Jululu, anima africana. Un film sul caporalato e i nuovi schiavi

La storia esemplare di Yvan Sagnet è spunto e origine di questo cortometraggio premiato al Festival di Venezia, nell’ambito di un progetto promosso dal MiBACT. Si parla di migranti, di schiavitù fra le campagne italiane, di diritti negati e di battaglie necessarie. E si parla della dignità di un popolo, quello africano, in cerca di riscatto. E di rispetto.

Jululu, 2017, un film di Michele Cinque
Jululu, 2017, un film di Michele Cinque

Tre quintali ogni sessanta minuti, un quintale ogni venti, cinque chili al minuto, diciotto-venti quintali in dieci ore, per sei-sette cassoni da riempire. Ogni cassone tre euro e cinquanta, sette euro in due ore… Le cifre si affastellano vorticosamente e ingolfano il cervello. Un trucco per non pensare. E scandire il tempo così, trasformandolo in moneta e in merce da riporre su un camion. Il tempo è nemico e non si lascia plasmare: è una massa greve, tutta uguale, che assomiglia a una condanna senza espiazione. Casse, centesimi, pomodori, il sole sulla testa, nessun riparo. Le ore corrono feroci e non resta che contare, ammassare, smaltire. Spegnere la testa. Prima o poi il tramonto arriverà.

Jululu, 2017, regia di Michele Cinque
Jululu, 2017, regia di Michele Cinque

L’ORRORE DEL CAPORALATO

Comincia così Jululu, con il solito tragitto all’alba, dal ghetto fino ai campi, e poi la routine di quella schiavitù odierna, chiamata beffardamente “lavoro”. Né diritti, né servizi minimi, né rispetto; niente codici, leggi, nessun futuro. Quella che Michele Cinque sceglie di raccontare col suo film è una storia ai confini della civiltà. Ambientata nei recessi di certe province italiane: Sicilia, Puglia, Lazio, Campania. Sfruttamento dei nuovi schiavi nella campagne del centro-sud, con i cinici caporali – spesso stranieri essi stessi – al soldo dei veri padroni: i generali a capo della grande distribuzione, gli uomini delle multinazionali, i signori del business che l’inferno non lo vedono nemmeno, protetti dal comfort dei loro uffici nel cuore delle metropoli d’Europa. Sono loro a guidare la macchina diabolica, fingendo di non sapere. L’economia agroalimentare succhia risorse e sputa valore anche così, sulla pelle degli operai stagionali. I casi di vessazioni, minacce, umiliazioni, violenze carnali sulle donne, si sommano alle condizioni di vita estreme, all’assenza di qualunque etica del lavoro e alle paghe da fame. I migranti, in quanto fasce più deboli, sono tra le vittime principali.
Prodotto da Lazyfilm e presentato alla 74esima Mostra del cinema di Venezia, il corto si è guadagnato il premio per la miglior regia nell’ambito del Progetto MigrArti 2017, promosso e finanziato dal Ministero dei Beni Culturali: un bando cinematografico per la valorizzazione delle culture dei popoli migranti in Italia, in un’ottica di sviluppo e dialogo interculturale.

Yvan Sagnet
Yvan Sagnet

LA STORIA DI YVAN

Ventitré i titoli in concorso e il trionfo finale per Jululu, nato anche grazie a un’intuizione di Yvan Sagnet, voce narrante e volto chiave del film. “L’assenza dello Stato produce un’altra legge: il ghetto è necessario al sistema economico”: parole che Yvan non ripete come un semplice copione. Parole che sono per lui carne e sangue, coscienza e disperazione, battaglia infuocata e sete d’informazione.
Camerunense, classe 1985, arrivato in Italia per completare gli studi in ingegneria al Politecnico di Torino, decide a un certo punto di trovarsi un lavoretto per arrotondare il budget della borsa di studio: era l’estate del 2011 e la sua nuova direzione temporanea erano le campagne di Nardò, in Salento. Qualche mese di fatica, per poi tornare sui libri con un gruzzoletto in tasca. Ma qualcosa andò storto. Qualcosa ferì l’orgoglio, l’intelligenza, la dignità e il senso morale di un giovane africano in cerca di cultura, relazioni, integrazione.

