Mario Merz al Foro di Cesare (oggi al Macro)

Nascita di un’opera tra storia e cronaca. È così che Ludovico Pratesi sottotitola il suo intervento nel catalogo della mostra di Mario e Marisa Merz in corso al Museo Macro di Roma. Ve lo regaliamo qui, ed è una storia che merita di essere letta.

Print pagePDF pageEmail page

Mario Merz, Un segno nel Foro di Cesare, 2003 - installation view at Museo Macro, Roma 2016 - dettaglio

Mario Merz, Un segno nel Foro di Cesare, 2003 – installation view at Museo Macro, Roma 2016 – dettaglio

PREMESSA
Nel 2001 la terza edizione dei Giganti aveva occupato l’intera area dei Fori Imperiali, con la partecipazione di cinque artisti: Joseph Kosuth al foro di Traiano, Domenico Bianchi in quello di Augusto, Michelangelo Pistoletto e Maurizio Mochetti nell’area del foro di Nerva e Marina Abramovic nel più antico tra tutti, inaugurati da Giulio Cesare il 26 settembre del 46 a.C.. Dal momento che tutti – escluso Pistoletto – avevano prodotto le loro opere per l’occasione, l’anno successivo lo sforzo economico non poteva più essere sostenuto dall’amministrazione comunale, rappresentata dall’archeologa Silvana Rizzo, responsabile dell’area dei Fori Imperiali. Per far proseguire il progetto insieme alla dottoressa Rizzo, Alessandra Maria Sette e Costantino d’Orazio decidemmo di concentrare la mostra esclusivamente nel foro di Cesare, e di invitare Mario Merz, figura di primo piano dell’Arte Povera e artista di fama internazionale, che contattammo con l’aiuto di Mario e Dora Pieroni. Merz è stato il primo ad avviare la futura rassegna, ribattezzata Un Segno nel Foro di Cesare, che avrebbe poi visto le opere di Tony Cragg (2005), Alfredo Pirri (2007) e Stephan Balkenhol (2010).

SOPRALLUOGO 1
Mario e Marisa Merz passarono una settimana a Roma nell’autunno del 2002, trascorso in buona parte a visitare i Fori Imperiali, per permettere a Mario di immaginare un progetto. Giorni passati a contemplare l’esedra dei Mercati di Traiano, le taberne del Foro di Cesare, il muro in peperino di quello di Augusto: monumentali frammenti di secoli di storia ripercorsi a piedi e interrotti dal ritmo dei pranzi al ristorante, tra le sigarette di Marisa che riempivano i posaceneri e i lunghi silenzi di Mario. Le serate invece erano dedicate agli incontri con gli amici artisti, come Carla Accardi e Luigi Ontani, sempre in compagnia di Mario e Dora Pieroni. Ma l’attitudine di Mario non era diversa: ascoltava in silenzio con il suo sguardo penetrante, e rispondeva in maniera concisa, senza lasciarsi catturare dalla seduzione della parola. Per sette giorni, mai un solo accenno al progetto, fino all’ultimo pomeriggio, passato davanti ai Mercati di Traiano, quando Marisa mi prese da parte e mi invitò ad andarli a trovare a Torino, per discutere il progetto. Ma quale?

Mario Merz, Un segno nel Foro di Cesare, 2003 - installation view at Museo Macro, Roma 2016 - dettaglio

Mario Merz, Un segno nel Foro di Cesare, 2003 – installation view at Museo Macro, Roma 2016 – dettaglio

MEMORIA 1. UN RICORDO
In una giornata d’autunno del 2002, animata da un vento forte ma rabbuiata da un cielo plumbeo, che rendeva l’aria di Roma pesante e malinconica, Mario Merz era affacciato al parapetto del foro di Traiano, lo sguardo fisso rivolto ai ruderi. Per trovare una relazione con archi, colonne, statue, templi e botteghe. Pietre corrose dal tempo, cariche di storie e memorie millenarie. Erano lì da centinaia di anni. Come dialogare con loro, senza disturbarne il silenzioso rigore? Mario le guardava e rifletteva. Per un attimo, il suo volto era anch’esso pietra, storia e memoria. [1]

UNA GENESI MANCATA
Dopo qualche tempo, arrivò il progetto. Mario voleva realizzare una gigantesca spirale in neon, che si conclude con i primi numeri della serie di Fibonacci (1, 2, 3, 5) e collocarla sul muro in peperino che chiudeva il foro di Augusto, per separarlo dal quartiere malfamato della Suburra e proteggerlo dagli incendi che scoppiavano regolarmente nel cuore popolare dell’urbe imperiale (il peperino è un materiale ignifugo). Capimmo subito che fissare un’opera del genere su blocchi di peperino del primo secolo dopo Cristo non sarebbe stata cosa facile, e così fu. Nonostante a livello tecnico fosse fattibile, per una questione di responsabilità amministrative il progetto naufragò.

