L’archeologia domestica di Silvia Giambrone. Strategie performative di sopravvivenza

Nell'ambito della mostra "Archelogia domestica", alla galleria CreArte di Oderzo, Silvia Giambrone presenta una performance ispirata al testo di un poeta bosniaco. L'artista in scena e tre compagni di viaggio, con le loro tecniche di sopravvivenza tra le mura di casa

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Un quartetto che è un conflitto, che è una casa, una storia, un esperimento, una comunità. Un covo di solitudini e un’adunata stramba. Quattro aste, un palco, gli oggetti di scena, le voci incastrate a ricamare pensieri in forma di comandamenti. Si sta come in guerra, sui margini, attori e persone. Interpreti di sé e dell’altro a fianco, l’altro rimosso. L’altro e basta. Senza toccarsi mai. Silvia Giambrone, giocoliera esperta di intimità taglienti, collezionista d’oggetti d’uso comune e tessitrice di sensibilità aguzze, lo scorso 14 novembre ha messo su una nuova performance, presso la Galleria CreArte di Oderzo.
Nobody’s room è un concerto per voci sole. Sole nel senso di autistiche: nessuno ascolta nessuno, non ci si guarda, non si rallenta. Si declama – in loop, ognuno per sé – un decalogo di azioni strategiche, intitolate all’arte della sopravvivenza.

Silvia Giambrone, Nobody's room, 2015

Silvia Giambrone, Nobody’s room, 2015

Il testo è un adattamento da “Indicazioni stradali sparse per terra”, del poeta e drammaturgo bosniaco Nedzard Maksumic. In origine erano 20 punti, nero su bianco, per imparare a sopravvivere a una guerra. Tolti i riferimenti ai massacri bellici, ne sono rimasti 17, per sopravvivere al proprio ambiente domestico. La vita di chiunque, nella ferocia del quotidiano, cercando di salvarsi, di redimersi, di trovarsi, di non soccombere e spiccare il volo. Di avere cura di sé. Ginnastica psicologica e spirituale.
Sulla sommità delle aste non ci sono microfoni, ma oggetti da cucina. Uno strofinaccio, una mezzaluna, utensili appuntiti. La passione per le cose affilate torna, nel catalogo intimo di Silvia Giambrone. Là dove tutto nasconde l’insidia, anche la casa, gli affetti, i muri conosciuti. E il pericolo cova, sotto la ceneri del banale, quando persino la bellezza ferisce, persino l’amore squarcia, nel suo trionfo, nei suoi fondi neri, nella sua fine appesa.

<img class="size-medium wp-image-286294" src="http://www.artribune.com/wp-content/uploads/2015/12/Silvia-Giambrone-Nobodys-room-2015-10-480x300.jpg" alt="Silvia Giambrone, Nobody's room, 2015" width="480" height="300" /> Silvia Giambrone, Nobody's room, 2015
L’artista recita il suo monologo autentico. Scandendolo come una confessione. E appresso a lei, sovrapponendosi, si inseriscono Davide Enia, Dalila Cozzolino, Andrea Di Palma. Tutti dentro “la stanza di nessuno”, a parlarsi addosso, a recitare la propria ricetta esistenziale. Ognuno a suo modo, col suo ritmo, le sue finzioni, le sue ossessioni, il suo candore, i suoi tic. E alla fine di questo nevrotico, tenero canto, qualcosa ci si sarà portati a casa. Qualcosa con cui “provare a proteggere se stessi e forse a salvarsi la testa. Se non ci si riesce, almeno non ci si annoierà”.

Helga Marsala

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