Carnet d’architecture. Parasite 2.0

Per il 12esimo Carnet d’Architecture abbiamo dato carta bianca a Parasite 2.0, collettivo milanese formato da tre giovanissimi architetti. Che parlano di party, fughe, estraniazioni e rivolte per ripensare i deserti metropolitani in nuove isole radicali.

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Da qualche anno è forte il nostro interesse verso quei luoghi dove è possibile immaginare realtà altre, universi paralleli, con proprie regole e codici, in cui concretizzare forme nuove del vivere collettivo. Quegli spazi che vengono dimenticati e lasciati fuori, valorizzando quindi il concetto di altro, di corpo estraneo, di espulso. Sentiamo la necessità, in un momento di forte crisi culturale, sociale ed economica, di una nuova utopia, di poter sognare e di dare energia a nuove alternative. La ricerca e la creazione dell’utopia come evasione dalla realtà opprimente e totalitaria è stata ricorrente in momenti di conflitto nel corso della storia: come per l’utopia di Thomas Moore nell’Inghilterra del XVI secolo di Enrico VIII sino ai giorni nostri. E in particolare oggi questa assume un valore ancor più profondo poiché assistiamo al collasso del più importante mito del capitalismo, il futuro. Caratterizzato da una crescita continua e infinita. In un dialogo realizzato con Franco Berardi in occasione del progetto SuperScarcity si è discusso della necessità di ridefinire il concetto di ricchezza e di costruire nuove “mappe per le vie di fuga esistenziali collettive”, territori in cui poter “sopravvivere ed essere felici nell’epoca incombente di miseria, schiavitù e guerra”. Siamo fortemente interessati a questi territori.
Da qualche anno si è ricominciato a parlare di periferie. Recentemente si è ingenuamente accusata l’architettura periferica delle banlieue parigine di essere il covo del terrorismo che ha colpito la capitale francese. Come se l’architettura avesse autonomamente la capacità di produrre negatività, senza considerare la sua derivazione da precise scelte politiche errate e violente. Come Leopold Lambert scrive nell’articolo Fortress Paris 3: The suburban Heterotopia, le periferie rappresentano un perfetto esempio del concetto di eterotopia sviluppato da Michel Foucault. Diventano un luogo altro, recintato e con una serie di regole diverse da ciò che le circonda. Questi luoghi non permettono ai proprio abitanti di allontanarsi a causa dei confini militarizzati che le racchiudono, accentuando così il conflitto tra chi le abita e il meccanismo di controllo della società lì applicato.

Pierre Morel, Banlieue 13 (2004)

Pierre Morel, Banlieue 13 (2004)

Le origini del processo di espulsione hanno radici ben profonde nelle epurazioni attuate dai primordiali piani iniziatori della pianificazione moderna, quali il piano per Barcellona del 1860 di Cerdá e quello per Parigi del 1863 ad opera di Haussmann: operazioni di pulizia violenta della città a discapito delle classi sociali più disagiate. Le accademie di architettura continuano tutt’oggi a mitizzarli, non tenendo però in considerazione gli effetti collaterali prodotti a livello sociale che han contribuito all’esplosione della Comune di Parigi e dell’Anarchismo Catalano, sfruttando i due piani urbanistici come scenografia per sognare un mondo altro. Siamo affascinati da questi effetti collaterali, che consideriamo di grandissima ricchezza.
Il film Banlieue 2013, non rilevante per qualità cinematografica, fornisce interessanti spunti al riguardo: la periferia parigina è stata murata ed estraniata dalla città pulsante e al suo interno si sviluppa un mondo parallelo, culturalmente ed economicamente autonomo, caratterizzato anche da un alto grado di pericolosità e violenza. Appare interessante che, ribaltando il punto di vista nei confronti dei luoghi della segregazione, definiti degradati e da curare, questi siano invece gli unici spazi in cui è concesso un margine di libertà, individuale e collettiva. È necessario opporsi alle nuove operazioni di pulizia dolcemente definite di “rigenerazione urbana”.
Nella storia abbiamo avuto esperienza delle potenzialità sprigionate da questi territori, veri deserti urbani. Lì si sviluppano vere e proprie tribù metropolitane caratterizzate da una forte potenza immaginativa, strutturando nuove modalità di comunicare e veicolare significati, attraverso la formulazione di nuove forme musicali, artistiche e linguistiche.
Se l’architettura è lo sfondo della vita che si sviluppa in questi luoghi, i suoni e i rumori che ritmicamente si diffondono nelle strade della città sono la sua colonna sonora. Dagli olandesi Provo al collettivo Reclaim The Street a Londra, all’hip hop dei ghetti americani, questi fenomeni sono stati capaci di trasformare il disagio in energia e di attivare processi di emancipazione sin dai più bassi livelli delle comunità.

Nascita dell'hip hop

Nascita dell’hip hop

L’hip hop nasce negli Anni Settanta nei ghetti newyorchesi di Robert Moses. Guardando nello specifico al South Bronx, negli Anni Sessanta qui vennero applicate politiche di sviluppo urbano che prevedevano una concentrazione di “case popolari”. Lo spostamento in massa della popolazione bianca verso le periferie più borghesi fece si che queste nuove case fossero abitate esclusivamente da afro-americani e immigrati. Come risultato della realizzazione della tangenziale Cross Bronx, 60mila case furono distrutte e i quartieri limitrofi furono etichettati come aree degradate. Povertà, crimine e segregazione erano i principali problemi di questi insediamenti.
Questo clima di frustrazione funzionò da slancio per i giovani in cerca di vie di sfogo, cercando di creare una comunità attraverso atti di ribellione e resistenza. Tutte queste condizioni permisero la nascita del movimento artistico radicale che oggi è conosciuto come hip-hop. Le sue origini, radicate nel blues, jazz, funky e nell’afrofuturism di Afrika Bambaataa e della Zulu Nation, mostravano una visione futuristica e estrema della vita urbana, mixando elementi tribali africani con elementi avanguardisti. Le quattro discipline dell’hip-hop – breakdance, rap, graffiti e dj – e soprattutto i block party erano gli strumenti di emancipazione dal basso delle classi sociali segregate che volevano riconquistare lo spazio urbano. Nella musica dei block party di Dj Kool Herc e nell’arte del sampling era visibile la filosofia dello scarto e del riuso di piccoli componenti. Il processo di realizzazione musicale è lo stesso applicato allo spazio urbano dei ghetti afroamericani, dove gli scarti del degrado si trasformano in scenografia per il processo di emancipazione culturale dal basso.
Crediamo fortemente che gli strumenti di cui l’urbanistica e l’architettura si servono in questi ambienti, aree uniche di libertà e rifugio per le diversità delle nostre città, non sono assolutamente adeguati ad affrontare le questioni che riguardano la metropoli contemporanea. Il progetto dell’oggetto non funziona più. Bisogna guardare ad una pluralità di pratiche. Dalle più effimere alle più materiali e concrete. Party, fuga, estraneazione e rivolta, per ripensare i deserti metropolitani in nuove isole radicali.

Parasite2.0

“Carnet d’architecture” è una rubrica a cura di Emilia Giorgi

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