Come tira la pittura. Il caso di Adrian Ghenie

Tenete a mente questo nome: Adrian Ghenie. Ha rappresentato la Romania alla Biennale di Venezia e sta facendo risultati importanti in asta. Scommettete che le quotazioni saliranno ancora?

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Adrian Ghenie, Pie Fight Interior 8, 2012

Adrian Ghenie, Pie Fight Interior 8, 2012

È giovane, è nato nel 1977, è romeno di Baia a Mare, vive tra Cluj e Berlino. Ed è già una star delle aste. Si chiama Adrian Ghenie. Nel suo studio, vicino all’Hamburger Bahnhof, uno dei musei più inspiring della capitale tedesca, dipinge “mondi” di grande formato, una pittura gestuale, casuale eppure avvolgente che è diventata la cifra dell’artista.
Laureato all’Università di Arte e Design di Cluj, è già stato protagonista di molteplici mostre personali che hanno visto il suo lavoro viaggiare a Denver, a Ghent, a Bucarest. Importanti collettive a Palazzo Grassi, alla Tate Liverpool, alla Biennale di Praga, al SFMOMA, tra le molte altre istituzioni, compongono un eccellente curriculum. Ciliegina sulla torta, ha rappresentato la Romania alla 56. Biennale di Venezia, protagonista del Padiglione nazionale (curato da Mihai Pop e con un ricco catalogo edito da Hatje Cantz). Risultato, peraltro, che ha permesso un incremento favorevole delle sue quotazioni anche in asta, come dimostrano gli ultimi risultati.

Un percorso veramente incredibile, quello di Ghenie nelle aste. Il biennio 2011 e 2012 vede le sue opere, seppure non di grandissimo formato (non superiamo mai il metro né per base né per altezza) attestarsi su cifre che non vanno oltre i 20mila euro. Nel 2013 due risultati migliori. A Londra, da Sotheby’s, oltre 200mila euro, e a Parigi 120mila con un quadro coevo. Nessuna scossa, però.
Si trema – vibrazioni positive – a partire dal 2014. Nella fattispecie da giugno, a Londra, dove un 2×2 metri del 2010, The Fake Rothko, viene battuto all’asta per 1 milione e quasi 500 mila euro da Sotheby’s. In autunno, da Christie’s The Blue Rain (2009) supera i 500mila. Un giorno dopo, The Duchamp Funeral I, sempre del 2009, 2 metri per 3, oltrepassa la soglia del milione alla casa d’asta concorrente.

Adrian Ghenie, The Fake Rothko, 2010

Adrian Ghenie, The Fake Rothko, 2010

Bisogna aspettare maggio 2015 per un nuovo “colpaccio”, che dimostra come l’artista abbia conquistato anche il mercato americano. Da Christie’s, a New York, il suo Pie Fight Interior 9 del 2013 viene battuto in asta per oltre 1 milione e mezzo di dollari. Chi sa cosa riserverà il dopo-Biennale? C’è solo da attendere per saperlo.

Santa Nastro

http://darwinsroom.ro/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #27

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  • alex gianotti

    Tenere in casa queste opere è come vivere a contatto con l’amianto!!

  • Whitehouse Blog

    quel sapore astratto ma con quel concettual figurativo che ci deve essere. Banali. Meglio Pesce Khete, i critici fratellanti saranno contenti :)

    • rasoio

      non piaceva neanche a me ma se lo rivedi la seconda volta dal vero migliora anche se non è certo un grande. Riguardo a pesce khete ho visto pochi lavori ma credo tu stia scherzando

      • Whitehouse Blog

        Pesce è sicuramente più spontaneo e diretto. In queste opere mi sembra che ci sia un programma prestabilito nel 2015, come se le avesse fatte colorando gli spazi con i numeri. Penso solo ad alcune opere di Francis Bacon di fine anni 40 e degli anni 50 (65 anni fà) dove volutamente veniva mantenuto un fragile e folle equilibrio tra figura/elementi figurativi ed elementi astratti. Queste sono buone forme di artigianato, IKEA EVOLUTA, anche abbastanza banalotta.

        • rasoio

          Forse può valere in effetti per le immagini riprodotte nell’articolo che riguardano il periodo molto publicato che, anche a me. non diceva un granchè.
          Ma i lavori alla Biennale erano decisamente meglio. e se non alla prima, alla seconda visita. Sopratutto
          per la soluzione pittorica di ritagliare le pennellate , insieme alla tela, se ho visto bene. il che in effetti lega un’intenzionalità più o meno programmatica ad una pittura più informe. Ma a me un pò di programmaticità non dispiace. Tra l’altro non mi piacciono i quadri con alberi e paesaggi naturali ma quello della sala in fondo era piuttosto robusto.
          Tornando a Pesce non vorrei farne un bersaglio ma vedi, se uno dipinge deve saper dipingere , non intendo fare accademismo e numeri da circo demodè, ma nemmeno tele imbrattate alla bell’e meglio scusa. Mi sembra una riproposizione senza costrutto di molta pittura “neoespressionista” degli anni 80, al di là del mito di una spontaneità ormai usurata. Per chi vuole accontentarsi di stenografie dipinte senza concetto ha già Pessoli del quale io farei pure a meno.. Su quella linea c’è Dana Schutz, per dire un nome, che quand’è in forma è senz’altro su un’altro livello.

  • Giampaolo Abbondio

    Caveat emptor.