Effetto speciale e oltre

Film infantili per adulti, lungometraggi decisamente “lavorati” per infanti. Esiste una via di mezzo a tutto questo? Sì, e ha un percorso tracciato a partire da “Se mi lasci di cancello” di Gondry. Fino, come si dice, ai giorni nostri.

George Nolfi - The Adjustment Bureau - 2011

Specialmente nei mesi estivi, e sempre più negli ultimi anni, le sale cinematografiche sono inondate di polpettoni fumettistici ad alto tasso di effettacci, quasi sempre ormai in 3d. Vari osservatori hanno già notato uno strano processo in atto nel cinema hollywoodiano dell’ultimo decennio: mentre i film per adulti diventano sempre più insulsi, banali e infantili, i film d’animazione per bambini rivelano una straordinaria complessità nell’impiego dei moduli narrativi e nell’approfondimento psicologico dei personaggi.
Ora, nel cuneo tra questi due picchi, si sta inoltrando un nuovo (ma è proprio così nuovo?) genere. L’annuncio, in qualche modo, c’era già stato con Se mi lasci ti cancello (The Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Michel Gondry, 2004): lì, l’uso sapiente degli effetti speciali era finalizzato alla comunicazione di una storia intelligente, che parlava di rimorso, rimozione, relazione tra memoria e identità. Jim Carrey che si inoltra tra scaffali di libri che perdono velocemente la loro connotazione e si trasformano in volumi bianchi è una di quelle immagini spettrali difficili da dimenticare, proprio perché sedimentano e richiamano lo spirito di un’epoca precisa.

Michel Gondry - The Eternal Sunshine of the Spotless Mind - 2004

Qualcosa del genere avviene con I guardiani del destino (The Adjustment Bureau, 2011), scritto e diretto da George Nolfi, e liberamente ispirato a un racconto di Philip K. Dick. Certo, le narrazioni dickiane sono perfette per chi si vuole inoltrare ai confini tra i generi, e sono state utilizzate proprio in questo senso a partire dall’adattamento seminale di Blade Runner (Ridley Scott, 1982). Le successive traduzioni sullo schermo (Total Recall, Screamers, Minority Report, Paycheck, Next) hanno configurato, come spesso capita, un tradimento sostanziale delle rispettive fonti, con l’unica e memorabile eccezione di A Scanner Darkly (Richard Linklater, 2006) – non a caso, il film meno conosciuto del gruppo.
Nel caso de I guardiani del destino, Dick è nell’atmosfera psicologica della narrazione, sospesa tra paranoia e teologia contemporanea. Il destino degli individui è scritto su quaderni “animati”, consultati da guardiani-angeli vestiti nostalgicamente come agenti federali degli anni ‘60, che frequentano però i negozi giusti. La tessitura della realtà è una maestosa sceneggiatura che non ammette deroghe al controllo dall’alto, al punto di condizionare le scelte e addirittura i pensieri dei due protagonisti.

George Nolfi - The Adjustment Bureau - 2011

Come viene resa sullo schermo questa trama ambiziosa e (solo) apparentemente anti-cinematografica? Innanzitutto, attraverso un sottile quanto elementare lavoro sullo stile: quando i guardiani entrano in azione, infatti, le inquadrature e i movimenti della cinepresa sono estremamente geometrici e controllati, mentre ogni volta che il racconto devia le riprese si fanno molto più fluide, affidandosi alla camera a mano.
Ma, soprattutto, è la gestione degli effetti speciali a contenere buoni auspici per il futuro. Non c’è infatti alcuna sovrabbondanza, nessuno spreco: il concetto che soprassiede il film è quello della “discrezione”. Più parco e discreto è l’uso degli effetti, tanto maggiore sarà l’effetto di meraviglia e sorpresa.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #2

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Diego

    Scoperta dell’acqua calda. Esiste il “problema” degli effetti speciali solo finchè non si riconosce che questi appartengono alla gamma di possibilità del cinema come sceneggiatura, fotografia, recitazione. Non appena li si considera parte del complesso, si torna semplicemente a parlare di film buoni e di film cattivi, registi che giocano bene le proprie carte oppure no. Come sempre.
    Fare articoli che parlano della “discrezione” degli effetti speciali compiaciendosi che finalmente vengono usati “bene” fa venire il sospetto a chi legge che forse non sono stati fin’ora capiti, ma solo subiti.

  • Diego

    finora. pardon