Ravenna-Milano solo andata. Parla l’AD di Musei Italiani

Il Museo del Design 1880-1980 resta a Milano. Ce lo ha confidato Federico Bonadeo, fondatore di Musei Italiani, l’organismo che ha portato nel capoluogo lombardo la collezione creata da Raffaello Biagetti con il contributo curatoriale di Giovanni Klaus Koenig. Dando vita a un museo didattico che riassume cent’anni di design.

Print pagePDF pageEmail page

Gaetano Pesce, UP 7, 1969 - photo Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Gaetano Pesce, UP 7, 1969 – photo Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Ci sono storie che nascono in provincia e lì si sviluppano per decenni prima di guadagnare una grande piazza, magari sull’onda di un evento di rilievo internazionale capace di attirare visitatori da tutto il mondo. Quella della collezione esposta nel nuovo spazio milanese dedicato al design comincia nel 1988 a Ravenna, dove Raffaello Biagetti (Firenze 1940 – Ravenna 2008) pone le basi del progetto museale che riunirà più di cento pezzi emblematici per raccontare la storia dell’arredo dal 1880 al 1980 attraverso un percorso cronologico. Ad affiancare il collezionista, un team curatoriale composto da Giovanni Klaus Koenig, critico e storico dell’architettura di primo piano, da Giuseppe Chigiotti e Filippo Alison, mentre la scenografia – quasi teatrale – nasce da un’idea di Gae Aulenti.
Ventisette anni dopo ritroviamo la collezione a Milano, nella zona dell’ex Sieroterapico già riqualificata e trasformata in Design District. Il test rappresentato dal semestre di Expo sembra essere stato superato e il Museo del Design 1880-1980 dovrebbe poter entrare stabilmente a far parte dell’offerta culturale cittadina. Se i pezzi più famosi, dalla poltrona Proust di Mendini ai vasi di Alvar Aalto, dalla chaise longue di Le Corbusier alle opere di Jean Prouvé e Mies Van Der Rohe, saltano agli occhi del visitatore, così come il carattere pedagogico dell’esposizione, abbiamo fatto una chiacchierata con l’amministratore delegato di Musei Italiani, Federico Bonadeo, per capire come sta cambiando la scena milanese del design, quali tipologie di pubblico ha incontrato il nuovo spazio e che cosa succederà oltre la scadenza di fine 2015.

Federico Bonadeo

Federico Bonadeo

Quale sarà il futuro del Museo del Design 1880-1980?
L’avventura non dovrebbe chiudersi con la fine dell’anno di Expo. Siamo in attesa di una conferma dalla proprietà, ma ci piacerebbe rimanere in questo spazio, magari arricchendo i piani superiori dell’edificio, che al momento non vengono utilizzati.

Facciamo un passo indietro. Il primo seme del museo è stato piantato quasi trent’anni fa dal collezionista ravennate Raffaello Biagetti. Ci racconta la storia di questo progetto?
L’idea nasce nel 1988 da Biagetti e da storici del design come Koenig, Alison e Chigiotti, che hanno cercato di individuare 160 icone storiche che raccontassero la storia del design nei cent’anni precedenti. C’era già l’obiettivo di realizzare un percorso fortemente didattico. Il Museo sorse allora a Ravenna, la città di Biagetti, che però poteva essere di difficile accesso per chi veniva da altre regioni italiane o addirittura dall’estero.
Molti anni dopo Musei Italiani, un organismo che nasce proprio con l’obiettivo di riscoprire collezioni che non sono abbastanza in vista, ha deciso di portare questa collezione su una grande piazza come Milano, dove mancava un percorso pedagogico dedicato al design.

Archizoom, Mies, 1969 - photo Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Archizoom, Mies, 1969 – photo Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Secondo quali criteri è stato concepito questo percorso, al di là dell’iconicità dei singoli pezzi?
Trattandosi di una collezione privata, la selezione rispecchia, oltre a criteri oggettivi, anche il gusto e la sensibilità di Biagetti e degli altri curatori. In generale, possiamo dire che c’è un movimento dalle tendenze internazionali all’Italia, e poi di nuovo dall’Italia verso l’estero.
Tutta la prima parte è incentrata su pezzi stranieri famosissimi, dai mobili prodotti all’interno delle comunità degli Shakers, un ramo dei quaccheri, e dalle sedie Thonet, che sono tra i primi esempi di industrializzazione di un processo produttivo, all’Art Nouveau e al Bauhaus. Dal dopoguerra il focus si sposta sul made in Italy, con le opere dei grandi maestri e il design radicale di Alchimia e Memphis. Gli stranieri tornano alla fine del percorso, per mostrare il gioco di influenze tra l’Italia e i progettisti internazionali che, tra gli Anni Settanta e Ottanta, scoprono le esperienze italiane e se ne ispirano.

Quali sono i pezzi “imperdibili”?
Alcune chicche delle avanguardie russe – la ricostruzione di Rodchenko e il modellino di El Lissitskij – che è difficile ammirare altrove. La poltrona Mies del gruppo Archizoom, molto apprezzata dal pubblico. I pezzi dei secessionisti austriaci, per esempio gli arredi del Cabaret Fledermaus e la poltrona Kubus di Hoffmann, che si vedono poco in Italia.

Museo del Design 1880-1980, Milano - photo Charlotte Hosmer

Museo del Design 1880-1980, Milano – photo Charlotte Hosmer

Al percorso pedagogico si affianca un programma di eventi collaterali che coinvolgono altre discipline, dalla musica al cinema. L’intento è quello di avvicinare al design un pubblico più ampio di quello tradizionale?
Sì, senz’altro. Assistere a una proiezione oppure venire ad ascoltare musica elettronica per chi ha già una passione per il design può essere un’occasione per sperimentare qualcosa che già conosce in un modo diverso, mentre per chi ha meno familiarità con questo mondo può servire ad avvicinarvisi. Di solito a questi eventi partecipano un mix di addetti ai lavori, studenti, giovani…perfino la proiezione di alcuni racconti un po’ “intimi” del movimento Alchimia non è stata soltanto una rimpatriata tra vecchi amici ma ha attirato un pubblico più variegato.

Come si inserisce la proposta del Museo del Design 1880-1980 all’interno dell’offerta museale sul design di Milano?
In maniera complementare, con un taglio pedagogico che va ad arricchire l’offerta cittadina senza mettersi in una posizione di concorrenza con gli altri spazi espositivi, primo fra tutti il Triennale Design Museum, con il quale abbiamo una partnership. Abbiamo lavorato con le fondazioni dei singoli designer, da Magistretti a Castiglioni, cercando di raccontare una storia che parlasse a tutti, anche ai non iniziati o ai ragazzi delle scuole.

Giulia Marani

MUSEO DEL DESIGN 1880-1980
Via Borsi 9 – Milano
02 83413302
[email protected]
www.museiitaliani.org/it/

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community