Cinema al Maxxi. Quando Müller porta a Roma l’arte

Lo aveva annunciato lo stesso Marco Müller pochi giorni prima dell’inizio della kermesse. Sarebbe stata la sezione “CinemaXXI” la vera novità del Festival Internazionale del Film di Roma, il luogo in cui dar vita a un percorso parallelo, non in antitesi al concorso ufficiale, dedicato alle nuove correnti del cinema mondiale senza badare al formato, al genere o alla durata delle opere selezionate.

Michael Wahrmann - Avanti Popolo

I frequentatori delle passate edizioni della Mostra del Cinema di Venezia, in particolare chi ha ben presente cosa sia stata capace di regalare la sezione Orizzonti negli anni scorsi, hanno immediatamente compreso di cosa si stesse parlando quando Marco Müller ha annunciato CinemaXXI al Festival Internazionale del Film di Roma. Mentre chi ancora si stava arrovellando alla ricerca del senso di questa controversa manifestazione avrebbe finalmente potuto trovare la risposta fuori dalle sale dell’Auditorium, nel luogo più adatto a ospitare non una, ma infinite proposte di cinema.
Nessuna location, infatti, meglio del Maxxi avrebbe potuto accogliere un simile ventaglio di proposte narrative, ognuna a suo modo aperta e sorprendente, in cui sono stati raccolti e reinterpretati tutti gli stimoli che la cultura visiva contemporanea è in grado di offrire. E la line-up di Müller e dei suoi collaboratori, tra cui l’infaticabile Paolo Moretti, mirata anche a dare dignità e fruibilità a opere altrimenti fuori-circuito, è risultata tanto generosa quanto varia. Lungometraggi, medio e cortometraggi, opere collettive e molti nomi, che hanno saputo esprimere nelle direzioni più diverse la voglia di uscire dai soliti schemi. Tra i più noti, Aki Kaurismäki, Pedro Costa, Víctor Erice e Manoel de Oliveira, Atom Egoyan, Beto Brant e Cisco Vasques, Gian Vittorio Baldi, Guy Maddin, Jerzy Stuhr, Laís Bodanzky, Manoel de Oliveira, Marco Bechis, Maria de Medeiros, Theo Angelopulos, Wim Wenders, Mike Figgis, Avi Mograbi, Michael Almereyda, Amos Poe; ma, a dimostrazione di quanto sia importante volersi mettere in gioco, c’era anche Paul Verhoeven, che non appagato dal successo planetario dei blockbuster Atto di Forza o Basic Instinct, si è divertito a realizzare un progetto partecipato dagli utenti dei social network, i quali hanno contribuito a definire il plot di Steekspel, divertente e amorale black-comedy dagli esiti non scontati.