SOPRALLUOGO 2
A salvare la situazione arrivò a Roma Beatrice, la figlia di Mario e Marisa, per discutere nuove possibili soluzioni. Dopo un nuovo sopralluogo ai Fori Imperiali, concordammo sull’ipotesi di collocare la spirale sulla spianata all’interno del Foro di Cesare, in mezzo a blocchi di marmo e frammenti archeologici davanti al podio del tempio di Venere Genitrice, in corrispondenza della presunta posizione della statua equestre di Giulio Cesare, al centro della piazza rettangolare porticata: un’ambientazione romantica, che sarebbe piaciuta a Goethe e ai viaggiatori del Grand Tour. Beatrice era convinta, e grazie alla sua mediazione Mario decise di collocare l’opera nel luogo suggerito.

Mario Merz, Un segno nel Foro di Cesare, 2003 - installation view at Museo Macro, Roma 2016 - dettaglio

Mario Merz, Un segno nel Foro di Cesare, 2003 – installation view at Museo Macro, Roma 2016 – dettaglio

L’OPERA
All’interno della ricerca complessa e articolata di Merz, la spirale compare per la prima volta nel 1970, come simbolo del principio di crescita organica nel mondo naturale, nell’opera realizzata per il Foro di Cesare viene generata dalla successione di numeri interi detta serie di Fibonacci, inventata nel 1202 dal matematico pisano, l’abate Leonardo Fibonacci, per trovare una legge che descrivesse la crescita di una popolazione di conigli, dove ogni numero è il risultato della somma dei precedenti. Nella sua rappresentazione grafica questa serie sviluppa una spirale perfetta, che regola la formazione del guscio delle lumache ma anche la disposizione dei semi in un fiore di girasole, in una sorta di proliferazione organica. Per Merz rappresenta la crescita della natura, che si trasforma in energia visiva grazie alla luce emanata dal neon: tracciata per la prima volta nel 1970 sulla pianta del museo Haus Lange di Krefeld, realizzato dall’architetto Mies van der Rohe [2], la spirale di Fibonacci ispira l’opera La spirale appare in occasione della personale dell’artista intitolata Lo spazio è curvo o diritto? al Centro Luigi Pecci di Prato nel 1990, curata da Amnon Barzel.

MEMORIA 2. LA SPIRALE SECONDO MARIO MERZ
In astronomia lo studio delle stelle e degli spazi intrastellari è quasi sempre correttamente preservabile attraverso spirali, quindi la spirale dai cieli celesti in questo caso si è spostata su un prato, che però è un prato particolare in quanto è un prato che copre delle tombe antiche e sostiene delle pietre di duemila anni fa; in questo caso sostiene anche la spirale di luce.
Trovavo interessante questo rettangolo, perché la città di oggi in se stessa è o tutta spezzettata oppure chilometrata, per cui il prato ha un suo perché persino estetico di esistere; la cosa che è chiara in quest’opera è che il prato ha dei confini, essendo un prato archeologicamente interessante, non è un prato infinito, è un prato che ha dei confini particolarmente segnati; allora io ho eseguito un’opera dentro un prato segnato sia dal tempo storico che dal tempo spaziale.
L’opera non può essere presa e portata in un altro posto, è un’opera eseguita come un disegno architettonico, secondo lo spazio architettonico, quindi dà efficacia all’architettura spaziale del prato stesso oltre che efficacia al mio disegno contemporaneo, e con questo mi riallaccio a quello che dicevi tu, che il tempo rimane imprigionato tra 2mila anni fa e il tempo presente. In questo senso è un tempo tipicamente storico e quindi tipicamente umano.

Mario Merz, Un segno nel Foro di Cesare, 2003 - photo Claudio Abate

Mario Merz, Un segno nel Foro di Cesare, 2003 – photo Claudio Abate

UN SEGNO NEL FORO DI CESARE
Il 16 aprile 2003 alle ore 19.30 venne inaugurato Un Segno nel Foro di Cesare: la spirale di Merz, lunga 50 metri ed estesa su una superficie di 400 metri quadri, ha illuminato con la sua luce fredda e azzurrina il primo foro dell’urbe, costruito nel I sec. a.C., fino al 30 settembre dello stesso anno. Accesa 24 ore su 24, era stata paragonata ad “una conchiglia, un disco volante o ad un’astronave” da Massimiliano Tonelli, che aveva lanciato un appello sul sito di Exibart per rendere l’opera permanente, mai accolto dall’Amministrazione Comunale.
Rivederla ora al Macro, riallestita su una parete verticale come Merz l’aveva immaginata in origine, è una grande emozione, e un messaggio di speranza per il futuro dell’arte contemporanea a Roma.

Ludovico Pratesi

[1] L. Pratesi, A Mario, per sempre, in Memoriale dal Convento. Mario Merz in cat. mostra presso il Conventino dei Servi di Maria a Monteciccardo, 24 luglio-25 ottobre 2009, p. 6.
[2] Cfr. B. Pietromarchi, Città irreale in cat. mostra Mario Merz. Città Irreale, Venezia, Gallerie dell’Accademia, 8 maggio-22 novembre 2015.

Testo tratto da “Marisa e Mario Merz”, cat. mostra presso il Macro, Roma 2016, Manfredi Edizioni, Imola 2016.

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community