Transparent. La famiglia che non piacerebbe a Dolce&Gabbana

Di famiglie complesse è pieno il piccolo schermo. Come il grande, del resto. Ma questa si candida a prendersi gioco di tutte, arrivando a un incastro di malinconiche ironie e a un’altalena di eccentriche passioni e depressioni da fare impallidire i folli assembramenti di Wes Anderson.

Transparent
Transparent

Questa è la famiglia protagonista: troviamo in rigoroso climax ascendente una tonica madre virilizzata; una piccola di casa bruttina e un po’ naïf, gioiosamente erotomane e disinvoltamente aggrappata a una intramontabile adolescenza; un figlio discografico hipster che sublima le sue incertezze di maschio passivo saltabeccando come una falena tra fragili milf e algide teenager; una primogenita che riprende per i capelli la giovinezza perduta mollando il marito per l’ex compagna di scuola.
E poi ci imbattiamo in lui, baricentro del piccolo e intimo microcosmo attorno al quale ruota tutta la vicenda: il padre. Che è anche madre. E dunque presto ribattezzato con felice intuizione slang moppa, una specie di mapà. Perché tutto cambia, fatalmente e inevitabilmente, quando l’uomo di casa, colui che incarna l’ordine e l’autorità fallocratica, si rivela transgender. E decide, ormai superati i sessanta, di vivere apertamente la propria sessualità.
Arriva con puntualità disarmante Transparent, delicatissima web-serie prodotta dagli Amazon Studios, scritta dalla fervente femminista Jill Soloway (già al lavoro sul cult Six Feet Under), interpretata da uno straordinario Jeffrey Tambor e, tra gli altri, dall’ex cantante delle Sleater-Kinney Carrie Brownstein e da una spassosissima Gaby Hoffmann, figlia di Viva, una tra le muse di Andy Warhol.

Transparent
Transparent

Prende così forma la fotografia in movimento di un istituto – quello della famiglia, appunto – restituito, grazie al filtro del paradosso, alla sua dimensione più intima e radicale. Perché Mort (o Maura, come sceglie di farsi chiamare dopo il coming out) apre con la propria ammissione il vaso di Pandora della verità, diventando suo malgrado modello per una mai facile ma liberatoria ammissione di responsabilità. Le sue debolezze, le fragilità, i timori e le inevitabili crisi aiutano i figli a sciogliere le proprie vite in una maturità contagiosa, certo difficile da sostenere ma finalmente cosciente.
Si costruisce così un affresco commovente, che ci accompagna dall’aggregato di solitudini dei Lambert descritti da Franzen ne Le correzioni all’immagine della famiglia come squadra, come clan, come branco. Dove il ruolo del maschio alfa viene equamente ripartito, l’onere e l’onore dell’autorità e dell’autorevolezza subiscono un processo di democratizzazione. E dove tutti sono chiamati, anche se per poco, a portare i pantaloni.

Francesco Sala

www.amazon.com/Pilot-HD/dp/B00I3MNF6S

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #22

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.