Peter Greenaway – Goltzius and The Pelican Company

En passant, abbiamo assistito anche al punto artisticamente più elevato nella sperimentazione che Peter Greenaway persegue da anni, tendendo a una sintesi tra arte pittorica, cinema e nuove tecnologie. Dopo l’esperienza di Nightwatching, dedicato alla vita di Rembrandt e alla genesi del suo celebre dipinto La ronda di notte, ma soprattutto elaborando le intuizioni che già facevano capolino dall’installazione multimediale dedicata a L’Ultima cena di Leonardo del 2008, il regista gallese realizza Goltzius and the Pelican Company, un film meta-artistico pieno di humour, in cui la ricerca formale approda a un testo sontuoso grazie alla stratificazione di immagini e parole, segni e suoni, luci e colori in un continuo gioco di specchi tra pittura e messa in scena.
Eppure quello di Greenaway non è stato l’unico caso di studio sulla materia in CinemaXXI. Il meno noto Lois Patiño, filmaker gallego che a ventinove anni ha già esposto in alcune delle più importanti gallerie internazionali, ha offerto in Montaña e sombra la sua visione poetica sul rapporto tra uomo e paesaggio adottando il punto di vista della montagna e lavorando a un originale trattamento della texture dell’immagine.
Il meglio, nell’accezione di quanto di più eversivo, affascinante e autenticamente “free” ci si potesse aspettare, è arrivato proprio da altre strade, da cinematografie considerate “minori” e per lo più invisibili al pubblico o da giovani autori che perseguono un percorso personale di ricerca estetica e artistica. Alcuni li abbiamo visti deflagrare sullo schermo con le loro opere sfacciate (I topi lasciano la nave di Zapruder, Siberian Tiger di Richard Billingham, Rhinoceros di Kevin Jerome Everson), altri hanno invece saputo giocare con i vecchi stilemi del cinema, reinventandoli (The Ogre’s Feathers di Michael Almereyda, GHL di Lotte Schreiber, The Moon Has Its Reasons di Lewis Klahr), altri ancora, liberi da qualsiasi inibizione, hanno lasciato al loro passaggio l’odore fresco del mare (El ruido de las estrellas me aturde di Eduardo Williams, Stone, Song and Peta di Takuya Dairiki e Takashi Miura, Jungle Love di Sherad Anthony Sanchez). Quest’ultimo giovanissimo regista filippino ha fatto breccia, trasmettendo al suo film esotico/erotico la forza dirompente della Nouvelle Vague senza tuttavia cristallizzarsi in alcuna forma prevedibile o riproducibile. Ogni stacco è pura invenzione, mai esibita o stravagante, ma autentica, inaspettata e sorprendente. E con lui la buona notizia arriva, più gradita che mai: la settima arte è viva, nuovi orizzonti del cinema narrativo sono immaginabili e al di là di qualsiasi classificazione.

Lewis Klahr in Random Acts – The Moon has its reasons

Quaranta i titoli in concorso, undici fuori concorso. E varrebbe la pena citarli tutti: da Gegenwart in cui il regista Thomas Heise, testimone dell’estenuante attività di un piccolo forno crematorio, porta l’oggettività del documentario a un tale punto di esasperazione da trasformarlo in un’opera altamente soggettiva, al sogno di James Franco, Dream, che rende “cinema” le fotografie di Gregory Crewdson (che sono cinema in fotografia), alle contaminazioni tra cinema e arte visiva di Yuri Ancarani che nel suo Da Vinci, ultimo film di una trilogia dedicata al lavoro, approfondisce il rapporto tra uomo e macchina, oppure tra cinema e televisione nei tanti brillantissimi corti raccolti in Random Acts. Non c’è titolo che in qualche modo non abbia generato una suggestione o una riflessione sul mondo e sull’arte, com’è giusto che sia.
Però è curioso. Non si sente parlar d’altro che della crisi del cinema e, tuttavia, la stampa generalista italiana è sempre più propensa ad alimentare polemiche fini a se stesse piuttosto che farsi venire la curiosità di guardare altrove, magari contribuendo a rendere visibile un settore culturale che va seguito con interesse, sostenuto e promosso, anche per rassicurarsi sul fatto che non tutto è perduto e che un modo diverso di raccontare è ancora possibile. Altrove è possibile.

Yuri Ancarani – Da Vinci

E così è accaduto, che mentre fiumi di inchiostro sono stati sprecati sul film di Paolo Franchi e sul premio a Isabella Ferrari, per meritato o immeritato che sia, solo in pochi si sono accorti dell’esistenza di un piccolo film brasiliano intitolato Avanti Popolo, commovente, nostalgico, ironico ritratto di una famiglia e di un mondo, firmato Michael Wahrmann e vincitore della sezione CinemaXXI 2012. Un piccolo capolavoro.

Beatrice Fiorentino

www.romacinemafest.it/ecm/web/fcr/online/home/sezioni/cinemaxxi-2012

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Beatrice Fiorentino
Giornalista freelance e critico cinematografico, scrive per la pagina di Cultura e Spettacoli del quotidiano Il Piccolo e per diverse testate online. Dal 2008 collabora con l'Università del Litorale di Capodistria, dove insegna Linguaggio cinematografico e audiovisivo. Dal 2015 cura la sezione Nuove Impronte di ShorTS - International Film Festival e fa parte della commissione Film della Critica del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Cura eventi, presentazioni e rassegne cinematografiche e dal 2016 è selezionatore per la Settimana Internazionale della Critica di Venezia.