità, nel tentativo di attraversare i luoghi comuni per portare il pubblico ad abbandonarli completamente.

Open for everything, foto Thobias Götz

Al compositore Marek Balog è riuscita bene questa fusione tra culture. Un’idea scaturita dal desiderio di farsi conoscere e portare in scena la propria brutale bellezza di popolo incompreso, un’iniziativa culturale nata più di tre anni fa dall’incontro del musicista con un gruppo di altri 18 Rom ungheresi, cechi e slovacchi, più precisamente appartenenti a due clan distinti, di età comprese tra i 12 e i 56 anni, composto da dilettanti, professionisti e artisti. Ma ancora mancava un tassello per portare la realizzazione al compimento finale. Quest’ultimo arrivò nel 2009, quando il sogno di un’opera gitana acquista finalmente una forma concreta grazie all’incontro con la coreografa argentina Constanza Macras, famosa per aver fatto della danza sperimentale il suo modo di dare espressione all’astratto.
Grazie all’artificio del balletto e delle meravigliose voci dei protagonisti, l’argentina riesce a mettere in scena il contrasto tra il romanticismo della zingara in viaggio e la spiacevole sensazione di essere perennemente sospesi nell’incertezza di una vita nomade, schiacciati dalla nostalgia di un alloggio permanente e dalla miseria del vagare moderno. Open for everything raffigura un viaggio dentro, fuori e attraverso la concettualizzazione dell’alterità Rom. Ma attenzione: non porta sulla scena un documentario politico – che sarebbe anche sbagliato – ma semplicemente un gruppo eterogeneo di persone che a turno raccontano la propria vita, le loro esperienze, passioni e disperazioni. I Rom sono come gli altri europei, ha detto l’argentina, solo con un miglior senso del ritmo. Ed è proprio attraverso il ritmo e le musiche che la coreografa cerca di infondere fiducia dal palco per stimolare nel pubblico, non compassione per gli attori, bensì rispetto e dignità.

Open for everything, foto Thobias Götz

È appunto un viaggio attraverso la situazione odierna di stallo e di miseria dei Rom. E’ quindi una denuncia. Ma non come ce la si aspetterebbe: infatti è molto di più. E’ uno spettacolo che riesce ad attraversare tutti gli stereotipi immaginabili sugli zingari, per spiegarli, analizzarli, portarli all’esasperazione e finalmente distruggerli.
Nella percezione del pubblico, che rappresenta un campione della società, i Rom esistono soprattutto come un problema: concepiti come poveri e criminali, come “zingari” che non vogliono integrarsi. Allo stesso tempo però rappresentano il mito esistente di un viandante, di un pellegrino, il sogno del cavalier errante. Dunque, la Macras riprende il filo narrativo dei viandanti e si confronta con le esperienze migratorie dei Rom in fuga e con i ballerini della compagnia DorkyPark e il loro nomadismo teatrante che è parte integrante della loro professione.
Non è quindi una storia triste, ma una trama cantata che diventa un ponte di unione che scova i possibili punti di contatto fra le diverse culture. E’ un piacevole e intenso show capace di trasportarti per due ore senza avvertire il passar del tempo. E’ allegro, dinamico e a tratti malinconico, proprio come vuole la cultura gitana: melodie tristi, per ricordare il dolore provato, alternate a esplosioni di tamburi e danze smodate per festeggiare il superamento delle difficoltà e il ritorno alla bellezza della vita. Molto forte è la scena in cui una donna tedesca, fintamente interessata a conoscere la cultura gitana, viene fermata alle porte del campo nomadi e messa davanti ai numeri della tragedia dell’Olocausto. Dramma, anche zingaro, quasi completamente dimenticato. La storia dei Sinti e dei Rom, infatti, presenta molti aspetti comuni a quella del popolo ebraico. Entrambe le etnie hanno vissuto per secoli in Europa senza avere una loro patria ed entrambe sono state discriminate, ghettizzate fino ad essere osteggiate dalle leggi razziste del fascismo e del nazismo. Per poi sfociare in quella follia che fu il genocidio dei due popoli.

Ma allora perché gli Ebrei hanno suscitato più scalpore e pietà del popolo gitano?
Perché la storia dei Rom si basa esclusivamente sulla loro memoria ed è un mosaico di storie e fiabe. E la memoria, da sola, è fragile ed è un concetto troppo debole per riuscire a veicolare la storia di un intero popolo. I Rom non sembrano voler sapere da dove vengono, né perché. Forse è il loro spirito di rassegnazione nei confronti degli eventi della vita, causata dalla mancanza di informazioni su se stessi, a non farli accettare dagli altri. O forse, l’emarginazione è semplicemente dovuta al fatto che vivono incollati al presente, senza nessuna prospettiva al futuro o proiezione nel passato, perché questa è sempre stata una strategia di sopravvivenza per loro. Ma è possibile mantenere questo tipo di stile di vita oggi? Può esserci spazio per una cultura simile nella società odierna? Saremmo in grado di rispettarla? E quali condizioni sarebbero necessarie per preservarla?
Ecco, questi sono solo alcuni dei quesiti che quest’opera ci pone.

Martina Camilleri

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Martina Camilleri
Martina Camilleri (1984) ama scrivere e si occupa di comunicazione per l’arte, la musica e la letteratura contemporanea. Cresciuta sotto le cattive influenze di una dittatura mediatica, decide ben presto di partire per trovare rifugio artistico all’estero. Si forma in teatro, fotografia e arte visuale e lavora tra Francia, Norvegia, e Spagna. Una volta tornata in Italia si laurea in comunicazione e politica alla Sapienza di Roma, ma riparte grazie ad una borsa di studio vinta per un master in New Journalism a Berlino. Città che non ha ancora abbandonato.