Jululu, locandina Venezia
Jululu, locandina Venezia

A Nardò Yvan conobbe il volto della schiavitù contemporanea. “Il ghetto è invisibile, ma esiste”. Sono baraccopoli lontane dalle città, al riparo dallo sguardo della legge e della compassione; sono accampamenti lerci, senza igiene, in cui anche l’acqua pulita è un lusso, e in cui il tuo tempo, il tuo spazio, il tuo bene, diventano concetti astratti. Sacrificati alla disciplina e alla privazione. La libertà svenduta in cambio della sopravvivenza e di qualche moneta.
Davvero troppo per non scegliere la via della ribellione, per non chiedere conto e ragione a una democrazia ancora lontana dal proprio compimento. Quale democrazia, dove i diritti umani e civili vengono calpestati alla luce del sole? Yvan divenne l’anima delle prime rivolte dei braccianti a Nardò. Scoperchiò il vaso degli orrori e si mise a capo della protesta. E il suo impegno non cadde nel vuoto. Nell’ottobre del 2016 il Governo approvò in via definitiva la prima legge contro il caporalato, tra le pagine più giuste dei mille gironi renziani. Un anno dopo, il 12 luglio del 2017, dodici imprenditori e caporali stranieri furono condannati per “riduzione in schiavitù”: la testimonianza di Sagnet – oggi ingegnere, sindacalista per la Flai-Cgil, scrittore e attivista ‒ fu centrale per l’esito del processo.

Jululu, 2017, regia di Michele Cinque
Jululu, 2017, regia di Michele Cinque

SULLE TRACCE DI YULULU. UNA BATTAGLIA CULTURALE

Yululu, film di testimonianza in forma di breve narrazione poetica, ha gli occhi profondi di un ragazzo del Camerun che oggi porta avanti il senso di una lotta non ancora vinta. Yululu ha la memoria di Yvan, la sua determinazione, la sua costanza, la sua scelta morale, tradotte in una piccola storia. Quindici minuti tra i volti stanchi e i desideri sussurrati in penombra, tra l’esercizio della pazienza e la ricerca di un perché, provando a immaginarsi il domani. I giovani braccianti delle prigioni agricole sognano di cantare, di viaggiare, di aprirsi una parrucchieria o di fare successo con una band. E i loro canti, le preghiere, i rari momenti di musica e di evasione, le chiacchiere sottovoce, i pochi minuti al telefono coi genitori, sono gli indizi di un’umanità che resta, nonostante tutto. L’Italia del terzo millennio è anche qui. Tra colpe antiche, incapacità o connivenze attuali, rimozioni puntuali.
Scriveva Sagnet, all’indomani dei controversi sgomberi avvenuti a Roma lo scorso 24 agosto, in cui centinaia di profughi eritrei abusivi furono gettati violentemente in strada, in assenza di soluzioni alternative e di preventive politiche d’accoglienza: “È l’ennesimo affronto dell’Italia all’Eritrea dopo anni di colonialismo che ha distrutto il tessuto sociale, saccheggiato risorse e fatto milioni di vittime nel Corno d’Africa durante il fascismo. I poveri e i disperati sono diventati il capro espiatorio di una società al collasso che vive un clima di perenne campagna elettorale in cui le forze politiche sono disposte a tutto per contendersi il voto dei razzisti della peggior specie in Europa. Ci batteremo fino alla fine per fermare questo declino”.

Jululu, 2017, regia di Michele Cinque
Jululu, 2017, regia di Michele Cinque

Dalla missione fra le campagne pugliesi all’impegno quotidiano per contrastare il clima pessimo a cui diverse forze politiche stanno piegando la propria voce, i propri programmi, le proprie strategie di comunicazione. Tra il plauso della folla e il supporto – non così raro – dei mezzi d’informazione. Quella di Sagnet – e di molti altri ‒ è una lotta spesa fra i tribunali, le comunità di stranieri e di lavoratori, ma anche tra le mille pieghe del tessuto sociale: una lotta culturale, prima che politica.
Yululu, premiato e applaudito in un contesto di grande visibilità quale il Festival del Cinema di Venezia, è figlio e strumento di questa battaglia. È un’arma, un manifesto. Con tutta la chiarezza del messaggio che lo stesso Sagnet ci consegna in chiusura – “Non è possibile effettuare il cambiamento senza una certa dose di follia” ‒ e con tutta la commozione liberata nel canto finale: Badara Seck, musicista griot senegalese con l’aura da sciamano, è in cammino sulle tracce di “Yululu”, l’anima protettrice del popolo africano. Una figura simbolica, giunta per caso in quella terra di nessuno che i braccianti chiamano “ghetto”.
Qui Badara intona le sue strofe struggenti, al crepuscolo, e insegna la legge della fede e della resistenza contro la rassegnazione: “Molte vite si sono perdute, sono finite in mare. Proteggi la nostra terra d’accoglienza. Jululu ti stiamo cercando, vieni a salvarci. Grazie di essere con noi”. La sagoma scura si staglia contro il cielo metallico, a invocare lo spirito della tradizione e della comunità. Un’altra giornata è finita. C‘è ancora tempo per la musica: prima che sia l’alba, prima di riprendere a contare.

Helga Marsala

Jululu, il film integrale sul sito di Rai Cinema
www.labiennale.org/it/cinema/2017

 

CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.